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 justitia ...... di Loredana Morandi
 
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Io non sono mai stato un giornalista professionista, che vende la sua penna a chi gliela paga meglio e deve continuamente mentire, perchè la menzogna entra nella qualifica professionale. Sono stato giornalista liberissimo, sempre di una sola opinione, e non ho mai dovuto nascondere le mie profonde convinzioni per far piacere a dei padroni o dei manutengoli.

Antonio Gramsci
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Luigi Morandi garibaldino - dal Giornale di Brescia
Di Loredana Morandi (del 15/12/2004 @ 17:23:27, in Politica, linkato 298 volte)

Un articolo dal Giornale di Brescia al quale urge una noticina, il senatore Morandi non poteva essere particolarmente clericale, altrimenti non sarebbe stato garibaldino. Quanto alla liberazione di Roma vi contribuì egli stesso nel corso della sanguinosissima campagna di Mentana, quando giovanissimo al fianco di Giuseppe Garibaldì rimase ferito. In merito al sonetto apocrifo del Belli non ci sono ragioni per non ritenerlo vero, soprattutto perchè il letterato non avrebbe avuto alcuna difficoltà a pubblicarne di propri, viste anche le ristampe (19 se non erro) al noto testo scolastico della Antologia. LM.

Da Fusinato a Mercantini fino al notissimo testo dell’«Inno di Mameli»: un’antologia ripropone le liriche di argomento patriottico
L’elmo di Scipio e i parolieri del Risorgimento
Il sacrificio dei trecento «giovani e forti» nei canti che riflettono gli ideali di un’epoca

«Sul ponte sventola bandiera bianca»: ai nostri figli, se hanno passato i vent’anni, questi versi ricordano una canzone di Battiato. A noi, la poesia di Arnaldo Fusinato che una maestra zelante ci diede da imparare a memoria, facendoci commuovere per l’assedio austriaco a Venezia, vanamente insorta nel 1849: «Il morbo infuria, / il pan ci manca, / sul ponte sventola / bandiera bianca». Ci si commuoveva anche con la Spigolatrice di Sapri di Luigi Mercantini, che narrava il martirio dei trecento giovani e forti e del loro bel capitano, caduti come gli Spartani di Leonida. Quanto all’inno Fratelli d’Italia, più che con le parole di Goffredo Mameli, ci emoziona ancora oggi con le sue note (di Michele Novaro) che risuonano nello stadio quando scendono in campo i calciatori azzurri, vestiti (chi se lo ricorda?) con il colore dei Savoia. Novaro non sarà Beethoven né Verdi, ma la sua musica è sempre meglio del testo, anacronistico nella forma quanto nelle idee (l’ultima volta che una vittoria importante ha porto la chioma all’Italia, cinta dell’elmo di Scipio, fu su un campo calcistico, nel 1982: sul resto, meglio sorvolare). Fusinato, Mercantini e Mameli son tre dei 44 Poeti del Risorgimento di cui Valerio Marucci ha raccolto in una bella antologia per la Salerno editrice: 119 componimenti (alcuni anonimi), attinti per lo più dal polveroso Canzoniere nazionale curato dal Gori nel 1883. Nel primo Ottocento il movimento risorgimentale veniva designato come Rivoluzione (il termine Risorgimento si applicava piuttosto a ciò che noi oggi chiamiamo Rinascimento), e «suonare il piffero per la rivoluzione», come riconosceva il progressista Vittorini, produce in genere risultati artistici mediocri. Anche Marucci premette che il drappello variopinto di poeti professionisti e dilettanti accomunati dall’impegno patriottico entra raramente «nel campo più aereo, di lungo respiro, della Poesia con la maiuscola», e afferma che ciò che gli preme è seguire la formazione e il mutamento dell’immagine-Italia attraverso la poesia di mezzo secolo, dal 1820 al 1870. Nell’introduzione, il curatore traccia il diagramma della vicenda politica, distinta in tre grandi fasi (le avvisaglie dal 1820 al ’47, la gran fiammata del ’48, la marcia verso l’unità e Roma capitale), e avverte giustamente che non si possono imputare al Risorgimento le colpe dei governi e dei regimi nazionalisti successivi (dalla conquista della Libia alle Guerre mondiali). Del resto, erede del Risorgimento sentito come «rivoluzione imperfetta», si dichiarava anche la cultura marxista che, secondo Marucci è, insieme a quella cattolica, la principale responsabile dell’avversione o rimozione del Risorgimento oggi diffuse. Impressione persuasiva, purché si consideri la complessità del fronte cattolico, che annoverò patrioti convinti, da Manzoni a Tommaseo, e dove la nostalgia dell’ancien régime nasceva anche da una sensibilità per le condizioni di quel popolo che rischiava di venire penalizzato dall’ascesa delle nuove élite giacobine e borghesi (si veda il recente ripensamento del moto vandeano o del pensiero reazionario-progressista di Lamennais o De Maistre). Sul piano letterario, dopo aver accennato al ventaglio di registri, svarianti dal classico al ritmico e al popolareggiante, e ribadito che «importa solo relativamente constatare se le poesie qui presentate siano belle», Marucci dichiara di volervi cercare il riflesso di «giudizi, speranze e ideali dei singoli e dei gruppi». Ma alla fine, pur senza tacere i limiti musicali e testuali dell’inno di Mameli, l’antologista non frena un moto di simpatia per il ventunenne che, nel comporlo, partiva volontario per «un’impresa solenne e pazzesca: trasformare Roma, la capitale della cristianità, in una repubblica-modello, contro tutte le forze coalizzate d’Italia e d’Europa». Osservazione che slitta dalla sfera ideologica a quella morale, senza compromettersi sul piano estetico. In effetti, se l’antologia libera dalla polvere testi dimenticati e invita a un utile ripensamento sulla questione risorgimentale, dà però la conferma che la poesia abita altrove. Anche perché non vi troviamo inclusi i grandi scrittori, pur citati nell’introduzione: il Leopardi delle canzoni All’Italia e Ad Angelo Mai, che, dopo Foscolo, stila il Cànone dei grandi italiani scegliendo fra poeti, scienziati e navigatori (più tardi si celebreranno Pietro Micca e Ballilla) o il Manzoni di Marzo 1821, che consolida il modello della forma-inno e tocca il tema della guerra giusta. Visto che si arriva al 1870, l’antologista avrebbe potuto includere il primo Carducci, che è peraltro meno poeta. Non vi sono neppure i dialettali, che avrebbero potuto rappresentare un Risorgimento sconfitto, quello federalista di Ferrari e Cattaneo, o l’ideale di conciliazione fra patria piccola e grande, cui aspirarono, con il Brofferio, i dialettali piemontesi. E, visto che come esempio della linea satirica si convoca il Giusti, il pensiero corre a due grandi assenti, Porta e Belli. Assenze peraltro giustificabili dato che in loro la lucida critica dell’antico regime non coincise con un forte sentimento nazionale. La patria, per Porta, rimase quella Milano che era stata anche capitale di un Regno d’Italia, per Belli l’Urbe, cuore dell’Orbe della cristianità. Vero è che, fra la repubblica del ’49 e Porta Pia, i mazziniani si passavano clandestinamente i suoi sonetti e il garibaldino Luigi Morandi, futuro senatore e precettore di Casa Savoia, dedicava la prima antologia belliana, nel fatidico 1870, ai Romani liberi dall’ «antico servaggio». La concludeva un sonetto sull’incubo del Papa che ha visto in sogno una camicia rossa. Un sonetto apocrifo, naturalmente, che deve aver fatto rivoltare nella tomba il grande Giuseppe Gioacchino, ammiratore di Pio IX.

Pietro Gibellini

http://www.giornaledibrescia.it/giornale/2001/12/28/24,CULTURA/T1.html

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