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Assolto Mohammed Daki
Di Loredana Morandi (del 29/11/2005 @ 11:51:25, in Indagini, linkato 321 volte)

Il giovane marocchino esulta: «Grazie Italia». Frattini contro i Paesi europei che hanno ospitato prigioni Cia


«Non è terrorista»: assolto l'islamico Daki

Milano, la sentenza della Forleo confermata anche per due tunisini. 
  
dal Corriere - 29 novembre 2005

Assoluzione per tutti e tre anche in secondo grado. Per la Corte d'Assise d'Appello di Milano il marocchino Mohammed Daki e i due tunisini Maher Bouyahia e Ali Ben Sassi Toumi non sono colpevoli di terrorismo internazionale. Si tratta dei tre islamici che nel gennaio scorso il gup Clementina Forleo assolse dalla stessa accusa scatenando molte polemiche. Esultanti gli imputati: Daki (assolto da tutte le accuse mentre i tunisini sono stati condannati a 3 anni per un altro tipo di reato) ha ringraziato l'Italia.
Franco Frattini, commissario Ue a Giustizia, libertà e sicurezza, ha definito inevitabile la sospensione dei diritti di voto a quei Paesi europei che hanno ospitato le prigioni Cia.

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Assolti i tre islamici accusati di terrorismo
Confermata la sentenza del gup Forleo. Daki: «Interrogato da agenti Usa senza difensore»
«Viva la giustizia italiana», hanno gridato gli imputati Due condannati per associazione a delinquere
Paolo Biondani

MILANO - Anche i giudici d'appello hanno assolto dall'accusa di terrorismo internazionale i tre maghrebini che furono arrestati nel 2003 con l'accusa di reclutare kamikaze per la guerra in Iraq. Il verdetto di ieri conferma che era giusta la sentenza di primo grado del giudice Clementina Forleo, che il 24 gennaio scorso aveva per la prima volta sancito la necessità di distinguere tra guerriglia e terrorismo applicando il diritto internazionale. Cioè quei principi generali che consentono di condannare solo se è provata «oltre ogni ragionevole dubbio» la pianificazione di «stragi indiscriminate contro la popolazione civile». Una decisione che scatenò l'ira di numerosi parlamentari e ministri del centro-destra.
LA SENTENZA-BIS — La terza corte d'assise d'appello, dopo sei ore di camera di consiglio, ha assolto da tutte le accuse il marocchino Mohammed Daki, che il giudice Forleo aveva invece condannato per ricettazione di passaporti falsi. Gli altri due imputati, i tunisini Alì Toumi e Maher Bouyahia, sono stati di nuovo condannati a tre anni di reclusione solo per falsificazione di passaporti e per associazione per delinquere diretta a favorire l'immigrazione clandestina, ma senza la più grave «finalità di terrorismo internazionale». Secondo autorevoli fonti giudiziarie, la futura motivazione ricalcherà la sentenza Forleo: è dimostrato che Toumi e Bouyahia facevano parte di un'organizzazione che reclutava in Italia integralisti islamici per mandarli a combattere in Iraq con i guerriglieri di «Al Ansar Al Islam»; ma la Procura non è riuscita a fornire prove certe che quei mujaheddin progettassero «attentati contro civili».
IL VERDETTO — I giudici avevano acquisito anche la sentenza del giudice Luigi Cerqua, che aveva motivato le analoghe assoluzioni nel processo Bazar spiegando che la questione di fondo è la mancata legittimazione internazionale della guerra «unilaterale» guidata dagli Stati Uniti: la presenza in Iraq di truppe straniere è coperta dall'ombrello dell'Onu solo «dal 30 giugno 2004», cioè da quando è nato il primo «legittimo governo iracheno». Fino ad allora, gli attacchi a soldati stranieri vanno equiparati ad azioni di «guerriglia», mentre è «terrorismo» solo un attentati contro civili o contro istituzioni di pace «come l'Onu o la Croce rossa». Il problema di partenza è che il nuovo reato introdotto dopo l'11 settembre (articolo 270 bis) non spiega il significato di «terrorismo» e rinvia ai giudici il compito di definirlo. Finora in tutta Italia si contano solo tre condanne, tutte nate da questa stessa inchiesta milanese.
LE REAZIONI — «Allah u-akbar, Dio è grande». «Viva L'Italia, viva la giustizia italiana». Le prime parole che filtrano dall'udienza a porte chiuse sono le urla di gioia di Ali Toumi, che pure resterà in carcere fino al 2006, come Bouyahia, per aver procurato passaporti falsi ai «guerriglieri» di Al Ansar e per aver venduto documenti taroccati ai curdi iracheni arrivati da clandestini in Italia. Daki invece, per i giudici d'appello, è totalmente innocente: la sentenza dice che non ha mai fatto parte neppure dell'associazione semplice, cioè della banda dei falsari. Unico imputato in libertà, Daki commenta con un sorriso liberatorio il verdetto: «Sono innocente, l'ho sempre detto che sono innocente e devo ringraziare il giudice Forleo e questa Corte che finalmente lo ha riconosciuto». Contro Daki pesa un decreto ministeriale di espulsione dall'Italia, che però il suo avvocato Vainer Burani confida di «far revocare dopo questa assoluzione piena», aggiungendo che «comunque è sospeso fino a quando durerà la misura di prevenzione dell'obbligo di firma». Daki ha molta «paura di tornare in Marocco» e il suo avvocato chiederà «asilo politico in Europa, probabilmente in Germania». Mentre aspettava il verdetto, Daki ha confermato che ad Amburgo, dove ha vissuto dal 1989 al 2002, era diventato «amico» di due boss dell'integralismo ora prigionieri degli americani con l'accusa di essere i «cervelli» dell'attacco dell'11 settembre: «Certo, conoscevo Ramzi Binalshibh, ma gli ho solo prestato il mio indirizzo postale per i suoi permessi di soggiorno. E non credo che Hayder Zammar fosse il reclutatore di Mohammed Atta: non era nemmeno salafita, era solo un filosofo...».
ACCUSE — Assolto da tutto, ora è Mohammed Daki a trasformarsi in accusatore: «Il pm Dambruoso mi ha fatto interrogare per due giorni senza avvocato, il 6 e 7 ottobre 2003, da agenti americani che dicevano di essere dell'Fbi. Ma ora penso che ci fosse anche Bob, l'uomo della Cia che ha rapito l'imam di Milano». Il pm Dambruoso, naturalmente, smentisce tutto e annuncia querele.

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STEFANO DAMBRUOSO

«Troppe contraddizioni, ci vogliono giudici specializzati»
Giuseppe Guastella

MILANO — L'assoluzione di Mohammed Daki, in attesa della motivazione della sentenza d'appello, può essere per ora interpretata in due modi: il marocchino è completamente innocente oppure i giudici hanno ritenuto che gli elementi portati dai pubblici ministeri non fossero sufficienti a supportare, fino a una condanna, l'accusa di terrorismo internazionale. Si tratta di una norma che, introdotta di recente nel codice penale con l'articolo 270 bis, secondo taluni è troppo generica e difficile da applicare. Dal Sudamerica, dove è impegnato in un lavoro — ma non vuole precisare di cosa si tratti — legato al suo incarico di esperto giuridico e di terrorismo internazionale presso la rappresentanza italiana alla sede Onu di Vienna, Stefano Dambruoso, il pm milanese che guidò le indagini che portarono all'arresto di Daki, ovviamente non condivide la sentenza.
Perché?
«Chiaramente ogni sentenza va rispettata. Andava rispettata quella del gup Forleo, che riteneva si trattasse di guerriglieri e non di terroristi, così come quella, diametralmente opposta, del gup di Brescia. A fronte degli stessi fatti, quindi, i vari giudici che se ne sono occupati hanno emesso sentenze diverse».
E non va bene?
«Ciò che voglio dire è che si ripropone il problema della trasformazione in verità processuale di fatti che la procura ha ritenuto penalmente rilevanti durante le indagini. Secondo noi si trattava di una cellula del terrorismo islamico che al Nord Italia fabbricava documenti falsi e raccoglieva reclute e fondi da mandare in Iraq per la guerra santa, la jihad. Vicende illecite che i giudici hanno ritenuto indizi gravi ponendole alla base delle ordinanze di custodia cautelare che sono state confermate fino in Cassazione. Quelle vicende non sono state messe in discussione da nessuna delle varie sentenze».
Cosa propone per evitare che sugli stessi fatti ci siano sentenze opposte?
«Per prima cosa, credo sia necessaria l'istituzione, ormai generalmente condivisa, di una procura nazionale antiterrorismo capace di coordinare l'azione di tutte le procure locali impegnate in questo tipo di indagini. Come interlocutore istituzionale di questa procura, molti sostengono la necessità della creazione di un giudice specializzato negli stessi termini. Così si assicurerebbe un'uniformità di sentenze, sia di condanna che di assoluzione».
Parla di giudici speciali?
«La nostra legge non consente giurisdizioni speciali. Ciò nonostante molti studiosi reclamano giudici che abbiamo una specializzazione tecnica in terrorismo internazionale».
Ma non si rischia di avere pesi e misure diverse tra i processi, per così dire normali, e quelli di terrorismo internazionale?
«Mi limito a ricordare che già oggi per gli indagati per terrorismo internazionale vige nel nostro ordinamento la stessa disciplina che vige per i mafiosi. Non si tratta di un doppio piano di valutazione, ma di strumenti diversi per tipologie di reato ritenute dal legislatore particolarmente gravi».
Daki ha ripetuto di essere stato interrogato senza un difensore da agenti americani nel suo ufficio in Procura. Lo stesso avrebbe raccontato un altro imputato.
«In Italia chiunque può esprimere le proprie opinioni. Quindi se Daki vuole può farlo liberamente».
Sta dicendo che non è vero?
«Le ricordo che abbiamo indagato Daki perché colto mentre dava ospitalità a Ciise il somalo su ordine dalla Siria del mullah Fouad. Questi fatti storici, che per la Procura di Milano erano la prova del supporto offerto a pericolosi jihadisti che dall'Italia volevano partire per l'Iraq, sono stati ammessi dallo stesso Daki. Da questi fatti Daki si è difeso avendo a disposizione, fin dal primo minuto della sua detenzione, un difensore e traduttori, peraltro pagati dallo Stato, per assicurargli le garanzie difensive riservate a tutti».
gguastella@corriere.it

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Daki accusa: interrogato anche da americani, Dambruoso smentisce. Frattini: la Ue punisca gli Stati che ospitarono prigioni Cia
Islamici assolti, è polemica
Terrorismo, lŽappello dà ragione alla Forleo. Il Polo allŽattacco

da Repubblica - 29 novembre 2005

MILANO - Sono stati assolti dallŽaccusa di terrorismo internazionale i tre islamici già prosciolti in primo grado dal giudice per lŽudienza preliminare Clementina Forleo. La terza Corte dŽassise dŽappello di Milano si è così pronunciata nei confronti del marocchino Mohamed Daki e dei tunisini Maher Bouyahia e Ali Ben Saffi Toumi. Dopo la sentenza, i tre imputati in aula hanno urlato «Allah è grande» e «Viva lŽItalia». I giudici hanno assolto Daki da tutti i capi di imputazione, compresi quelli meno gravi, e hanno riconosciuto gli altri due imputati colpevoli dei reati di associazione a delinquere, ricettazione e favoreggiamento dellŽimmigrazione clandestina, condannandoli a tre anni di reclusione. Daki ha accusato: interrogato anche da americani. Il magistrato Dambruoso smentisce. Il Polo allŽattacco. Il commissario Ue Frattini: lŽEuropa punisca gli Stati che ospitarono prigioni Cia.
COLAPRICO, FAZZO, OPPES, SANSA e TARQUINI
ALLE PAGINE 2, 3 e 4

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"I tre islamici non sono terroristi"
a Milano assoluzione e polemiche
"La Cia ci interrogò dal pm: parlate o finite a Guantanamo"
Smontate le accuse per Mohamed Daki che urla "Allah è grande, viva lŽItalia"
Gli altri due condannati solo per documenti falsi. "Messi sotto torchio da Bobby Lai

LUCA FAZZO

MILANO - «Allah è grande». E, subito dopo: «Viva lŽItalia». La porta dellŽaula della Corte dŽassise è sbarrata, ma le grida di Mohamed Daki e dei suoi confratelli rimbalzano fino in corridoio. Sono grida di vittoria, di sollievo, ma anche di rabbia. Il giudice Santo Belfiore ha appena finito di leggere la sentenza che conferma per filo e per segno, e anzi rafforza, il verdetto che undici mesi fa aveva reso celebri in Italia e fuori questi tre giovanotti marocchini: quella con cui il giudice preliminare Clementina Forleo li aveva assolti dallŽaccusa di terrorismo internazionale, demolendo le accuse raccolte dalla procura della Repubblica. Per quella decisione, la dottoressa Forleo si era trovata al centro di polemiche furibonde. Ma ieri bastano poche ore di camera di consiglio perché anche i giudici dŽappello dicano: non sono terroristi. A presiedere la corte è un magistrato lontano dal cliché della toga rossa, Santo Belfiore, settantŽanni, siciliano di Fiumefreddo, fama di arcimoderato. Ma ancora più notevole è forse che a firmare lŽassoluzione-bis dei tre militanti islamici siano i sei giudici popolari, sei cittadini qualunque chiamati a valutare insieme ai magistrati le prove raccolte dalla Digos milanese.
«Sono contento perché non avevo fatto niente - esulta Mohamed Daki, lŽunico che ha atteso la sentenza a piede libero - adesso farò una festa con i miei amici al dormitorio di Reggio Emilia». Ma lŽeuforia lascia presto il passo alla polemica, è come se lŽassoluzione desse il via libera ad accuse che finora i tre inquisiti si erano tenuti dentro. «Adesso possiamo parlare», tuona lŽavvocato di Ali Ben Sassi Toumi, che si è visto condannare solo per documenti falsi. E Daki racconta: «Mi vennero a prendere in cella a Como, mi portarono nellŽufficio del pm Stefano Dambruoso. Lì mi hanno mostrato un tesserino dellŽFbi e mi hanno fatto domande, io dicevo quello che sapevo e loro mi dicevano che raccontavo bugie, che sarei finito per ventŽanni a Guantanamo. Io chiedevo dovŽera mio difensore ma loro mi dicevano che non ce nŽera bisogno». Ad interrogarlo, sostiene Daki, cŽera anche Bob Lady, il capocentro Cia di Milano, oggi latitante con lŽaccusa di avere sequestrato un imam estremista, Abu Omar.
Mohamed Daki è un fiume in piena. Anche i suoi coimputati, Maher Bouhaya e Ali Ben Sassi Toumi, che hanno ascoltato la sentenza in gabbia, raccontano attraverso i loro avvocati storie simili: e Toumi, dŽaltronde, di storie di servizi segreti ne conosce sicuramente, essendo diventato nel frattempo una fonte del Sismi (il che non gli ha impedito di ritrovarsi nel carcere di massima sicurezza di BadŽe Carros). Ma la vera storia di questi tre immigrati ieri resta sullo sfondo, quasi travolta dallŽimpatto di una assoluzione che forse neppure loro si aspettavano. Cosa faceva Daki in Germania? Lo studente, come dice lui, o il militante di Al Qaeda, legato a Mohamed Atta, il capo dellŽ11 settembre, e a Ramzi Binalshib, il ventesimo uomo del commando, quello che non riuscì a imbarcarsi per lŽAmerica? E di cosa parlavano Daki e i suoi amici nelle intercettazioni, di missioni suicide o di faccende innocue stravolte dalla traduzione?
È su questo che si sono scontrati accusa e difesa, è su questo che le motivazioni della sentenza - che verranno depositate tra tre mesi - andranno lette con attenzione. Non è affatto scontato che la Corte dŽassise abbia assolto i tre imputati per lo stesso motivo per cui li assolse la Forleo, quando sostenne che partecipare a una guerra di guerriglia non significa essere terroristi. È possibile che Belfiore e i suoi giurati si siano fermati un passo indietro, che abbiano ritenuto inconsistenti le prove, inammissibili gli indizi. Ma sempre di assoluzione si tratta. Come dice Gabriele Leccisi, uno degli avvocati: «I signori del governo che avevano attaccato brutalmente un esponente della magistratura italiana sono stati finalmente serviti».

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Il coordinatore di Forza Italia, Sandro Bondi: "Decisione che sconcerta". Cautela nel centrosinistra
Contro i magistrati lŽira del Polo
La Lega: "Processo da rifare, ma non a Milano"
Fistarol (Margherita): "Sentenza da rispettare ma riflettiamo su come combattere il terrore"

MILANO - «Il rito Ambrosiano ha colpito ancora. Via il processo da Milano». Non usa mezzi termini il leghista Roberto Calderoli. E attacca la sentenza della Corte dŽAppello: «Sono sconcertato dallŽesito del processo che ha assolto i tre imputati. Le motivazioni presentate dallŽaccusa - aggiunge il ministro per le Riforme - risultavano estremamente precise e fondate. Ora non resta che attendere il ricorso in Cassazione, che mi auguro la Procura vorrà presentare immediatamente per trasferire il processo in una città diversa da Milano».
Quello di Calderoli è solo il primo di una lunga serie di commenti. Duro anche Guido Rossi, vicepresidente della Lega Nord a Montecitorio: «Questa sentenza mi fa pensare che, nonostante lŽesistenza di strumenti legislativi adeguati, siamo di fronte ad unŽanarchia giudiziaria che stronca sul nascere ogni tentativo di dare risposte repressive e preventive al terrorismo islamico», commenta lŽesponente leghista. Ma tutto il centrodestra attacca la decisione dei magistrati milanesi: «Desta sconcerto e preoccupazione», così Sandro Bondi, coordinatore di Forza Italia. «È mai possibile - aggiunge Bondi - che indagini accurate e approfondite debbano essere nullificate da sentenze che fanno sparire il reato di terrorismo? CŽè un interesse superiore del nostro Paese, della sua sicurezza e dellŽincolumità dei cittadini - conclude Bondi - che dovrebbe indurre a una comprensione e a una collaborazione tra i diversi poteri dello Stato».
Cauto il commento di Maurizio Fistarol, responsabile della Sicurezza della Margherita: «Le sentenze della magistratura vanno rispettate. Senza entrare, tuttavia, nel merito della decisione milanese, è venuto il momento di chiederci quali siano oggi gli strumenti di diritto a nostra disposizione in ambito nazionale e internazionale per contrastare il terrorismo. È perfettamente inutile che adesso la Lega chiami in causa la magistratura. Chi protesta per la sentenza di oggi si ponga, piuttosto, la questione di che cosa abbia fatto in tutti questi anni per approvare misure rigorose e severe in Italia e in Europa contro il terrorismo internazionale».
Reazioni, però, anche alle dichiarazioni di Mohamed Daki che ha raccontato di essere stato interrogato da agenti americani negli uffici della Procura di Milano. Senza difensore. E subendo minacce. Tutto alla presenza di un pm italiano. «Quanto è accaduto è molto grave: una conferma della violazione della sovranità territoriale. È uno scandalo che agenti americani possano intervenire così nelle nostre indagini», attacca il verde Paolo Cento. E Niccolò Ghedini di Forza Italia: «È un episodio che va approfondito. Bisogna chiarire se cŽerano i presupposti per un interrogatorio senza avvocato e se cŽera un accordo perché lŽesame fosse condotto da agenti stranieri».
(f. sa.)

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LŽINTERVISTA
Parla Clementina Forleo che in gennaio mandò assolti i tre subendo critiche e attacchi
La rivincita della prima giudice "Un anno di insulti e minacce"
"Non ne faccio una questione personale, questa è una vittoria dello stato di diritto"
FERRUCCIO SANSA

MILANO - «Assolti?». Sì, signor giudice, niente terrorismo internazionale, solo condanne minori. «Ma siete proprio sicuri?», chiede Clementina Forleo. Certo, la Corte dŽAppello ha confermato la sua sentenza di primo grado. «Sono felice, tanto felice», e la voce di Clementina per la prima volta, per una frazione di secondo si incrina. Per tutto il pomeriggio ha atteso lŽesito della sentenza e adesso parla fitto fitto, come se avesse aspettato dodici mesi per lasciarsi andare. È commossa, sì. «È stato un anno terribile. Calunnie, menzogne, minacce. Ce lŽho messa tutta per tenere duro. Ci sono voluti nervi saldi. Sia chiaro, però, che io non ne faccio una questione personale: questa è una vittoria per lo Stato di diritto. Con questa decisione si dimostra che tutti i cittadini sono uguali davanti alla legge».
Davvero non è felice anche un poŽ per se stessa?
«Ecco, sì, sono contenta perché questa decisione conferma quello che avevo scritto nella mia sentenza. Io ho fatto solo il mio lavoro, ho deciso quello che in cuor mio ritenevo giusto. Ma per questo ho subìto attacchi terribili».
Che cosa intende?
«Di tutto, questo è stato lŽanno più difficile della mia vita».
Minacce?
«Centinaia di messaggi. Provate a immaginare che cosa significhi accendere il computer la mattina e trovare mail che ti coprono di insulti. Che ti minacciano di morte. Poi lettere infilate nella mia cassetta da gente che sapeva dove abitavo. E telefonate. Alla fine mi hanno offerto la scorta».
Ma lei lŽha rifiutata?
«Sì. Era una questione di coerenza: non potevo accettare la protezione quando a espormi al pericolo erano state proprio le dichiarazioni e gli attacchi violenti di alcuni esponenti delle istituzioni».
Da chi sono arrivati gli attacchi più duri?
«Perfino da ministri».
Il ministro Castelli?
«Lui mi ha mandato gli ispettori a palazzo di Giustizia».
Anche Gasparri e altri ministri non sono stati teneri con il gip Forleo. Lei li ha citati in giudizio?
«Sì, ministri e parlamentari. Avevano fatto affermazioni offensive per me e soprattutto per la funzione che esercito: una sentenza di un giudice dello Stato non può essere attaccata da chi dovrebbe conoscere la legge. Ma cŽè anche chi, pur di cavalcare la tigre dellŽopinione pubblica, è stato disposto a calunnie. Menzogne. Adesso la questione è in mano al mio avvocato Giulia Bongiorno».
Quali sono stati i momenti più difficili?
«Un venerdì mattina. Ero nel mio ufficio e ho sentito bussare alla porta. Erano gli ispettori mandati dal ministro Castelli. A loro ho dovuto spiegare tutti i motivi che mi avevano portato a decidere. Come se lŽaccusato, alla fine, fosse il giudice».
In molti, però, lŽhanno difesa.
«Veramente dallŽopposizione ho sentito molto silenzio. Io ho avvertito soprattutto lŽappoggio dei colleghi, anche di quelli che non erano dŽaccordo con la mia decisione. Perché la questione è unŽaltra: i giudici non devono essere "processati" per quello che decidono. Ma ci sono stati anche esperti di diritto internazionale, che senza conoscermi mi hanno dato ragione». Forleo si ferma un attimo, la voce diventa più sottile: «Poi cŽè il mio compagno. E i miei genitori».
Ma quella distinzione tra guerriglieri e terroristi. Ne è sempre convinta?
«Certo, è un discorso complesso: si parlava di atti compiuti in Iraq, durante il periodo bellico. E di azioni ai danni di militari, non di civili».
Un discorso delicato di questi tempi, non trova?
«Sapevo che sarei andata incontro a polemiche, ma pensavo che quella fosse la decisione giusta».
Ma perché si sono scagliati tanto violentemente contro di lei?
«Forse anche perché sono una donna. Altrimenti perché i miei colleghi uomini che hanno preso decisioni simili non hanno subìto lo stesso trattamento?».
Ha avuto le sue rivincite.
«Oggi sono ancora più felice di aver fatto il magistrato». 

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