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Appello Ciampi
Di Loredana Morandi (del 27/07/2005 @ 16:57:35, in Sindacato, linkato 356 volte)

Anche se ormai è fatta....

Aderiamo tutti all'appello di Pierluigi Franz a Ciampi perchè non firmi la legge sulla riforma della giustizia E' necessario appoggiare con la nostra firma l'appello di Pierluigi Franz al presidente Ciampi, perchè non promulghi la legge che riforma la giustizia.Sono norme liberticide che limitano la libertà di stampa e il diritto dei cittadini ad essere informati.
Presidente Ciampi, per favore, non metta la sua firma sotto quella legge.

Caro Pierluigi,
noi aderiamo con convinzione al tuo appello e invitiamo tutti quelli che hanno a cuore la libertà di stampa ad aderirvi:

Valentina Agostinis - Darp/Rcs
Massimo Alberizzi - Corriere della Sera - Consigliere Nazionale FNSI
Isabella Balena - Fotografa freelance
Amelia Beltramini - Focus
Antonio Brindisi – Giornalista Indipendente
Giorgia Cardini - L'Adige - Comitato di Redazione
Anna Costantini - Freelance - Consigliere della Romana
Lino De Mattis - Quotidiano di Lecce
Luisa Espanet - Freelance
Gianvittorio Fedele - Cinque Giorni
Roberto Ferrarese Della Rovere – Pensionato del Corriere della Sera 
Simona Fossati - Freelance - Consigliere della Lombarda
Gian Paolo Locatelli - Collaboratore de Il Giorno
Alessandra Lombardi - Freelance
Mimmo Lombezzi - Mediaset
Fulvio Mazza - Freelance
Nicoletta Morabito - Freelance - Consigliere della Lombarda
Pino Nicotri - L'Espresso - Consigliere generale Ingi
Stefano Panzeri - Freelance
Olga Piscitelli - LeG - Consigliere della Lombarda
Zenone Sovilla - L'Adige - Consigliere Nazionale FNSI
Alessandro Tognarini - Freelance

QUESTO IL TESTO INTEGRALE DELL'APPELLO DI PIERLUIGI FRANZ AL PRESIDENTE DELLA REPUBBLICA

Forti preoccupazioni nel mondo giornalistico: tagliate le "fonti" dei cronisti
di Pierluigi Roesler Franz:

APPELLO A CIAMPI:
PRESIDENTE, NON FIRMI LA RIFORMA DELLA GIUSTIZIA
......................

Mittente:
Dott. Pierluigi Roesler Franz
Giornalista de "La STAMPA" - Redazione romana
uff. Via Barberini 50 - 00187 ROMA

URGENTE
AL SIGNOR PRESIDENTE DELLA REPUBBLICA
S.E. Dott. CARLO AZEGLIO CIAMPI
PALAZZO DEL QUIRINALE
ROMA

Roma, 21 luglio 2005
 
Illustre Signor Presidente,
sono un giornalista della redazione romana de "La Stampa" di Torino e consigliere nazionale della FNSI (Federazione Nazionale della Stampa Italiana), sindacato unitario dei giornalisti.
 
Mi permetto disturbarLa per segnalarLe, nella Sua duplice veste di Supremo Garante della Costituzione e di Presidente del Consiglio Superiore della Magistratura, quella che nella nostra categoria viene comunemente ritenuta una possibile grave violazione della libertà di stampa, sancita dall'articolo 21 della Costituzione, contenuta nel disegno di legge n. C.4636-BIS-D, riguardante la riforma dell'ordinamento giudiziario, approvato ieri pomeriggio dalla Camera dei Deputati con il voto di fiducia chiesto dal Governo Berlusconi.

E' questa la prima volta nella storia parlamentare del nostro Paese che un provvedimento già votato a Montecitorio con il voto di fiducia e da Lei rispedito alle Camere con messaggio motivato del 16 dicembre scorso viene di nuovo approvato con il voto di fiducia a Montecitorio. Siamo quindi di fronte ad un caso eccezionale, che come tale dovrebbe essere trattato.

Le segnalo che nella Sua recente audizione alla Commissione Giustizia della Camera l'ex Presidente della Corte Costituzionale professor Leopoldo Elia ha sostenuto che sia in astratto possibile al Capo dello Stato - anche se la dottrina è minoritaria - rispedire per una seconda volta alle Camere un disegno di legge per il quale sia stato già esercitato quanto previsto dall'articolo 74, primo comma, della Costituzione (v. l'intervento del relatore on. Francesco Nitto Palma nell'Assemblea di Montecitorio del 18 luglio 2005, riportato nel resoconto stenografico della seduta n. 657 a pag. 4, ultimo capoverso, e a pag. 5, 1° capoverso).

Non essendoLe quindi formalmente precluso un Suo nuovo autorevole intervento, ex art. 74 della Costituzione, mi permetto di sintetizzarLe i punti di possibile illegittimità costituzionale del disegno di legge n. 4636 BIS-D approvato ieri dalla Camera.

Innanzitutto il Parlamento non ha tenuto assolutamente conto di quanto indicato in fondo al Suo messaggio del 16 dicembre 2004 laddove giustamente sottolineava che: "Con l'occasione ritengo opportuno rilevare quanto l'analisi del testo sia resa difficile dal fatto che le disposizioni in esso contenute sono condensate in due soli articoli, il secondo dei quali consta di 49 commi ed occupa 38 delle 40 pagine di cui si compone il messaggio legislativo. A tale proposito, ritengo che questa possa essere la sede propria per richiamare l'attenzione del Parlamento su un modo di legiferare - invalso da tempo - che non appare coerente con la ratio delle norme costituzionali che disciplinano il procedimento legislativo e, segnatamente, con l'articolo 72 della Costituzione, secondo cui ogni legge deve essere approvata “articolo per articolo e con votazione finale“.

Ebbene il disegno di legge n. 4636 BIS-D si compone sempre di 2 soli articoli in 40 pagine e il secondo articolo consta di 48 commi, cioé solo 1 comma in meno del vecchio testo!

In secondo luogo per quanto riguarda l'attività dei giornalisti sono in ballo, con questa “riforma” - come hanno con forza evidenziato la Fnsi, l'Unci (Unione nazionale cronisti italiani) e il Presidente dell'Ordine dei Giornalisti della Lombardia Franco Abruzzo - le loro libertà fondamentali di mediatori tra i fatti e la gente. Le fonti vengono ridotte drasticamente. In pratica, il testo approvato dalla Camera afferma l'esatto contrario di quanto stabilito dalla Corte Costituzionale nella sentenza n. 105 del 1972, secondo cui: “L'interesse generale all'informazione, anch'esso indirettamente protetto dall'articolo 21 della Costituzione, implica, in un regime di libera democrazia, pluralità di fonti d'informazione, libero accesso alle medesime, assenza di ingiustificati ostacoli legali, anche temporali, alla circolazione delle notizie e delle idee”.  Questo principio totalmente calpestato dalla  “riforma”.

Suscitano, infatti, pesanti perplessità di profilo costituzionale una serie di passaggi del disegno di legge, che riguardano i rapporti Stampa-Magistrati delle Procure della Repubblica. Il Governo viene, infatti, delegato ad adottare, entro un anno dalla data di entrata in vigore della  legge, uno o più decreti legislativi.  Nell'attuazione della delega il Governo  dovrà “…prevedere che il Procuratore della Repubblica tenga personalmente, o tramite magistrato appositamente delegato, i rapporti con gli organi di informazione e che tutte le informazioni sulle attività dell'ufficio vengano attribuite impersonalmente allo stesso; (dovrà, inoltre,) prevedere che il Procuratore della Repubblica segnali obbligatoriamente al Consiglio giudiziario, ai fini di quanto previsto al comma 3, lettera r), numero 3), i comportamenti dei magistrati del proprio ufficio che siano in contrasto con la disposizione di cui sopra”.

L’articolo 21, 2° comma, della Costituzione disegna una professione giornalistica libera, non soggetta ad autorizzazioni e censure. Il ruolo “monopolista” assegnato dalla nuova legge ai Procuratori della Repubblica  contrasta con questi principi. I giornali saranno, forse, costretti a pubblicare soltanto quel che dice il Procuratore capo della Repubblica? Che accadrà se i giornali pubblicheranno notizie giudiziarie fuori dal canale ufficiale? Si apriranno inchieste a caccia del magistrato troppo loquace?  Le notizie giudiziarie non possono essere centralizzate. Altrimenti, da un' informazione reticente, vengono lesi i diritti dei cittadini ad essere correttamente informati e a conoscere quel che accade nei Palazzacci. Inoltre tutte le informazioni sulle attività dell'ufficio del Pm dovranno essere attribuite impersonalmente allo stesso Ufficio. Ma significa, forse, che i giornali dovranno censurare i nomi dei giudici che si occupano delle singole inchieste? E se ciò non dovesse accadere?

A loro volta i magistrati verranno messi sotto tutela e imbavagliati.
In  particolare saranno vietati:

1) "i comportamenti che determinano la divulgazione di atti del procedimento coperti dal segreto o di cui sia previsto il divieto di pubblicazione";

2) "la violazione del dovere di riservatezza sugli affari in corso di trattazione o sugli affari definiti quando è idonea a ledere diritti altrui";

3) "pubbliche dichiarazioni o interviste che sotto qualsiasi profilo riguardino i soggetti a qualsivoglia titolo coinvolti negli affari in corso di trattazione e che non siano stati definiti con sentenza passata in giudicato";

4) "il tenere rapporti in relazione all'attività del proprio ufficio con gli organi di informazione";

5) "il sollecitare la pubblicità di notizie attinenti alla propria attività di ufficio";

6) "il costituire e l'utilizzare canali informativi riservati o privilegiati";

7) "il rilasciare dichiarazioni e interviste in violazione dei criteri di equilibrio e di misura".

I PUNTI DEL PROVVEDIMENTO CHE IL PARLAMENTO DOVREBBE CORREGGERE PER PRESUNTA VIOLAZIONE DELL'ART. 21 DELLA COSTITUZIONE SONO CONTENUTI NELLE SEGUENTI PAGINE DEL DISEGNO DI LEGGE C.4636-BIS-D:

Pag. 38 - art. 2, 3° comma, lettera R punto 3:

"Nell'attuazione della delega di cui all'articolo 1, comma 1, lettera c ("Il Governo é delegato ad adottare entro un anno dalla data di entrata in vigore della presente legge, con l'osservanza dei principi e dei criteri direttivi di cui all'articolo 2, commi 1, 2, 3, 4, 5, 6, 7 e 8, uno o più decreti legislativi diretti a disciplinare la composizione, le competenze e la durata in carica dei consigli giudiziari, nonché istituire il Consiglio direttivo della Corte di Cassazione"), il Governo si attiene ai seguenti principi e criteri direttivi":

"prevedere che al consiglio giudiziario vengano attribuite le seguenti competenze: ... vigilanza sul comportamento dei magistrati con obbligo di segnalare i fatti rilevanti ai titolari dell'azione disciplinare";

Pag. 41 - Art. 2,  4° comma, lettera F:
"Nell'attuazione della delega di cui all'articolo 1, comma 1, lettera d ("Il Governo é delegato ad adottare entro un anno dalla data di entrata in vigore della presente legge, con l'osservanza dei principi e dei criteri direttivi di cui all'articolo 2, commi 1, 2, 3, 4, 5, 6, 7 e 8, uno o più decreti legislativi diretti a riorganizzare l'ufficio del pubblico ministero"), il Governo si attiene ai seguenti principi e criteri direttivi:

"prevedere che il Procuratore della Repubblica tenga personalmente, o tramite magistrato appositamente delegato, i rapporti con gli organi di informazione e che tutte le informazioni sulle attività dell'ufficio vengano attribuite impersonalmente allo stesso; prevedere che il Procuratore della Repubblica segnali obbligatoriamente al consiglio giudiziario, ai fini di quanto previsto al comma 3 lettera r, numero 3, i comportamenti dei magistrati del proprio ufficio che siano in contrasto con la disposizione di cui sopra";

Pag. 44 in fondo + pag. 45 in alto - Art. 2,  6° comma, lettera c punti 5, 6 e 8:
"Nell'attuazione della delega di cui all'articolo 1, comma 1,  lettera f ("Il Governo é delegato ad adottare entro un anno dalla data di entrata in vigore della presente legge, con l'osservanza dei principi e dei criteri direttivi di cui all'articolo 2, commi 1, 2, 3, 4, 5, 6, 7 e 8, uno o più decreti legislativi diretti a individuare le fattispecie tipiche di illecito disciplinare dei magistrati, le relative sanzioni e la procedura per la loro applicazione, nonchè modificare la disciplina in tema di incompatibilità, dispensa dal servizio e trasferimento d'ufficio"), il Governo si attiene ai seguenti principi e criteri direttivi":

"salvo quanto previsto dal numero 11 ("fermo quanto previsto dai numeri 3, 7 e 9, non può dar luogo a responsabilità disciplinare l'attività di interpretazione di norme di diritto in conformità all'articolo 12 delle disposizioni sulla legge in generale") prevedere che costituiscano illeciti disciplinari nell'esercizio delle funzioni":

"i comportamenti che determinano la divulgazione di atti del procedimento coperti dal segreto o di cui sia previsto il divieto di pubblicazione, nonchè la violazione del dovere di riservatezza sugli affari in corso di trattazione o sugli affari definiti, quando è idonea a ledere diritti altrui; pubbliche dichiarazioni o interviste che sotto qualsiasi profilo riguardino i soggetti a qualsivoglia titolo coinvolti negli affari in corso di trattazione e che non siano stati definiti con sentenza passata in giudicato";

"il tenere rapporti in relazione all'attività del proprio ufficio con gli organi di informazione al di fuori delle modalità previste al comma 4, lettera f; il sollecitare la pubblicità di notizie attinenti alla propria attività di ufficio ovvero il costituire e l'utilizzare canali informativi riservati o privilegiati; il rilasciare dichiarazioni e interviste in violazione dei criteri di equilibrio e di misura";

"l'omissione, da parte del dirigente l'ufficio o del presidente di una sezione o di un collegio, della comunicazione agli organi competenti di fati che possono costituire illeciti disciplinari compiuti da magistrati dell'ufficio, della sezione o del collegio".

Durante il dibattito alla Camera sono state presentate ben 4 distinte ipotesi di incostituzionalità di norme contenute nel disegno di legge n. C. 4636-BIS-D, poi assorbite per effetto del voto di fiducia.

Mi permetto, però, di evidenziare quella che a mio parere appare la più macroscopica. Si tratta del nuovo comma 45 dell'art. 2 inserito per la prima volta al Senato il 28 giugno 2005. Tale disposizione - che modifica sul punto il precedente testo votato un anno fa dalle Camere - appare "ictu oculi" incostituzionale, tanto è assurda, e quindi irragionevole e irrazionale con conseguente presunta
violazione dell'art. 3 della Costituzione, perché è stato calcolato che oltre la metà dei giudici italiani non potrà più partecipare ai concorsi per incarichi direttivi. Difatti, la nuova normativa si applica su tutti i concorsi aperti anche da anni e sulle domande dei magistrati non ancora definite. Ma questa retroattività appare irragionevole, irrazionale e gravemente discriminatoria. E’ quindi evidente che contro l’eventuale bocciatura di queste legittime domande da parte del Csm fioccheranno ricorsi ai Tar per far trasmettere gli atti alla Corte Costituzionale.

Peraltro appare anche censurabile la tecnica legislativa usata nella formulazione del testo, perché anzichè indicare direttamente i nuovi limiti massimi di età per poter accedere ad importanti incarichi (non più di 68 anni per presidenti o Pg di Cassazione e non più di 66 anni per presidenti di tribunali e corti d’appello e per i pm e pg), si fa riferimento all'articolo 5 del regio decreto n. 511 del 1946 sulle guarentigie della magistratura, che prevede che “tutti i magistrati sono collocati a riposo al compimento del 70esimo anno di età” senza però tener conto delle due successive norme, cioé il decreto legislativo 30 dicembre 1992 n. 503, art. 16, 1° comma, e la legge 27 dicembre 2002 n. 289, art. 34, comma 12, che hanno di fatto elevato l'età pensionabile dei magistrati da 70, rispettivamente a 72 e 75 anni).

Inizialmente il decreto legge 1° febbraio 1992, n. 46, aveva previsto che il collocamento a riposo poteva essere spostato al compimento dei 72 anni, previo consenso del magistrato interessato. Il Consiglio, su richiesta del Ministro, con delibera 19 febbraio 1992, aveva espresso un articolato parere negativo. Il decreto legge era stato abrogato con il successivo d.l. n. 205 del 1992, il quale recependo le proposte del Consiglio, aveva disposto che i magistrati trattenuti in servizio dopo il compimento del settantesimo anno potevano esercitare funzioni giurisdizionali soltanto in uffici collegiali, con possibilità di assumere, ove occorra, la presidenza nei relativi collegi, salva la possibilità di una prorogatio limitata al massimo a sei mesi, fino alla presa di possesso del nuovo dirigente. Il primo presidente della Corte di Cassazione, se trattenuto in servizio, poteva essere designato a presiedere, in sostituzione del primo presidente in carica, i collegi delle sezioni unite civili e penali. Tale decreto legge era decaduto per mancata conversione, ma le norme erano state riproposte con decreto legge del 30 aprile 1992, n. 275, sulle quali, con delibera 11 giugno 1992, il Consiglio aveva espresso parere parzialmente negativo (per l’utilizzazione della decretazione d’urgenza e per la mancata estensione del divieto di trattenimento in servizio nell’esercizio di funzioni semidirettive). Anche questo decreto legge non è stato convertito.

Infine, in adempimento della delega conferita con la legge 23 ottobre 1992, n. 421, avente ad oggetto la razionalizzazione e la revisione della disciplina in materia di sanità, di pubblico impiego, di previdenza e di finanza territoriale, con l’art. 16 del decreto legislativo 30 dicembre 1992, n. 503, recante norme per il riordinamento del sistema previdenziale dei lavoratori privati e pubblici, è stata riconosciuta a tutti i dipendenti civili dello Stato e degli enti pubblici non economici, la facoltà di permanere in servizio per un periodo massimo di un biennio oltre i limiti di età per il collocamento a riposo per essi previsti.

Il decreto legislativo 30 dicembre 1992 n. 503, art. 16, c. 1, prevede che “è in facoltà dei dipendenti civili dello Stato e degli enti pubblici non economici di permanere in servizio … per un periodo massimo di un biennio oltre i limiti di età per il collocamento a riposo per essi previsti”. La norma è applicabile anche ai magistrati (si veda la risoluzione adottata dal Consiglio Superiore della Magistratura il 14 gennaio 1993) e consente agli stessi di permanere in servizio oltre il raggiungimento del 70esimo anno di età.

Per l’applicazione di tale disciplina generale ai magistrati, in mancanza di norme transitorie, il Consiglio ha emanato le circolari 14 gennaio 1993 e 24 febbraio 1994.

A sua volta la legge 27 dicembre 2002 n. 289, art. 34, comma 12 (pubblicata nel Supplemento ordinario n. 240 alla Gazzetta Ufficiale n. 305 del 31 Dicembre 2002) ha inserito nell'art. 16 del d.lgs. n. 503 del 1992, dopo il primo comma, il comma 1 bis, il quale prevede che “per le categorie di personale di cui all'art. 1 della legge 19 febbraio 1981 n. 27, la facoltà di cui al comma 1 è estesa sino al compimento del 75esimo anno di età”. Considerato che tra le categorie di cui all'art. 1 della detta legge n. 27 del 1981 sono ricompresi i magistrati ordinari, deve ritenersi che per i medesimi la facoltà di prolungare il rapporto di servizio è estesa fino al raggiungimento del 75esimo anno di età. Ebbene prima di quest'ultimo provvedimento legislativo il Csm si era pronunciato esprimendo parere negativo nell'Assemblea del 6 novembre 2002 (n.b. l'originaria disposizione oggetto del parere  era contenuta nell'articolo 21, 10° comma, del disegno di legge 3200/C recante «disposizioni per la formazione del bilancio annuale e pluriennale della Stato – Legge finanziaria 2003»).

Il numero dei magistrati che hanno chiesto di essere trattenuti in servizio dopo il compimento del settantesimo anno d’età dal 1992 al 22 ottobre 2002 è di 783, 337 dei quali titolari di uffici direttivi (pari al 43 % ) e 330 di funzioni semidirettive (pari al 42%).

Maggiori particolari sono ricavabili dai sottoindicati siti internet:
http://www.fnsi.it/
http://www.senzabavaglio.info/
http://www.articolo21.info/
http://www.odg.mi.it/
http://www.francoabruzzo.it/

Augurandomi di essere stato sufficientemente chiaro e scusandomi per il disturbo, La ringrazio per la cortese attenzione e Le invio i miei più deferenti saluti.

Pierluigi Roesler Franz