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 shutoku - hi izuru tokoro no tenshi - ryouko yamagishi... di Admin
 
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"Devi concentrarti interamente a ciascuna giornata, come se un fuoco infuriasse fra i tuoi capelli."

Deshimaru
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Di seguito tutti gli interventi pubblicati sul sito, in ordine cronologico.
 
 
Di Loredana Morandi (del 14/02/2005 @ 18:08:38, in Magistratura, linkato 247 volte)

Giustizia: 500 gli emendamenti di cui 350 dai Ds, 100 dalla Margherita, 50 dai Verdi

(ANSA) - ROMA, 14 FEB - Sono 500 gli emendamenti che hanno presentato i senatori del centrosinistra al disegno di legge sulla riforma dell'ordinamento giudiziario. I Ds ne hanno presentati 350 mentre 100 sono gli emendamenti della Margherita e 50 quelli dei Verdi. Il disegno di legge e' all'esame in questi giorni della commissione giustizia di Palazzo Madama.

Domanda lecita: ma Prc e Pdci?

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Di Loredana Morandi (del 14/02/2005 @ 17:29:07, in Magistratura, linkato 263 volte)

Associazione Nazionale Magistrati
MOVIMENTO PER LA GIUSTIZIA


 
ASSORDANTE SILENZIO
 
Le farneticanti espressioni usate domenica 13 febbraio nella manifestazione della Lega a Verona dovrebbero ricevere l'attenzione che meritano,per la loro volgarità e per la completa assenza di senso dello Stato,se non fossero state pronunciate in presenza e con il contributo di un Ministro della Repubblica,al quale la posizione istituzionale e i doveri del ruolo impongono sobrietà e senso di responsabilità.
 
Ma quel che più sorprende e preoccupa è il silenzio che su tale vicenda mantengono i Colleghi di Governo del Ministro Calderoli e i partiti alleati della Lega nella maggioranza di governo (a parte alcune flebili critiche espresse a titolo individuale).
 
Ci si chiede se tale silenzio significhi distrazione su un tema così importante come quello della salvaguardia della serenità e dell'indipendenza dei magistrati; oppure se esso significhi consenso con le gravissime affermazioni e minacce formulate a Verona.
 
In ogni caso si tratterebbe di un silenzio grave e preoccupante.
 
In ogni caso si rende opportuna una chiara presa di posizione del Governo e dei partiti della maggioranza,per chiarire quale sia la loro posizione di fronte a tali episodi di incitamento all'aggressione dei magistrati.
 
Il MOVIMENTO PER LA GIUSTIZIA si riserva di adottare le più opportune iniziative a tutela del buon nome e della serenità dei magistrati che,oggi come domani,divengono obiettivo di aggressioni e di minacce per il solo fatto di adempiere il loro dovere.
14 febbraio 2005
 
Piero MARTELLO
Presidente del Movimento per la Giustizia

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Di Loredana Morandi (del 14/02/2005 @ 17:26:29, in Magistratura, linkato 245 volte)

Associazione Nazionale Magistrati
Il Vice Presidente

Sulla manifestazione di Verona

E’ assai preoccupante che, mentre si lascia la giustizia in condizioni pietose e si approvano riforme incostituzionali, da parte anche di esponenti di governo e di parlamentari continui una campagna di odio e delegittimazione nei confronti dei magistrati, alimentata da bassezze, volgarità e pantomime, volta a mettere esplicitamente in discussione il principio di indipendenza della magistratura, presidio di eguaglianza di tutti i cittadini di fronte alla legge. I processi di piazza sono e devono rimanere estranei allo Stato di diritto.

Roma, 14 febbraio 2005

Il Vice Presidente
Ciro Riviezzo

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Di Loredana Morandi (del 14/02/2005 @ 10:22:59, in Politica, linkato 261 volte)

.. Loredana Vaccani, Stefano Grigolato, Giorgio Ghezzi, Giorgio Montecchi, ma in particolare a Romano Vecchiet da Loredana Morandi, pronipote del letterato garibaldino Luigi Morandi.

Riporto per intero, un brano in merito al quale tempo fa, dopo aver inorridito sulle dichiarazioni dell'udinese Vecchiet, rivolsi una lettera all'editore del brano in questione, tal simpatico professore, con tema la prosopopea e la tracottanza dei bibliotecari pubblici.

Nella lettera mi domandavo infatti se la Vaccari o lo stesso Vecchiet avessero mai donato ad una nascente Repubblica le intere "mura" della propria biblioteca, in vita loro, come fece in quel di Bolzano il senatore Luigi Morandi, con personale slancio nei confronti di quel popolo, per la cui riunificazione in una sola bandiera aveva versato il proprio sangue a Mentana, giovanissimo in camicia rossa garibaldina nel 1867.

Qui desidero con la più sfrontata sincerità esser tacciata di "paternalismo", che se non ci fossero stati uomini generosi e impegnati per il Popolo come il Morandi, non sarebbe mai nata l'ambita professione del bibliotecario a stipendio pubblico, frutto oggi giorno di ogni sorta di corruttela e raccomandazione nata dal cinquantennio della DC e proseguita fino ai tempi nostri dove basta il cognome a far il direttore del museo o della soprintendenza, e a "Dio" piacendo non avremmo dovuto leggere tante dotte quanto moderne fesserie.

Quanto a noi Morandi, certo siamo più poveri a cagion della odierna dotta scempiaggine, ma non meno colti dopo il generoso letterato con più d'una generazione di giornalisti. Perchè, cari miei, la cultura non è la gretta e cieca critica ortografica sulle ridondanze di un testo, bensì l'analisi di un epoca e l'esatta collocazione dei personaggi e dei fatti nel contesto.

Parlerà quindi per me la "scimmia" del buon Trilussa e come rispose all'Omo, che la sbeffeggiava nel famoso dialogo: "Sfido! T'arissomijo tanto!"

Loredana Morandi

segue l'articolo incriminato

Dalle biblioteche popolari alla biblioteca pubblica: il caso italiano
Resoconto del seminario del 23 febbraio 1998 / a cura di Loredana Vaccani e Stefano Grigolato

http://www.aib.it/aib/sezioni/lom/re980223.htm

Il 23/02/1998 si è svolto il Seminario di studi "Dalle biblioteche popolari alla biblioteca pubblica, il caso italiano", organizzato dalla sezione Lombardia dell'AIB in collaborazione con la Società Umanitaria.
L'AIB Lombardia ha inteso così offrire una occasione di approfondimento e di riflessione teorica sul retroterra della professione di bibliotecario e sulla biblioteca pubblica, così come è venuto configurandosi nella concreta realtà storica dell' Italia del secolo scorso e dei primi decenni di questo.
E' il proseguimento ideale di una riflessione iniziata con il Convegno di studi su Ettore Fabietti e le biblioteche popolari, tenutosi sempre nella sede dell'Umanitaria nel 1994.
Dopo un breve saluto di Stefano Grigolato in sostituzione di Loredana Vaccani, assente per malattia, a nome del Comitato Esecutivo Regionale dell' AIB, Claudio Temeroli della Biblioteca di Forlì ha iniziato i lavori del Seminario, proponendo un sintetico excursus della storia delle biblioteche italiane e soffermandosi in maniera particolare sulla esperienza delle biblioteche popolari a cominciare da quella pionieristica di Antonio Bruni a Prato per arrivare a quella della Società Umanitaria ed dalla figura di Ettore Fabietti che hanno dato un contributo decisivo alla promozione delle biblioteche popolari in Italia.
Riflettendo sul ruolo e sulla funzione del bibliotecario e delle biblioteche pubbliche nella società contemporanea, Temeroli ha concluso il suo intervento citando Ortega Y Gasset: di fronte alla quantità enorme di informazione prodotta sia sui sopporti informativi tradizionali che su quelli digitali che viaggiano in rete, la missione del bibliotecario si configura sempre più come quella di un mediatore, di selezionatore della informazione veramente valida e significativa. Da qui l'importanza vitale della funzione delle biblioteche pubbliche in un mondo in continua e frenetica trasformazione.

Romano Vecchiet, Direttore della Biblioteca comunale di Udine, ha inteso nel suo intervento approfondire il dibattito biblioteconomico in merito alle biblioteche popolari nel periodo dell'ultimo trentennio del secolo scorso; un periodo che, ponendosi a cavallo tra l'esperienza di Antonio Bruni a Prato e quella milanese di Ettore Fabietti, non era stato adeguatamente studiato. Vecchiet trae alimento alle sue riflessioni da tre opere che affrontano i problemi delle biblioteche per il popolo: Le biblioteche circolanti, di Luigi Morandi, deputato di orientamento democratico, pubblicato a Firenze nel 1868; Delle biblioteche circolanti nei comuni rurali, di Vincenzo Garelli, pedagogista di orientamento rosminiano, edito a Torino nel 1870; Autodidattica e biblioteche popolari di Giuseppe Neri, un maestro elementare poi Ispettore scolastico, pubblicato nel 1888 a San Casciano.
Nei tre autori, ma soprattutto in Giuseppe Neri, è preponderante l'enfasi e l'entusiasmo pedagogico,mentre sono ignorati i problemi organizzativi, anzi è sufficiente "l'entusiasmo del bene" senza dover scendere nei dettagli pratici. Non c'è alcun bisogno, scrive poi Morandi, di sovvenzioni statali, perché per le biblioteche basta il contributo volontaristico dei singoli.
Per Neri la biblioteca popolare deve rimanere comunque uno strumento sussidiario della scuola, organizzata da un maestro elementare e non da un bibliotecario. Garelli è dell'opinione che le collezioni debbano contenere solo libri educativi ed edificanti: le classi subalterne devono essere paternalisticamente convertite ai sani valori borghesi e patriottici.
Analogamente, per Luigi Morandi le biblioteche circolanti hanno la funzione di fare degli operai e degli altri appartenenti ai ceti inferiori dei patrioti consapevoli e convinti, dei veri Italiani.
Appare chiaro come per gli autori citati, nessuno dei quali è bibliotecario per formazione o professione, la biblioteca popolare si configuri essenzialmente come espressione di una cultura borghese vagamente positivista e filantropica, permeata di ideali risorgimentali, ed atteggiata ad un deciso, e politicamente preoccupato, paternalismo nei confronti dei ceti popolari.

Giorgio Ghezzi ha affrontato il periodo delle biblioteche popolari successivo all'avvento del fascismo: il regime si preoccupa di controllare e poi di fascistizzare tutte le istituzioni culturali politicamente pericolose o anche neutre, in base ad un progetto, non sempre perseguito coerentemente, già appropriatamente definito "fabbrica del consenso"; in quest'ottica anche le biblioteche popolari, che si erano organizzate per iniziativa di Fabietti nel 1909 come Federazione italiana delle Biblioteche popolari, vengono a confluire nel 1932 nell' Ente nazionale per le biblioteche popolari e scolastiche, rigidamente controllato dal partito e dal governo.
L'intervento del Relatore si focalizza sull'Elenco di autori non graditi in Italia di cui si proibiva la stampa, la lettura e la eventuale traduzione in italiano, pubblicato nel 1941 dalla Commissione appositamente istituita nel 1938. In 86 pagine vengono elencati 1.100 autori e 1.600 opere nocive politicamente o moralmente.
Lo studio di Ghezzi permette di delineare alcune tipologie di libri ed autori proibiti: libri sul Duce (es. la biografia di Mussolini scritta da Prezzolini), libri sulle esperienze belliche etiopiche e spagnole (es. Oggi in Spagna, domani in Italia di Carlo Rosselli); opere di autori ebrei o che trattino di argomenti ebraici; libri di contenuto antifascista; libri considerati pornografici in base al senso del pudore espresso all'epoca (tra cui le opere di romanzieri come Pittigrilli, ma anche classici come Boccaccio, Casanova, Balzac, Mirabeau, e parecchi testi scientifici di sessuologia). E' significativo che sulle 17 opere che superarono le duecentomila copie vendute in Italia durante la dittatura fascista, ben 13 comparissero nell'elenco.

A Giorgio Montecchi, docente di biblioteconomia all'Università di Milano, è toccato il compito di trarre delle conclusioni di carattere generale dalle relazioni precedenti.
Dalla 5. Legge di Ranganathan: la biblioteca è un organismo in crescita, Montecchi trae spunto per affermare come sia riduttivo e semplicistico affermare che la nascita delle biblioteche pubbliche possa ascriversi al Public libraries Act del 1850, in cui il Parlamento inglese espresse la necessità di biblioteche aperte alla generalità dei cittadini, senza alcuna spesa per i servizi essenziali, finanziate dallo stato o dalle comunità locali. In realtà la genesi delle biblioteche pubbliche affonda nel lungo periodo, è necessario ribadirlo ripercorrendo anche brevemente la storia delle biblioteche in Italia, a cominciare perlomeno dalle grandi biblioteche umanistiche, quali la Malatestiana di Cesena, messe a disposizione del pubblico anche se costituito da un ristrettonumero di eruditi, e non di una istituzione ecclesiastica.
Con la Rivoluzione francese si afferma il principio che la lettura e l'accesso alla cultura ed informazione non è più un atto di munificenza e liberalità da parte di singoli o dello stato, ma un preciso diritto del cittadino, non più semplice suddito.
L'esperienza delle biblioteche popolari in Italia, che si inscrive in questa lunga tradizione, non si può quindi riduttivamente configurare come un semplice episodio ormai appartenente al passato; la preoccupazione pedagogica che sembra alla base della loro istituzione nella seconda metà del secolo scorso trova la sua giustificazione nel fatto che quasi i due terzi degli italiani erano analfabeti. In realtà quella delle biblioteche popolari è stata una esperienza concreta, formativa di generazioni di bibliotecari, ancora nel secondo dopoguerra (tra cui Giovanni Bellini, Direttore della Sormani), prima della loro definitiva scomparsa, nel 1978, appena vent'anni fa; esperienza vissuta e sofferta che, secondo Montecchi, all'affermarsi del concetto di biblioteca pubblica in Italia ha dato di più rispetto al modello astratto e distante della Public library inglese e più ancora statunitense che si è venuto affermando a partire dagli anni cinquanta.

L'OMO E LA SCIMMIA

L' Omo disse a la Scimmia:
-Sei brutta , dispettosa:
ma come sei ridicola!
ma quanto sei curiosa!
Quann' io te vedo, rido:
rido nun se sa quanto!...

La Scimmia disse : - Sfido!
T' arissomijo tanto!

Trilussa

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Di Loredana Morandi (del 14/02/2005 @ 09:19:19, in Magistratura, linkato 235 volte)

Magistratura Democratica

La manifestazione odierna tenuta dalla Lega Nord a Verona sulla “Giustizia ingiusta” e le affermazioni rese dal Ministro Calderoli rappresentano un'ulteriore escalation contro la giurisdizione che non può più essere ritenuta un'innocua manifestazione, al più folcloristica.

Nei toni e negli accenti si avvertono connotati razzisti uniti al chiaro tentativo di distruggere la giurisdizione.

La solidarietà al collega Papalia, oggetto oggi di un altro pesantissimo attacco, non basta più.

E' il complesso della giustizia, inteso come applicazione imparziale e secondo coscienza della legge, che ormai viene posto in dubbio in omaggio a concetti ( il giudizio secondo il sano sentimento del popolo) elaborati nei sistemi totalitari e utilizzati all'epoca per giustificare e ritenere non punibili gli assalti alle sinagoghe.

Non si tratta di un eccessivo allarmismo, ma di fermare una deriva che rischia di diventare inarrestabile.

Le istituzioni e tutti gli uomini di buona volontà che si rendono conto di quali pericoli stiamo correndo sono chiamati ad intervenire.

Milano, 13 febbraio 2005

Claudio Castelli
Segretario Nazionale di Magistratura Democratica

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Di Loredana Morandi (del 10/02/2005 @ 00:48:07, in Magistratura , linkato 240 volte)

Associazione Nazionale Magistrati


 
L'A.N.M. sulle dichiarazioni del Ministro Castelli
 
I recenti attacchi ai magistrati, provenienti da esponenti politici ed istituzionali di rilievo,  per il modo con cui sono stati condotti rischiano di delegittimare l'azione giudiziaria di fronte all'opinione pubblica. Dinanzi a vicende delicate che toccano problemi fondamentali della convivenza civile è necessario che anche la critica sia argomentata e rispettosa del difficile ruolo del giudice; in caso contrario si rischia un imbarbarimento del clima complessivo, che va ben al di là del legittimo esercizio del diritto di critica.
In questo contesto particolare allarme destano le dichiarazioni del Ministro della Giustizia Castelli, che -derogando al principio da lui stesso sempre affermato- è entrato pesantemente nel merito di una singola vicenda giudiziaria. Dimentica il Ministro che la Costituzione impone al giudice la soggezione esclusiva alla legge e la valutazione delle responsabilità sulla base delle prove acquisite secondo le regole del giusto processo. A presidio della correttezza delle decisioni vige un complesso sistema di impugnazioni.
I processi di piazza sull'onda dell'emotività appartengono ad una cultura estranea allo Stato di diritto, e lungi dal rafforzare la risposta dello Stato alla insicurezza dei cittadini determinano solo un fattore di forte crisi della corretta convivenza civile.

Roma, 9 febbraio 2005
La Giunta Esecutiva Centrale

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Di Loredana Morandi (del 10/02/2005 @ 00:42:56, in Varie, linkato 301 volte)

Una serata per parlare di mafia, società e politica con l’aiuto della cultura.
Peppe Lumia alle presentazioni di Cuntrastamu

Si terrà martedì 15 febbraio alle 18,30 presso la sede di Trastevere (Roma) il primo appuntamento con il mondo dei libri organizzato da Cuntrastamu, l’associazione di informazione antimafia che da anni svolge la propria attività online. Alla presenza di Beppe Lumia, capogruppo Ds in Commissione parlamentare antimafia, si parlerà di mafia, società e politica attraverso la presentazione di 4 libri, tutti editi da Armando Siciliano Editore di Messina.

La cultura – e in questo senso la produzione editoriale - ci aiuterà a sondare il livello di interconnessione esistente tra il fenomeno criminale in senso stretto e la società italiana, i suoi vizi e le sue storture mai risolte.

Saranno quindi presentati i libri di Alfonso Sciangula “Figlio di partito. Visti da bambino gli amici di papa”, una ricchissima ricostruzione del sistema politico siciliano fatta a 360 gradi dal giovane figlio di Totò Sciangula, noto esponente Dc nell’isola; “Caro compagno (lettere sine nomine et sine die) di Gianni Fogliani, l’epistolario di un ex dirigente della sinistra che si interroga sulle idee, suoi modi e sui risultati della politica. Infine “L'avvenire che non venne. Ottant’anni di storia siciliana” di Salvo Barbagallo e “Mafia e fascismo” di Salvatore Porto, che ci aiuteranno a tenere presente la prospettiva storica nella lettura di vicende passate e presenti.

Oltre a Beppe Lumia e ai due autori Alfonso Sciangula e Gianni Fogliani, sarà presente Enzo Ciconte, consulente della Commissione antimafia e docente presso l’Università di RomaTre.

Al termine della serata Cuntrastamu offrirà ai partecipanti una piccola cena con i prodotti della cooperativa Placido Rizzotto di San Giuseppe Jato (PA), che lavori sui terreni agricoli confiscati alla mafia.

Per informazioni:
Maria Mazzei
Associazione Cuntrastamu
Via Agostino Bertani 5 – 00136 Roma
www.cuntrastamu.org

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Di Loredana Morandi (del 09/02/2005 @ 18:33:22, in Estero, linkato 252 volte)

Nota del redattore del blog: è semplicemente fantastico che questo fatto sia accaduto, devo dire che non mi piace come è stato trattato il caso in generale dai colleghi ...

L'Italia e Guantanamo
Marocco, l’ex di Guantanamo invoca la Forleo

Processo a Rabat, il mujahidin sotto accusa ai giudici: assolveteci come ha fatto Clementina in Italia

RABAT (MAROCCO) - L’ex mujahidin parla con voce tonante, in perfetto arabo classico, roteando l’indice davanti alla corte: «Signor giudice - dice - mi lasci spiegare qualcosa che lei non sa. La invito a prendere esempio da un magistrato italiano. Una donna, non musulmana, il giudice Clementina (testuale), ha liberato quattro marocchini e ora in Italia c’è un grande problema che riguarda il nostro fratello Mohammed Daki. E perché ora lei, giudice marocchino e musulmano come me, non vuole credermi? Perché non vuole considerarmi innocente come ha fatto con gli imputati in Italia il giudice Clementina?».

Il detenuto alla sbarra Mohammed Mazouz non è in grado di camminare: si aiuta con le stampelle, ma non bastano e due agenti devono sorreggerlo. Ha il fisico segnato da una lunga detenzione nella base americana di Guantanamo, a Cuba, con l’accusa di aver combattuto con i talebani, di aver lavorato per Al Qaeda. E’ sotto processo nel suo Paese, il Marocco, e lunedì è comparso in tribunale. E’ sera quando la Corte lo chiama a deporre. Mazouz, jalabya bianca e copricapo nero, ribalta le parti e assume il ruolo dell’inquisitore. Un’autodifesa che diventa un attacco agli Usa. Con un risvolto italiano che sembra incredibile: il giudice Clementina Forleo citata come eroina di Guantanamo. Colei che porta la giustizia, superando barriere etniche e religiose. Ma chi ha suggerito il paragone a Mazouz? Qualche giornale marocchino ha parlato della sentenza milanese. O forse a informarlo è stato il fratello Khalid, che fa il pizzaiolo a Torino, o la madre, anche lei in Italia. O l’avvocato, che è appena tornato dall’Haji, il pellegrinaggio alla Mecca. Il giudice ascolta attonito, usa la penna arancione come martelletto per moderare i toni.

Ha l’aria di non aver mai sentito parlare del giudice Clementina Forleo, che ha assolto tre maghrebini (e ha revocato l’arresto di altri due presunti reclutatori per l’Iraq), distinguendo appunto tra guerriglia e terrorismo. E’ quasi intimidito dalla vis oratoria di Mazouz, che si comporta da leader. Dal gabbiotto in vetro, incoraggia con lo sguardo gli altri imputati. Che alla prima pausa corrono ad abbracciarlo. Suo padre Ahmed, 73 anni, fisico tozzo, zuccotto blu in testa, freme sentendolo dipingere come terrorista. «Mio figlio faceva il commerciante a Londra, importava merci dal Pakistan e dall’Afghanistan, non è mai stato coinvolto nella violenza».
Mazouz in aula nega di persino essere «mai stato in Afghanistan»: «Ero andato in Pakistan a cercare moglie. Mi hanno catturato e poi venduto agli americani». Era la fine del 2001 e da allora per Mazouz si sono aperte le porte dell’inferno. Il primo girone in una base di Kandahar, poi l’internamento a Bagram (Kabul), infine Guantanamo. Il suo avvocato, Abdelfattah Zahrach, denuncia abusi e torture di ogni genere: «Privazione del sonno, fame, preghiere vietate e tante botte». Con particolari poco comprensibili: «Li costringevano a stare per ore pancia a terra con le braccia allargate». Lo stesso Mazouz descrive le torture psicologiche: dalle visite continue e ossessionanti di «team di 24 psichiatri», alle «sostanze chimiche» per farlo parlare. Delle violenze fisiche, il giudice gli vieta di parlare: «Questo non è il processo agli Stati Uniti». Dopo tre anni e sei mesi nella gabbia di Guantanamo, Mazouz viene rimandato in Marocco. E questa ora è la sua miglior difesa: «Se fossi stato davvero di Al Qaeda, gli americani non mi avrebbero mai liberato», argomenta. E aggiunge: «Prima di partire, mi hanno chiesto se volessi restare negli Usa come rifugiato politico. Ho rifiutato». In tribunale Mazouz gioca anche la carta dell’emozione. «Dopo Guantanamo non ho più sogni, la mia vita non ha senso. Non m’importa se mi condannate a morte o all’ergastolo. Sono così disperato che potrei davvero farmi esplodere». Il giudice s’impietosisce: «Ma no, vedrai che anche per te ci sarà una speranza».

Paolo Biondani e Guido Olimpio
09 febbraio 2005
http://www.corriere.it/Primo_Piano/Cronache/2005/02_Febbraio/09/marocco.shtml

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Di Loredana Morandi (del 09/02/2005 @ 18:03:11, in Estero, linkato 350 volte)

I quattro elicotteristi non vollero guidare i Ch47 perché li consideravano non abbastanza sicuri
Si rifiutarono di volare in Iraq. Assolti: non fu per "codardia"
"Non fu per paura: quei velivoli presentavano carenze tecniche"
 
ROMA - Sono stati tutti assolti, perché il fatto non sussiste, i quattro elicotteristi dell'Esercito accusati di codardia dopo essersi rifiutati di volare sui cieli dell'Iraq sostenendo che i velivoli a cui erano stati destinati, i Ch47, avevano "carenze" nei sistemi di protezione, in particolare, nel dispositivo manuale antimissile.
"Abbiamo dimostrato - ha detto il loro difensore, Franco Coppi - che non lo hanno fatto per paura, ma solo per spirito professionale, dopo aver evidenziato carenze tecniche dei loro mezzi".
La notizia giunge ad un mese esatto dalla morte del maresciallo dell'Esercito Simone Cola, ucciso da una raffica di khalashnikov in Iraq mentre era in volo su un elicottero AB-412 da più parti giudicato un velivolo non del tutto sicuro per missioni di guerra.
La sentenza del giudice per le indagini preliminari del Tribunale militare di Roma è destinata a rinnovare le polemiche sul mancato invio nelle zone irachene dei più sicuri A129-Mangusta rimasti invece nelle basi italiane. Soltanto il 31 gennaio scorso, infatti, il ministro della Difesa Antonio Martino ha annunciato che in Iraq saranno impiegati i Mangusta.
Sull'assoluzione dei quattro elicotteristi, Marco Minniti, responsabile Ds per i problemi dello Stato, sostiene che il comportamento dei piloti è stato quello di "professionisti seri e di valore". "E' importante ha concluso - che si faccia tesoro di questa esperienza per far sì che le misure di sicurezza vengano prese prima e non sempre dopo qualche tragico evento”.
I quattro elicotteristi assolti dal Tribunale si erano rifiutati di prestare servizio sui Ch47 a Nassiriya. La vicenda risale al dicembre 2003, subito dopo l'attentato in cui morirono 17 militari e due civili italiani.
Il generale Roberto Tonon, comandante del raggruppamento aviazione dell'esercito di Viterbo spiegò così i fatti: "I quattro piloti del gruppo di volo inviato in Iraq - disse - una volta messi al corrente della minaccia in loco, dichiararono di non sentirsi troppo preparati, insicuri e poco protetti e dichiararono al comandante che non se la sentivano di affrontare i rischi".
Gli elicotteristi furono rimpatriati e il comando aprì un'inchiesta di carattere tecnico-disciplinare, conclusa oggi con il pronunciamento di assoluzione perché "il fatto non sussiste".

(La Repubblica 9 febbraio 2005)
http://www.repubblica.it/2005/b/sezioni/politica/iraqeli/iraqeli/iraqeli.html

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Di Loredana Morandi (del 09/02/2005 @ 10:01:48, in Magistratura, linkato 252 volte)

Siamo tutti abbastanza  informati sulla vicenda degli islamici giudicati a Milano e sulla ineseguita espulsione di uno di essi (infatti, sono circolati sulle liste e sono nei siti, sentenze, appelli, ordinanze, pareri, nonchè la decisiva opinione del Ministro Calderoli ed il consiglio illuminato del sottosegretario Mantovano: i PM rinuncino all'appello così da fare espellere Daki Mohamed !!!), ma poco sappiamo sulla vicenda di Lecco; circolano solo alcuni sostantivi ("zingare", "bambini", "sequestro") attorno ai quali, come in un gioco di società, tutti costruiscono il fatto secondo la propria personae immaginazione (più che secondo la propria opinione).

Ho assunto alcune informazioni a Lecco (fatto, reati contestati, possibilità tecnica di mantenere la custodia cautelare) ed ecco la sintesi della vicenda:

il fatto:
tre ROM (una di dodici anni la cui posizione non è stata evidentemente trattata) si avvicinano ad una italiana che sta portando a spasso nella carrozzina il figlioletto. Una delle rom (a Lecco, però, anche i giornali le chiamano "zingare" ) porge una tazzina alla signora per chiedere la carità, la signora si sottrae e si accorge che le altre due rom la "circondano" da dietro e da davanti. L'italiana riferisce di aver sentito una rom dire: bambino, bambino", al che lei si sarebbe gettata sul figlio prendendolo in braccio. A questo punto la rom avrebbe detto : "vestiti, vestiti" e l'italiana con il figlio in braccio ha iniziato a calciare le rom.

il procedimento - i reati
le due rom maggiorenni sono arrestate e processate per direttissima. Inizialmente viene loro contestato il reato di tentato sequestro di persona 56/605, e per tale titolo il giudice (dott.ssa Maria Cristina Sarli) convalida l'arresto, le imputate si protestano innocenti.
Dato corso al giudizio direttissimo il P.M. (dott. Luca Masini) e le imputate patteggiano la pena a mesi otto di reclusione, qualificato il reato come tentata sottrazione di persone incapaci(56/574), pena sospesa.

la pena
Le imputate sono incensurate. Per il reato di cui all'art. 574 c.p. non è consentita l'applicazione di misure cautelari. La pena non è esigua: infatti per l'ipotesi tentata, le parti hanno stabilito la pena base in anni uno e mesi sei di reclusione (il reato consumato è punito con la pena della reclusione da uno a tre anni), cui sono state applicate le diminuzioni previste per le attenuanti generiche e la scelta del rito;
Mi chiedo come avrebbe fatto il giudice di Lecco, SENZA COMMETTERE UN REATO, a non "rimettere in libertà le zingare"?

rito
Da più parti si afferma  che non si doveva decidere allo stato degli atti, ma occorreva andare al dibattimento, così la deposizione della madre avrebbe potuto chiarire molti aspetti. Si dimentica però che anche in caso di dissenso al patteggiamento, la difesa avrebbe chiesto (con certezza quasi matematica) l'abbreviato e  la decisione, sempre ovviamente allo stato degli atti, non sarebbe cambiata (salvo la possibilità più concreta di un'assoluzione).

i magistrati
il P.M. gode fama di magistrato tutt'altro che superficiale o lassista; il giudice, che è accusato di non proteggere i bambini (locandine sui giornali locali riportano "mamme di lecco preoccupate per i propri figli) viene dal tribunale dei minori di catania ed ha sempre dimostrato, sia in civile che in penale, grande attenzione e sensibilità per i minori.

Per favore, che l'ANM - se già non l'ha fatto (in tal caso chiedo scusa) - si mobiliti a sostegno ed a tutela anche della collega Cristina Sarli, anche se Lecco non è Milano o Palermo, e senza timori di inflazionare il peso dei propri interventi. Credo che la giovane collega lo meriti !! Non ti conosco Cristina, ma stai serena: passerà anche questa e lo racconterai ai tuoi figli, quando ricorderai la barbarie di questi tempi! Che passeranno anche loro perchè non possono non passare!

Ultima nota:  dal messaggio di Ernesto Aghina delle 20.10, leggo che, in una dichiarazione all' Ansa,  il Ministro Castelli ha affermato, in relazione alla vicenda di Lecco: "... il magistrato deve emettere sentenze secondo il sentire comune del popolo, sapendo interpretare qual'e' il sentimento popolare di un determinato momento storico".

A questo punto, pur con il massimo rispetto per chi vi ha sin qui partecipato, considero personalmente chiuso il dibattito sin qui sviluppatosi in lista, sul "sano sentimento popolare" !

Armando Spataro

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