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 ..Haidée, princess of Yanina .. da Gankutsuou di Mahiro Maeda... di Admin
 
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Articolo 21. Tutti hanno diritto di manifestare liberamente il proprio pensiero con la parola, con lo scritto e ogni altro mezzo di diffusione. La stampa non può essere soggetta ad autorizzazioni o censure.

Costituzione Italiana
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Di seguito tutti gli interventi pubblicati sul sito, in ordine cronologico.
 
 
Di Loredana Morandi (del 16/12/2005 @ 15:17:16, in Magistratura, linkato 301 volte)

Associazione Nazionale Magistrati

I magistrati per il trasferimento immediato del settore civile alla Torre A del Palazzo di Giustizia di Napoli

L’avvenuta presentazione da parte del Consiglio dell’Ordine degli Avvocati di Napoli del ricorso al T.A.R. avverso il decreto di trasferimento del settore civile dagli attuali edifici alla Torre A del Centro direzionale si aggiunge all’inammissibile inerzia finora tenuta dalle Autorità competenti a disporre concretamente, come è loro preciso obbligo, il detto trasferimento.

Le condizioni in cui operano magistrati, avvocati e personale amministrativo napoletani addetti al settore civile sono inaccettabili e non possono essere, e non saranno, ulteriormente sopportate. Anche la recente visita effettuata in occasione della manifestazione sulla funzionalità tenutasi a Napoli il 3 dicembre scorso, i cui risultati sono stati ampiamente riportati dalla stampa locale, ha dimostrato la gravità e la pericolosità della situazione, soprattutto del Palazzo in Piazza San Francesco. I cittadini napoletani hanno diritto a veder esercitare giustizia con efficienza. I magistrati, gli avvocati, il personale, hanno diritto di lavorare in condizioni di sicurezza e di decoro.

Il trasferimento alla Torre A è possibile e urgente. Si possono e si debbono superare immediatamente le difficoltà burocratiche connesse ad un atto comunque complesso. Le ragioni addotte nel ricorso del Consiglio dell’Ordine, oltre che infondate, appaiono pretestuose, a fronte del degrado assoluto in cui operano attualmente gli uffici. Gli organi locali dell’A. N. M. da sempre auspicano che il trasferimento dell’intero settore civile avvenga al più presto. Se questa è la preoccupazione degli avvocati napoletani, autorevolmente espressa nella citata manifestazione del 3 dicembre scorso, essi sappiano che trovano nei magistrati gli alleati più fermi nel pretendere l’attuazione nel minor tempo possibile dello spostamento di tutti gli uffici. Occorre iniziare da subito il trasferimento, a partire dalle situazioni maggiormente pericolose e disastrate, e completarlo nei tempi più celeri. Gli inevitabili disagi, ai quali saranno sottoposti gli operatori nel periodo di transizione, sono nulla nei confronti dell’insostenibilità della situazione attuale.

L’Associazione Nazionale Magistrati sosterrà in pieno e senza riserve l’azione dei colleghi che intenderanno opporsi al ricorso presentato in sede amministrativa, nonché le altre iniziative utili e necessarie. Deve essere chiaro a tutti che l’intera magistratura associata è schierata a favore del trasferimento immediato, e che non consentirà ulteriormente che si continui ad operare in condizioni illegali e pericolose. Per questo, l’A.N.M.

METTE FORMALMENTE IN MORA
tutte le Autorità responsabili a fare quanto necessario per rendere operativo il disposto trasferimento.

Roma, 17 dicembre 2005
La Giunta Esecutiva Centrale

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Di Loredana Morandi (del 15/12/2005 @ 14:01:10, in Magistratura, linkato 319 volte)

Associazione Nazionale Magistrati

LA CONTRORIFORMA DELL’ORDINAMENTO GIUDIZIARIO
DECRETI PEGGIORI DELLA DELEGA


Il Governo sta presentando gli schemi dei decreti legislativi di attuazione della riforma dell’ordinamento giudiziario.
L’Associazione Nazionale Magistrati esprime ancora una volta la propria contrarietà a norme che cambieranno in peggio la magistratura italiana.

Noi non vogliamo:

- magistrati carrieristi ed un sistema di progressione in carriera che premia i più furbi invece che i più meritevoli sul campo;

- dirigenti degli uffici che saranno, al tempo stesso, onnipotenti e intimiditi, in virtù di una riforma che consentirà ai procuratori della repubblica perfino di imporre obblighi di facere ai loro sostituti, e imporrà a tutti i dirigenti di denunciare ai titolari dell’azione disciplinare qualsivoglia presunta manchevolezza degli altri magistrati;

- magistrati minacciati dall’obbligatorietà dell’azione disciplinare e da fattispecie vaghe e imprecisate;

- una scuola della magistratura che serva solo a distribuire certificati e non a formare ed aggiornare;

- un C.S.M. privato delle sue prerogative costituzionali, ridotto a ratificare l’operato di commissioni esterne di valutazione dei magistrati;

- il conformismo giurisprudenziale di magistrati preoccupati più di “fare carriera” che di rendere giustizia.

Noi vogliamo invece un C.S.M. credibile, forte ed efficiente, magistrati privi di condizionamenti e attrezzati professionalmente, dirigenti degli uffici giudiziari maturi ed autorevoli, una formazione professionale costante e razionale.

Nulla di tutto ciò è possibile con questa legge.

Si può fare solo una cosa: occorre una riforma vera, aderente alle esigenze della società italiana e rispettosa dei precetti costituzionali.

L’A.N.M.
chiama ancora una volta i magistrati ad esprimere la loro motivata protesta il

 
17 dicembre 2005 ore 10.00
Roma - Aula Magna - Corte Suprema di Cassazione

Al termine della manifestazione si riunirà il Comitato Direttivo Centrale dell’ANM per decidere le ulteriori iniziative.

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Di Loredana Morandi (del 09/12/2005 @ 09:26:27, in Estero, linkato 377 volte)

Net of Artists Against Wars Italy

Appeal to the kidnappers for the liberation of the 4 volunteers of the Christian Peacemaker Team 
 
The Net of the Artists Against Wars appreciates and estimates the job of the volunteers of the Christian Peacemaker Team. They daily operate in the zones of the conflicts, and in particular in Palestine and Iraq, putting themselves in game and risking the life in order to help the civil victims of the wars and of the social and humanitarian emergencies. 
 
For years we follow with attention the actions of the four volunteers of the Christian Peace Team in Iraq, and therefore we can affirm, that they are persons who only work for the Iraqi population and against the imperialist interests. 
 
The moral and political engagement of the Christian Peacemaker Team is transparent: in fact they have been the first to have given news to the world of the horrors perpetrated against the Iraqi prisoners in the jail of Abu Ghraib. 
 
The seizure of four CPT volunteers and their detainment are not useful to the fight of the Iraqi people for its independence. 
 
We ask the kidnappers to free the hostages, because they are real friends of the Iraqi people. 
 
The Net of Artists will participate to all the public initiatives of solidarity, that will be kept in Italy for the four volunteers of the Christian Peacemaker Team and for the Iraqi people. 
 
Net Artists Against Wars - Italy

Rete Artisti contro le guerre Italia 


Appello ai Sequestratori per la liberazione dei 4 volontari del Christian Peacemaker Team
 
La rete degli Artisti contro le guerre apprezza e stima il lavoro dei volontari Christian  Peacemaker Team. Essi operano nelle zone dei conflitti, ed in particolare in Palestina ed in Iraq, mettendo in gioco sé stessi e rischiando quotidianamente la vita per aiutare i civili vittime delle guerre e delle emergenze sociali e umanitarie.
 
Da anni seguiamo con attenzione l'operato dei quattro volontari del Christian Peace Teams in Iraq, e da questo possiamo affermare, che si tratta di persone che lavorano solo per il bene della popolazione irachena e contro gli interessi imperialisti globali.
 
L' impegno morale e politico di Christian Peacemaker Teams è limpido: essi infatti sono stati i primi ad aver dato notizia al mondo degli orrori perpetrati contro i detenuti iracheni nel carcere di Abu Ghraib.
 
Il sequestro dei quattro volontari CPT e la loro detenzione, non è utile alla lotta del popolo iracheno per la propria indipendenza.
 
Ci rivolgiamo ai sequestratori affinché liberino subito gli ostaggi, essi sono quattro uomini veramente amici del popolo iracheno.
 
La Rete Artisti parteciperà a tutte le iniziative di piazza, che si terranno in Italia a titolo di solidarietà nei confronti dei quattro volontari del Christian Peacemaker Teams e nei confronti del popolo iracheno.
 
Rete Artisti contro le guerre - Italia

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Di Loredana Morandi (del 09/12/2005 @ 09:23:17, in Magistratura, linkato 206 volte)

Magistratura Democratica
Sezione Piemonte - Valle d'Aosta

VAL DI SUSA

Magistratura Democratica, sezione Piemonte e Valle d'Aosta, segue con preoccupazione le notizie che giungono dalla Valle di Susa.
Ricorda come in democrazia qualunque intervento legittimo delle forze di polizia (in quanto destinato al conseguimento di un obiettivo autorizzato dalla legge) non possa non essere proporzionato al tipo ed alle modalità della resistenza da affrontare.
Non possa cioè  ledere l'incolumità di persone inermi, che manifestano per difendere i loro diritti, la cui resistenza passiva ben può essere vinta senza alcun danno per l'integrità fisica loro e delle forze dell'ordine.
Sottolinea il pericolo insito in questi momenti di tensione per la facile strumentalizzazione da parte di chi opera fuori della legalità e può sfruttare queste occasioni per  ideare  ed organizzare  atti vandalici o terroristici.
Si augura che cessino al più presto le prove di forza e che la politica torni ad appropriarsi di uno spazio e di una discussione, che non può essere governata attraverso l'intervento della polizia.

Torino, 7 dicembre 2005
la segreteria regionale

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Di Loredana Morandi (del 08/12/2005 @ 10:10:48, in Magistratura, linkato 271 volte)
07.12.2005
Il presidente della Cassazione: giustizia devastata dalla Cirielli
di red.

«Un obbrobrio» che avrà «effetti devastanti», cancellando il 50 per cento dei processi e che perciò porterà alla «bancarotta». È il duro atto d'accusa che il primo presidente della Cassazione, Nicola Marvulli, lancia alla ex Cirielli. Lo fa parlando ad un dibattito sulla legge organizzato insieme dall'Unione delle Camere Penali e dall' Associazione Nazionale Magistrati, alla presenza di parlamentari della maggioranza e dell'opposizione.

Marvulli lamenta il fatto che le toghe non siano state ascoltate dai politici, siano state cioè «emarginate dal dialogo». Auspica una riflessione non solo sulla ex Cirielli ma anche sulla legge sulla legittima difesa che definisce «un'aberrazione» e sulla proposta Pecorella sulle impugnazioni «che stravolge il giudizio in Cassazione». E poi sempre a proposito della Cirielli dice: «La Cassazione potrà prendere iniziative sui limiti di applicazione di questa normativa, cioè se la esclusione dell'applicabilità ai processi in Cassazione sia compatibile con l'articolo 3 della Costituzione».

Marvulli è un fiume in piena. Lui che presiede i lavori del dibattito prende la parola per ben tre volte per demolire pezzo a pezzo la ex Cirielli. E parla fuori dai denti di una legge che «aveva un padre» che ora «è un ex» e uno scopo «che è stato abbandonato». Prima Marvulli attacca le norme sulla prescrizione: «Quando si abbassano i termini di prescrizione si deve intervenire sul processo oppure si va verso la bancarotta», dice precisando che il 50% delle pendenze in Cassazione «andranno in fumo». Poi il primo presidente della Cassazione critica duramente le norme sui recidivi ricordando che persino nella Germania nazista ci fu «il ripudio, la ripulsa della colpa di autore».

Ed è proprio parlando della recidiva e del fatto che al giudice è tolta ogni discrezionalità («diventeremo dei notai nell' applicazione della pena») che Marvulli parla di «salto nel buio». E dice sconsolato: «Non credo che a breve termine questo obbrobrio sarà cancellato dal legislatore, io me lo auguro ma ho deboli speranze». L'affondo finale è per la politica, o meglio per la maggioranza. Ad ascoltarlo c'è il responsabile giustizia di Forza Italia, Giuseppe Gargani. A lui ricorda che la maggioranza è stata «un anno a discutere della ex Cirielli. Ma perché, perché non ci avete ascoltato prima?. Già allora avevamo indicato gli effetti disastrosi di questa legge». «Noi magistrati - insiste ancora Marvulli - abbiamo fatto tutto quello che era nelle nostre possibilità, ma siamo stati emarginati dal dialogo. Ma perché prima di mettersi al tavolo della politica non si sentono le voci degli operatori del diritto?».

L'Unità online del 7.12.2005

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Di Loredana Morandi (del 29/11/2005 @ 11:51:25, in Indagini, linkato 314 volte)

Il giovane marocchino esulta: «Grazie Italia». Frattini contro i Paesi europei che hanno ospitato prigioni Cia


«Non è terrorista»: assolto l'islamico Daki

Milano, la sentenza della Forleo confermata anche per due tunisini. 
  
dal Corriere - 29 novembre 2005

Assoluzione per tutti e tre anche in secondo grado. Per la Corte d'Assise d'Appello di Milano il marocchino Mohammed Daki e i due tunisini Maher Bouyahia e Ali Ben Sassi Toumi non sono colpevoli di terrorismo internazionale. Si tratta dei tre islamici che nel gennaio scorso il gup Clementina Forleo assolse dalla stessa accusa scatenando molte polemiche. Esultanti gli imputati: Daki (assolto da tutte le accuse mentre i tunisini sono stati condannati a 3 anni per un altro tipo di reato) ha ringraziato l'Italia.
Franco Frattini, commissario Ue a Giustizia, libertà e sicurezza, ha definito inevitabile la sospensione dei diritti di voto a quei Paesi europei che hanno ospitato le prigioni Cia.

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Assolti i tre islamici accusati di terrorismo
Confermata la sentenza del gup Forleo. Daki: «Interrogato da agenti Usa senza difensore»
«Viva la giustizia italiana», hanno gridato gli imputati Due condannati per associazione a delinquere
Paolo Biondani

MILANO - Anche i giudici d'appello hanno assolto dall'accusa di terrorismo internazionale i tre maghrebini che furono arrestati nel 2003 con l'accusa di reclutare kamikaze per la guerra in Iraq. Il verdetto di ieri conferma che era giusta la sentenza di primo grado del giudice Clementina Forleo, che il 24 gennaio scorso aveva per la prima volta sancito la necessità di distinguere tra guerriglia e terrorismo applicando il diritto internazionale. Cioè quei principi generali che consentono di condannare solo se è provata «oltre ogni ragionevole dubbio» la pianificazione di «stragi indiscriminate contro la popolazione civile». Una decisione che scatenò l'ira di numerosi parlamentari e ministri del centro-destra.
LA SENTENZA-BIS — La terza corte d'assise d'appello, dopo sei ore di camera di consiglio, ha assolto da tutte le accuse il marocchino Mohammed Daki, che il giudice Forleo aveva invece condannato per ricettazione di passaporti falsi. Gli altri due imputati, i tunisini Alì Toumi e Maher Bouyahia, sono stati di nuovo condannati a tre anni di reclusione solo per falsificazione di passaporti e per associazione per delinquere diretta a favorire l'immigrazione clandestina, ma senza la più grave «finalità di terrorismo internazionale». Secondo autorevoli fonti giudiziarie, la futura motivazione ricalcherà la sentenza Forleo: è dimostrato che Toumi e Bouyahia facevano parte di un'organizzazione che reclutava in Italia integralisti islamici per mandarli a combattere in Iraq con i guerriglieri di «Al Ansar Al Islam»; ma la Procura non è riuscita a fornire prove certe che quei mujaheddin progettassero «attentati contro civili».
IL VERDETTO — I giudici avevano acquisito anche la sentenza del giudice Luigi Cerqua, che aveva motivato le analoghe assoluzioni nel processo Bazar spiegando che la questione di fondo è la mancata legittimazione internazionale della guerra «unilaterale» guidata dagli Stati Uniti: la presenza in Iraq di truppe straniere è coperta dall'ombrello dell'Onu solo «dal 30 giugno 2004», cioè da quando è nato il primo «legittimo governo iracheno». Fino ad allora, gli attacchi a soldati stranieri vanno equiparati ad azioni di «guerriglia», mentre è «terrorismo» solo un attentati contro civili o contro istituzioni di pace «come l'Onu o la Croce rossa». Il problema di partenza è che il nuovo reato introdotto dopo l'11 settembre (articolo 270 bis) non spiega il significato di «terrorismo» e rinvia ai giudici il compito di definirlo. Finora in tutta Italia si contano solo tre condanne, tutte nate da questa stessa inchiesta milanese.
LE REAZIONI — «Allah u-akbar, Dio è grande». «Viva L'Italia, viva la giustizia italiana». Le prime parole che filtrano dall'udienza a porte chiuse sono le urla di gioia di Ali Toumi, che pure resterà in carcere fino al 2006, come Bouyahia, per aver procurato passaporti falsi ai «guerriglieri» di Al Ansar e per aver venduto documenti taroccati ai curdi iracheni arrivati da clandestini in Italia. Daki invece, per i giudici d'appello, è totalmente innocente: la sentenza dice che non ha mai fatto parte neppure dell'associazione semplice, cioè della banda dei falsari. Unico imputato in libertà, Daki commenta con un sorriso liberatorio il verdetto: «Sono innocente, l'ho sempre detto che sono innocente e devo ringraziare il giudice Forleo e questa Corte che finalmente lo ha riconosciuto». Contro Daki pesa un decreto ministeriale di espulsione dall'Italia, che però il suo avvocato Vainer Burani confida di «far revocare dopo questa assoluzione piena», aggiungendo che «comunque è sospeso fino a quando durerà la misura di prevenzione dell'obbligo di firma». Daki ha molta «paura di tornare in Marocco» e il suo avvocato chiederà «asilo politico in Europa, probabilmente in Germania». Mentre aspettava il verdetto, Daki ha confermato che ad Amburgo, dove ha vissuto dal 1989 al 2002, era diventato «amico» di due boss dell'integralismo ora prigionieri degli americani con l'accusa di essere i «cervelli» dell'attacco dell'11 settembre: «Certo, conoscevo Ramzi Binalshibh, ma gli ho solo prestato il mio indirizzo postale per i suoi permessi di soggiorno. E non credo che Hayder Zammar fosse il reclutatore di Mohammed Atta: non era nemmeno salafita, era solo un filosofo...».
ACCUSE — Assolto da tutto, ora è Mohammed Daki a trasformarsi in accusatore: «Il pm Dambruoso mi ha fatto interrogare per due giorni senza avvocato, il 6 e 7 ottobre 2003, da agenti americani che dicevano di essere dell'Fbi. Ma ora penso che ci fosse anche Bob, l'uomo della Cia che ha rapito l'imam di Milano». Il pm Dambruoso, naturalmente, smentisce tutto e annuncia querele.

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STEFANO DAMBRUOSO

«Troppe contraddizioni, ci vogliono giudici specializzati»
Giuseppe Guastella

MILANO — L'assoluzione di Mohammed Daki, in attesa della motivazione della sentenza d'appello, può essere per ora interpretata in due modi: il marocchino è completamente innocente oppure i giudici hanno ritenuto che gli elementi portati dai pubblici ministeri non fossero sufficienti a supportare, fino a una condanna, l'accusa di terrorismo internazionale. Si tratta di una norma che, introdotta di recente nel codice penale con l'articolo 270 bis, secondo taluni è troppo generica e difficile da applicare. Dal Sudamerica, dove è impegnato in un lavoro — ma non vuole precisare di cosa si tratti — legato al suo incarico di esperto giuridico e di terrorismo internazionale presso la rappresentanza italiana alla sede Onu di Vienna, Stefano Dambruoso, il pm milanese che guidò le indagini che portarono all'arresto di Daki, ovviamente non condivide la sentenza.
Perché?
«Chiaramente ogni sentenza va rispettata. Andava rispettata quella del gup Forleo, che riteneva si trattasse di guerriglieri e non di terroristi, così come quella, diametralmente opposta, del gup di Brescia. A fronte degli stessi fatti, quindi, i vari giudici che se ne sono occupati hanno emesso sentenze diverse».
E non va bene?
«Ciò che voglio dire è che si ripropone il problema della trasformazione in verità processuale di fatti che la procura ha ritenuto penalmente rilevanti durante le indagini. Secondo noi si trattava di una cellula del terrorismo islamico che al Nord Italia fabbricava documenti falsi e raccoglieva reclute e fondi da mandare in Iraq per la guerra santa, la jihad. Vicende illecite che i giudici hanno ritenuto indizi gravi ponendole alla base delle ordinanze di custodia cautelare che sono state confermate fino in Cassazione. Quelle vicende non sono state messe in discussione da nessuna delle varie sentenze».
Cosa propone per evitare che sugli stessi fatti ci siano sentenze opposte?
«Per prima cosa, credo sia necessaria l'istituzione, ormai generalmente condivisa, di una procura nazionale antiterrorismo capace di coordinare l'azione di tutte le procure locali impegnate in questo tipo di indagini. Come interlocutore istituzionale di questa procura, molti sostengono la necessità della creazione di un giudice specializzato negli stessi termini. Così si assicurerebbe un'uniformità di sentenze, sia di condanna che di assoluzione».
Parla di giudici speciali?
«La nostra legge non consente giurisdizioni speciali. Ciò nonostante molti studiosi reclamano giudici che abbiamo una specializzazione tecnica in terrorismo internazionale».
Ma non si rischia di avere pesi e misure diverse tra i processi, per così dire normali, e quelli di terrorismo internazionale?
«Mi limito a ricordare che già oggi per gli indagati per terrorismo internazionale vige nel nostro ordinamento la stessa disciplina che vige per i mafiosi. Non si tratta di un doppio piano di valutazione, ma di strumenti diversi per tipologie di reato ritenute dal legislatore particolarmente gravi».
Daki ha ripetuto di essere stato interrogato senza un difensore da agenti americani nel suo ufficio in Procura. Lo stesso avrebbe raccontato un altro imputato.
«In Italia chiunque può esprimere le proprie opinioni. Quindi se Daki vuole può farlo liberamente».
Sta dicendo che non è vero?
«Le ricordo che abbiamo indagato Daki perché colto mentre dava ospitalità a Ciise il somalo su ordine dalla Siria del mullah Fouad. Questi fatti storici, che per la Procura di Milano erano la prova del supporto offerto a pericolosi jihadisti che dall'Italia volevano partire per l'Iraq, sono stati ammessi dallo stesso Daki. Da questi fatti Daki si è difeso avendo a disposizione, fin dal primo minuto della sua detenzione, un difensore e traduttori, peraltro pagati dallo Stato, per assicurargli le garanzie difensive riservate a tutti».
gguastella@corriere.it

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Daki accusa: interrogato anche da americani, Dambruoso smentisce. Frattini: la Ue punisca gli Stati che ospitarono prigioni Cia
Islamici assolti, è polemica
Terrorismo, l´appello dà ragione alla Forleo. Il Polo all´attacco

da Repubblica - 29 novembre 2005

MILANO - Sono stati assolti dall´accusa di terrorismo internazionale i tre islamici già prosciolti in primo grado dal giudice per l´udienza preliminare Clementina Forleo. La terza Corte d´assise d´appello di Milano si è così pronunciata nei confronti del marocchino Mohamed Daki e dei tunisini Maher Bouyahia e Ali Ben Saffi Toumi. Dopo la sentenza, i tre imputati in aula hanno urlato «Allah è grande» e «Viva l´Italia». I giudici hanno assolto Daki da tutti i capi di imputazione, compresi quelli meno gravi, e hanno riconosciuto gli altri due imputati colpevoli dei reati di associazione a delinquere, ricettazione e favoreggiamento dell´immigrazione clandestina, condannandoli a tre anni di reclusione. Daki ha accusato: interrogato anche da americani. Il magistrato Dambruoso smentisce. Il Polo all´attacco. Il commissario Ue Frattini: l´Europa punisca gli Stati che ospitarono prigioni Cia.
COLAPRICO, FAZZO, OPPES, SANSA e TARQUINI
ALLE PAGINE 2, 3 e 4

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"I tre islamici non sono terroristi"
a Milano assoluzione e polemiche
"La Cia ci interrogò dal pm: parlate o finite a Guantanamo"
Smontate le accuse per Mohamed Daki che urla "Allah è grande, viva l´Italia"
Gli altri due condannati solo per documenti falsi. "Messi sotto torchio da Bobby Lai

LUCA FAZZO

MILANO - «Allah è grande». E, subito dopo: «Viva l´Italia». La porta dell´aula della Corte d´assise è sbarrata, ma le grida di Mohamed Daki e dei suoi confratelli rimbalzano fino in corridoio. Sono grida di vittoria, di sollievo, ma anche di rabbia. Il giudice Santo Belfiore ha appena finito di leggere la sentenza che conferma per filo e per segno, e anzi rafforza, il verdetto che undici mesi fa aveva reso celebri in Italia e fuori questi tre giovanotti marocchini: quella con cui il giudice preliminare Clementina Forleo li aveva assolti dall´accusa di terrorismo internazionale, demolendo le accuse raccolte dalla procura della Repubblica. Per quella decisione, la dottoressa Forleo si era trovata al centro di polemiche furibonde. Ma ieri bastano poche ore di camera di consiglio perché anche i giudici d´appello dicano: non sono terroristi. A presiedere la corte è un magistrato lontano dal cliché della toga rossa, Santo Belfiore, settant´anni, siciliano di Fiumefreddo, fama di arcimoderato. Ma ancora più notevole è forse che a firmare l´assoluzione-bis dei tre militanti islamici siano i sei giudici popolari, sei cittadini qualunque chiamati a valutare insieme ai magistrati le prove raccolte dalla Digos milanese.
«Sono contento perché non avevo fatto niente - esulta Mohamed Daki, l´unico che ha atteso la sentenza a piede libero - adesso farò una festa con i miei amici al dormitorio di Reggio Emilia». Ma l´euforia lascia presto il passo alla polemica, è come se l´assoluzione desse il via libera ad accuse che finora i tre inquisiti si erano tenuti dentro. «Adesso possiamo parlare», tuona l´avvocato di Ali Ben Sassi Toumi, che si è visto condannare solo per documenti falsi. E Daki racconta: «Mi vennero a prendere in cella a Como, mi portarono nell´ufficio del pm Stefano Dambruoso. Lì mi hanno mostrato un tesserino dell´Fbi e mi hanno fatto domande, io dicevo quello che sapevo e loro mi dicevano che raccontavo bugie, che sarei finito per vent´anni a Guantanamo. Io chiedevo dov´era mio difensore ma loro mi dicevano che non ce n´era bisogno». Ad interrogarlo, sostiene Daki, c´era anche Bob Lady, il capocentro Cia di Milano, oggi latitante con l´accusa di avere sequestrato un imam estremista, Abu Omar.
Mohamed Daki è un fiume in piena. Anche i suoi coimputati, Maher Bouhaya e Ali Ben Sassi Toumi, che hanno ascoltato la sentenza in gabbia, raccontano attraverso i loro avvocati storie simili: e Toumi, d´altronde, di storie di servizi segreti ne conosce sicuramente, essendo diventato nel frattempo una fonte del Sismi (il che non gli ha impedito di ritrovarsi nel carcere di massima sicurezza di Bad´e Carros). Ma la vera storia di questi tre immigrati ieri resta sullo sfondo, quasi travolta dall´impatto di una assoluzione che forse neppure loro si aspettavano. Cosa faceva Daki in Germania? Lo studente, come dice lui, o il militante di Al Qaeda, legato a Mohamed Atta, il capo dell´11 settembre, e a Ramzi Binalshib, il ventesimo uomo del commando, quello che non riuscì a imbarcarsi per l´America? E di cosa parlavano Daki e i suoi amici nelle intercettazioni, di missioni suicide o di faccende innocue stravolte dalla traduzione?
È su questo che si sono scontrati accusa e difesa, è su questo che le motivazioni della sentenza - che verranno depositate tra tre mesi - andranno lette con attenzione. Non è affatto scontato che la Corte d´assise abbia assolto i tre imputati per lo stesso motivo per cui li assolse la Forleo, quando sostenne che partecipare a una guerra di guerriglia non significa essere terroristi. È possibile che Belfiore e i suoi giurati si siano fermati un passo indietro, che abbiano ritenuto inconsistenti le prove, inammissibili gli indizi. Ma sempre di assoluzione si tratta. Come dice Gabriele Leccisi, uno degli avvocati: «I signori del governo che avevano attaccato brutalmente un esponente della magistratura italiana sono stati finalmente serviti».

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Il coordinatore di Forza Italia, Sandro Bondi: "Decisione che sconcerta". Cautela nel centrosinistra
Contro i magistrati l´ira del Polo
La Lega: "Processo da rifare, ma non a Milano"
Fistarol (Margherita): "Sentenza da rispettare ma riflettiamo su come combattere il terrore"

MILANO - «Il rito Ambrosiano ha colpito ancora. Via il processo da Milano». Non usa mezzi termini il leghista Roberto Calderoli. E attacca la sentenza della Corte d´Appello: «Sono sconcertato dall´esito del processo che ha assolto i tre imputati. Le motivazioni presentate dall´accusa - aggiunge il ministro per le Riforme - risultavano estremamente precise e fondate. Ora non resta che attendere il ricorso in Cassazione, che mi auguro la Procura vorrà presentare immediatamente per trasferire il processo in una città diversa da Milano».
Quello di Calderoli è solo il primo di una lunga serie di commenti. Duro anche Guido Rossi, vicepresidente della Lega Nord a Montecitorio: «Questa sentenza mi fa pensare che, nonostante l´esistenza di strumenti legislativi adeguati, siamo di fronte ad un´anarchia giudiziaria che stronca sul nascere ogni tentativo di dare risposte repressive e preventive al terrorismo islamico», commenta l´esponente leghista. Ma tutto il centrodestra attacca la decisione dei magistrati milanesi: «Desta sconcerto e preoccupazione», così Sandro Bondi, coordinatore di Forza Italia. «È mai possibile - aggiunge Bondi - che indagini accurate e approfondite debbano essere nullificate da sentenze che fanno sparire il reato di terrorismo? C´è un interesse superiore del nostro Paese, della sua sicurezza e dell´incolumità dei cittadini - conclude Bondi - che dovrebbe indurre a una comprensione e a una collaborazione tra i diversi poteri dello Stato».
Cauto il commento di Maurizio Fistarol, responsabile della Sicurezza della Margherita: «Le sentenze della magistratura vanno rispettate. Senza entrare, tuttavia, nel merito della decisione milanese, è venuto il momento di chiederci quali siano oggi gli strumenti di diritto a nostra disposizione in ambito nazionale e internazionale per contrastare il terrorismo. È perfettamente inutile che adesso la Lega chiami in causa la magistratura. Chi protesta per la sentenza di oggi si ponga, piuttosto, la questione di che cosa abbia fatto in tutti questi anni per approvare misure rigorose e severe in Italia e in Europa contro il terrorismo internazionale».
Reazioni, però, anche alle dichiarazioni di Mohamed Daki che ha raccontato di essere stato interrogato da agenti americani negli uffici della Procura di Milano. Senza difensore. E subendo minacce. Tutto alla presenza di un pm italiano. «Quanto è accaduto è molto grave: una conferma della violazione della sovranità territoriale. È uno scandalo che agenti americani possano intervenire così nelle nostre indagini», attacca il verde Paolo Cento. E Niccolò Ghedini di Forza Italia: «È un episodio che va approfondito. Bisogna chiarire se c´erano i presupposti per un interrogatorio senza avvocato e se c´era un accordo perché l´esame fosse condotto da agenti stranieri».
(f. sa.)

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L´INTERVISTA
Parla Clementina Forleo che in gennaio mandò assolti i tre subendo critiche e attacchi
La rivincita della prima giudice "Un anno di insulti e minacce"
"Non ne faccio una questione personale, questa è una vittoria dello stato di diritto"
FERRUCCIO SANSA

MILANO - «Assolti?». Sì, signor giudice, niente terrorismo internazionale, solo condanne minori. «Ma siete proprio sicuri?», chiede Clementina Forleo. Certo, la Corte d´Appello ha confermato la sua sentenza di primo grado. «Sono felice, tanto felice», e la voce di Clementina per la prima volta, per una frazione di secondo si incrina. Per tutto il pomeriggio ha atteso l´esito della sentenza e adesso parla fitto fitto, come se avesse aspettato dodici mesi per lasciarsi andare. È commossa, sì. «È stato un anno terribile. Calunnie, menzogne, minacce. Ce l´ho messa tutta per tenere duro. Ci sono voluti nervi saldi. Sia chiaro, però, che io non ne faccio una questione personale: questa è una vittoria per lo Stato di diritto. Con questa decisione si dimostra che tutti i cittadini sono uguali davanti alla legge».
Davvero non è felice anche un po´ per se stessa?
«Ecco, sì, sono contenta perché questa decisione conferma quello che avevo scritto nella mia sentenza. Io ho fatto solo il mio lavoro, ho deciso quello che in cuor mio ritenevo giusto. Ma per questo ho subìto attacchi terribili».
Che cosa intende?
«Di tutto, questo è stato l´anno più difficile della mia vita».
Minacce?
«Centinaia di messaggi. Provate a immaginare che cosa significhi accendere il computer la mattina e trovare mail che ti coprono di insulti. Che ti minacciano di morte. Poi lettere infilate nella mia cassetta da gente che sapeva dove abitavo. E telefonate. Alla fine mi hanno offerto la scorta».
Ma lei l´ha rifiutata?
«Sì. Era una questione di coerenza: non potevo accettare la protezione quando a espormi al pericolo erano state proprio le dichiarazioni e gli attacchi violenti di alcuni esponenti delle istituzioni».
Da chi sono arrivati gli attacchi più duri?
«Perfino da ministri».
Il ministro Castelli?
«Lui mi ha mandato gli ispettori a palazzo di Giustizia».
Anche Gasparri e altri ministri non sono stati teneri con il gip Forleo. Lei li ha citati in giudizio?
«Sì, ministri e parlamentari. Avevano fatto affermazioni offensive per me e soprattutto per la funzione che esercito: una sentenza di un giudice dello Stato non può essere attaccata da chi dovrebbe conoscere la legge. Ma c´è anche chi, pur di cavalcare la tigre dell´opinione pubblica, è stato disposto a calunnie. Menzogne. Adesso la questione è in mano al mio avvocato Giulia Bongiorno».
Quali sono stati i momenti più difficili?
«Un venerdì mattina. Ero nel mio ufficio e ho sentito bussare alla porta. Erano gli ispettori mandati dal ministro Castelli. A loro ho dovuto spiegare tutti i motivi che mi avevano portato a decidere. Come se l´accusato, alla fine, fosse il giudice».
In molti, però, l´hanno difesa.
«Veramente dall´opposizione ho sentito molto silenzio. Io ho avvertito soprattutto l´appoggio dei colleghi, anche di quelli che non erano d´accordo con la mia decisione. Perché la questione è un´altra: i giudici non devono essere "processati" per quello che decidono. Ma ci sono stati anche esperti di diritto internazionale, che senza conoscermi mi hanno dato ragione». Forleo si ferma un attimo, la voce diventa più sottile: «Poi c´è il mio compagno. E i miei genitori».
Ma quella distinzione tra guerriglieri e terroristi. Ne è sempre convinta?
«Certo, è un discorso complesso: si parlava di atti compiuti in Iraq, durante il periodo bellico. E di azioni ai danni di militari, non di civili».
Un discorso delicato di questi tempi, non trova?
«Sapevo che sarei andata incontro a polemiche, ma pensavo che quella fosse la decisione giusta».
Ma perché si sono scagliati tanto violentemente contro di lei?
«Forse anche perché sono una donna. Altrimenti perché i miei colleghi uomini che hanno preso decisioni simili non hanno subìto lo stesso trattamento?».
Ha avuto le sue rivincite.
«Oggi sono ancora più felice di aver fatto il magistrato». 

www.dsonline.it

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Associazione Nazionale Magistrati

Raffaele Sabato nominato al CCJE

Con immenso piacere informo che il collega Raffaele Sabato, giudice del Tribunale di Napoli e componente del Comitato Direttivo Centrale dell’A.N.M., è stato nominato all’unanimità Presidente del Consiglio Consultivo dei Giudici Europei (CCJE) presso il Consiglio d'Europa, organo del quale è componente su designazione del Consiglio Superiore della Magistratura, e che è formato dai rappresentanti di 46 Paesi europei. Succede in tale carica ai colleghi Jonathan Mance (Lord giudiziario alla Camera dei Lords del Regno Unito) e Alain Lacabarats (consigliere della Corte di cassazione francese).

A Lello vanno le congratulazioni dei magistrati italiani, orgogliosi di annoverarlo tra di loro, e gli auguri di buon lavoro nel prestigioso ed oneroso incarico.

Roma, 28 novembre 2005

Ciro Riviezzo
Presidente Associazione Nazionale Magistrati

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Magistratura Democratica

"Il Caso Italia" al Comitato dei Ministri del Consiglio d'Europa

Domani, 29 novembre, il Comitato dei Ministri del Consiglio d’Europa esaminerà per l’ennesima volta il “caso Italia”.

Da anni il Consiglio chiede al nostro Ministro della giustizia di fornire dati attendibili e rassicuranti sulle misure prese per diminuire la durata eccessiva dei procedimenti giudiziari ricevendo risposte che evidentemente ritiene elusive ed insufficienti. Lo scorso 13 ottobre il Comitato ha dovuto prendere atto “che il problema dell’eccessiva lungaggine della giustizia italiana resta irrisolto” e che il “piano .. predisposto [dal Governo] per fronteggiare questa situazione … non costituisce una risposta sufficientemente esauriente al problema”.

Il nostro Paese rischia ora che venga addirittura nominata una Commissione ad hoc col compito di analizzare il problema e proporre una soluzione globale adeguata, il che costruirebbe una grave umiliazione ed un inaudito precedente.

Mentre la giustizia si dibatte tra difficoltà di ogni genere tra tagli al bilancio e mancanza di progetti seri, da anni si preferisce percorrere la strada della controriforma dell’Ordinamento giudiziario, della contrapposizione con le categorie interessate, delle leggi ad personam e ora della ex-Cirielli, anziché quella di misure organizzative e processuali necessarie per ridare al nostro sistema una minima credibilità internazionale. I magistrati, gli avvocati e i funzionari amministrativi italiani non meritano davvero questa ennesima brutta figura.

Il segretario nazionale
Ignazio Juan Patrone

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Di Loredana Morandi (del 28/11/2005 @ 20:14:22, in Magistratura, linkato 412 volte)

POL:FINANZIARIA 2005-11-25 19:37
FINANZIARIA: EMENDAMENTO FI RITOCCA ETA' PENSIONE MAGISTRATI
NORMA POTREBBE INCIDERE SU CONCORSO PROCURA PALERMO
ROMA (ANSA) - ROMA, 25 nov - Innalzare da 70 a 72 anni l'età pensionabile dei magistrati : è quanto prevede un emendamento presentato alla Finanziaria dal deputato di Forza Italia Pierantonio Zanettin. Una modifica che avrebbe l'effetto di riaprire le porte per l'assegnazione di incarichi di vertice nella magistratura a circa 400 tra giudici e pubblici ministeri con più di 66 anni, che ne erano stati tagliati fuori dalla riforma dell'ordinamento giudiziario. E che perciò, se approvata, inciderà sui prossimi concorsi, e molto probabilmente anche su quelli già in corso, a cominciare dal quello per la nomina del nuovo procuratore di Palermo. Proprio sul concorso per la successione di Pietro Grasso a Palermo si potrebbe aprire una partita dagli  esiti imprevedibili. Della modifica potrebbe beneficiare il procuratore di Messina Luigi Croce, che pur essendo potenzialmente un candidato molto forte, per l'ampio consenso che riscuoterebbe nel Csm, attualmente è fuori gioco per l'età (67 anni). Ma se l'emendamento venisse approvato potrebbe presentare domanda anche l'ex procuratore di Palermo e ora pg di Torino, Giancarlo Caselli; la sua sarebbe un'iniziativa provocatoria, visto che la norma dei 66 anni servì per tagliarlo fuori dalla corsa per la procura nazionale antimafia. L'emendamento di Zanottin non fa nessun riferimento ai  bandi già aperti per coprire i posti direttivi, ma, spiega lo stesso proponente, "presumo che si possa applicare anche ai concorsi in essere".
Una possibilità che sembra concreta anche al consigliere del Csm Francesco Menditto, sino a qualche mese fa presidente della Commissione per gli incarichi direttivi di Palazzo dei marescialli, secondo il quale se l'emendamento venisse approvato c'é il rischio che il Consiglio debba rifare  i concorsi già banditi, con il risultato di "rallentare le nomine dei dirigenti". Zanottin comunque assicura di non aver pensato per nulla a chi potrebbe essere favorito a Palermo dal suo emendamento: "non è questa la finalità della mia proposta". (SEGUE).

FINANZIARIA:EMENDAMENTO FI RITOCCA ETA' PENSIONE MAGISTRATI (2)
(ANSA) - ROMA, 25 nov - A escludere dagli incarichi di  vertice i magistrati che hanno compiuto più di 66 anni è stato l'emendamento Bobbio alla riforma dell'ordinamento giudiziario,  prevedendo che chi viene nominato capo di un ufficio giudiziario  debba assicurare quattro anni di permanenza prima della pensione. Con la modifica di Zanettin (ma lo stesso Bobbio aveva  già presentato in Senato alla Finanziaria un emendamento dello  stesso tenore) la soglia critica si sposterebbe a 68 anni. Per  questo, se la norma venisse approvata e si applicasse alle  procedure in corso, probabilmente il Csm dovrebbe riaprire i  termini dei concorsi per consentire di presentare domanda a chi  non l'ha fatta ritenendo di non avere i requisiti.
"Risolto il problema della procura nazionale antimafia ed  escluso per legge Caselli oggi si torna indietro e gli uffici  direttivi si potranno anche dare ai magistrati che hanno  compiuto 68 anni- polemizza dal Csm Menditto -. E' sempre più  chiaro che il vero pericolo era Giancarlo Caselli alla Direzione  nazionale antimafia. Mi chiedo dopo questi repentini cambiamenti  cosa accadrà ai concorsi in atto al Csm. Ancora una volta si rischia di rallentare le nomine dei dirigenti". "Il mio emendamento non era per tagliar fuori Caselli"  replica Bobbio, che sull'ipotesi che il Pg di Torino si candidi  a Palermo osserva: "non ho mai visto un procuratore  generale  che torna a fare il procuratore della Repubblica. Il che la dice lunga sulla sua imparzialità".(ANSA).

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Di Loredana Morandi (del 23/11/2005 @ 16:00:24, in Magistratura, linkato 304 volte)

Associazione Nazionale Magistrati


Sezione Distrettuale di Milano

La giunta distrettuale di Milano dell'ANM deve ancora una volta manifestare sconcerto e preoccupazione per le  ennesime gravi , pretestuose e ingiustificate dichiarazioni del Ministro della Giustizia nei confronti del collega Armando SPATARO  volte a  delegittimare sul piano professionale - ancora una volta con totale disprezzo per il proprio ruolo   istituzionale - l'operato di Magistrati titolari di delicati indagini  e processi.

Quanto poi alla ormai inflazionata ( ma quanto delegittimante ) definizione di " magistrato militante " , vien da pensare che come per il generale Sheridan  " l' unico  indiano buono era l' indiano morto " , così per qualcuno l' unico Magistrato buono è quello che non ha opinioni , che non pensa e che , possibilmente , rinunci ad esercitare i suoi elementari diritti costituzionali.

La giunta distrettuale di Milano dell'ANM esprime - anche a nome di tutti i colleghi milanesi-piena solidarietà al collega Armando SPATARO, da tutti conosciuto e stimato  per  il grande valore , l' impegno professionale e l'equilibrio da sempre dimostrato in importanti indagini su terrorismo e criminalità organizzata

Milano 23-11-2005
La Giunta

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