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E non cambiare. Non distogliere il tuo amore dalle cose visibili. Continua ad amare ciò che è buono, semplice e ordinario; animali e cose e fiori, e mantieni l'equilibrio appropriato.

Rilke
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Di seguito tutti gli interventi pubblicati sul sito, in ordine cronologico.
 
 
Di Loredana Morandi (del 09/02/2005 @ 09:55:35, in Magistratura, linkato 276 volte)

Associazione Nazionale Magistrati
Distretto di Genova

La Giunta distrettuale dell'ANM esprime sentita solidarietà alla collega Marina Besio, per l' aggressione subita nel Tribunale per i Minorenni di Genova, mentre era in procinto di iniziare l'udienza.

Il rischio di manifestazioni di violenza incontrollata, da parte di persone che non sono in grado di tollerare decisioni giudiziarie che li riguardino, sussiste per tutti i magistrati e per il personale amministrativo, e ripetutamente è stata segnalata la scarsa o del tutto inesistente tutela della nostra sicurezza nel luogo in cui operiamo.
Questa carenza è ancora più grave nel caso del Tribunale per i Minorenni, luogo ove vengono necessariamente adottate gravi decisioni nei confronti di chi, al di là della vicenda giudiziaria di cui è protagonista, è spesso portatore di profondo disagio.

Oltre a proporre l'abolizione dei Tribunali per i Minorenni e lasciar passare dei mesi per decidersi ad avallare la nomina del candidato designato dal Consiglio Superiore della Magistratura a presiedere quello genovese, il Ministro della Giustizia dovrebbe preoccuparsi di garantire l'incolumità fisica dei giudici che ne fanno parte, esposti, come lo sono oggi tutti i magistrati, agli attacchi ­ come si vede non soltanto virtuali ­ della gente comune, ormai abituata, in una sorta di emulazione del violento dileggio che promana di continuo anche da ministri e parlamentari della Repubblica, a vedere il bersaglio di ogni propria frustrazione e rivendicazione nel singolo magistrato che si trovi ad avere di fronte.

La Giunta

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Di Loredana Morandi (del 09/02/2005 @ 09:51:30, in Magistratura, linkato 343 volte)

LA proposta di LEGGE CIRIELLI:
EMBLEMA DEL DIRITTO DISEGUALE

a cura di Magistratura democratica

1. Il trionfo del "doppio binario"

La proposta di legge n. 2055/A approvata dalla Camera dei Deputati il 16 dicembre 2004 è l'ultima tappa della realizzazione, da tempo in atto, di un “diritto diseguale”. Non ci sono, alle sue spalle, solo gli interessi contingenti di uno o più imputati eccellenti; c'è anche il progetto politico culturale (non nuovo ma qui perseguito con particolare intensità) di strutturare il sistema penale sul doppio binario dell'impunità per i colletti bianchi e della "tolleranza zero" per la devianza degli esclusi (cioè dei settori marginali o semplicemente non inseriti della società).

L'obiettivo è un diritto sostanziale e processuale differenziato: come nell'ottocento, implacabile per i "briganti" e declamatorio e privo di ogni effettività (fino allo scandalo) per i "galantuomini". Emerge un nuovo tipo d'autore, il "recidivo reiterato", destinatario non solo di pene assai più elevate, ma anche di periodi prescrizionali più lunghi e di un trattamento penitenziario molto più severo. Da un lato vi è un generalizzato inasprimento degli aumenti di pena per chiunque, già condannato per un delitto non colposo, ne commette un altro; dall’altro, nel caso in cui sia commesso uno dei delitti di cui all’art. 407, comma 2, lett. a cpp, l’aumento per la recidiva è obbligatorio ed in alcuni casi non può essere inferiore ad un terzo della pena. Se poi i reati in concorso formale o in continuazione sono commessi da un soggetto recidivo reiterato (da soggetto recidivo, cioè, che commette altro delitto non colposo), l’aumento di pena non può essere inferiore ad un terzo della pena stabilita per il reato più grave. E – si badi – il riferimento non è necessariamente a criminali incalliti, ma anche a persone che hanno riportato due condanne per delitti non colposi, indipendentemente dal tempo trascorso e dalla natura dei reati commessi (sì che rientra nella categoria, per esempio, anche l'autore di un furto in supermercato e di una resistenza a pubblico ufficiale commessi a dieci anni di distanza l'uno dall'altro). L'impostazione è quella, demagogica e inefficace, della “tolleranza zero”, adottata, per di più, quando l'esperienza applicativa decennale ne sta mostrando i limiti anche negli Stati Uniti (che ne sono il paese d'origine), dopo essersi rivelata illusoria, in tempi passati, anche nel nostro Paese. Eppure i fatti sono univoci: nessuna reale dissuasione si è mai ottenuta aumentando le pene e inasprendo il trattamento penitenziario; il contrasto duraturo della devianza e della criminalità minore passa per le ben diverse strade di una seria strategia (specie sociale) di prevenzione e di integrazione, del controllo del territorio, di processi più rapidi, di una politica penitenziaria di recupero. Ma per far ciò non ci sono né investimenti né volontà.

E non è tutto. Sull'altare del trattamento differenziato e dell'illusione repressiva vengono sacrificati valori fondamentali. Due in particolare.

Anzitutto viene drasticamente ridotta la discrezionalità del giudice, sostituita in molti casi (concessione delle attenuanti, giudizio di bilanciamento delle circostanze, aggravamenti di pena per recidiva, applicazione di benefici penitenziari) con automatismi che impediscono ogni valutazione della gravità del fatto e della personalità dell'imputato. Il problema non è, ovviamente, il potere del giudice, ma l'equità della decisione. L'eccessiva discrezionalità giudiziaria conseguente alla troppo ampia forbice tra minimo e massimo della pena per taluni reati non si argina con automatismi, che producono solo disuguaglianze odiose (non importa, sotto il profilo sistematico, se in melius o in peius). La strada per correggerla è quella già delineata dal progetto di riforma del codice penale della Commissione presieduta dal prof. Grosso (revisione del sistema delle attenuanti, rivisitazione e ridimensionamento delle pene, aumento della gamma delle pene principali), mentre gli interventi prospettati nel progetto in esame producono solo ulteriori iniquità: sanzioni assai miti o prescrizione per fatti gravi, sol perché commessi da incensurati abbienti (e dunque in grado di difendersi dal processo) e pene severissime per reati di limitata entità sol perché commessi da devianti marginali.

In secondo luogo l'approvazione della proposta di legge avrà effetti gravissimi sulla stessa effettività del processo nei confronti delle categorie privilegiate. Una prescrizione breve e l'eliminazione degli effetti della sua sospensione lasciano, infatti, il processo senza difese a fronte di strategie puramente dilatorie e di impugnazioni pretestuose (che si dilateranno a dismisura, ben oltre il già elevatissimo livello attuale). L'obiettivo del processo cesserà di essere il confronto sul merito per diventare il raggiungimento della prescrizione, con effetti devastanti sull'intero sistema (esposto a estenuanti scontri su legittimi impedimenti, legittimi sospetti, richieste di rinvio e al collasso delle corti di appello e della Corte di cassazione). Ciò comporta – è bene saperlo – la definitiva rinuncia a qualsiasi obiettivo di processi celeri e la trasformazione della prescrizione da civile rinuncia della pretesa punitiva quando appare ormai inutile in amnistia permanente.

2. La nuova disciplina delle attenuanti

L’impostazione differenziata è di tutta evidenza nella disciplina prevista per le attenuanti, in particolare quelle generiche. L'obiettivo è esplicito: "fare tabula rasa della situazione di incertezza che la precedente formulazione della disciplina comportava in virtù proprio delle caratteristiche delle attenuanti generiche che sono l'elasticità e la flessibilità del contenuto”.

Con l'art. 1 si introduce tra le circostanze di cui all'art. 62 del codice penale una ipotesi specifica (n. 6 bis) di attenuante per chi, al momento della commissione del fatto, aveva compiuto settanta anni di età e, al momento della sentenza, non si trova nelle condizioni di cui all’art. 99 dello stesso codice (recidiva). In fatto la conseguenza è automatica: i primi beneficiari della norma, che ha dirette ricadute non solo sull'entità della pena ma anche sul regime della prescrizione, saranno noti imputati eccellenti, formalmente incensurati ancorché già raggiunti da pesanti condanne in primo grado.

Al contrario, l’art. 2 dello stesso disegno di legge elimina la possibilità di ricondurre la concessione delle circostanze attenuanti generiche alla valutazione discrezionale del giudice nell'ipotesi dei delitti previsti dall’art. 407, comma 2, lett. a del codice di procedura penale, nel caso in cui gli stessi siano puniti con una pena non inferiore nel minimo a cinque anni e siano stati commessi da chi è recidivo reiterato; viene esclusa, così, la possibilità di fare riferimento all'intensità del dolo, ai motivi a delinquere e al carattere del reo, al tempo trascorso, ad ogni valutazione sulla vita del reo, sul suo reinserimento, sul comportamento successivo alla commissione del reato, compreso quello processuale (a prescindere dall'esercizio del legittimo diritto al silenzio).

Nell'ipotesi dei recidivi reiterati, inoltre, la nuova normativa (art. 3) modifica l’art. 69 del codice penale, introducendo l'espresso divieto di operare un giudizio di prevalenza delle circostanze attenuanti rispetto alle circostanze inerenti alla persona del colpevole, come – appunto - la recidiva reiterata. Il giudizio di prevalenza delle circostanze attenuanti è inoltre precluso in caso di concorso con le circostanze aggravanti della determinazione alla commissione di un reato di persona non imputabile o non punibile in ragione di una condizione o qualità personale, della determinazione alla commissione di un reato di un minore degli anni diciotto o di una persona in stato di infermità o deficienza psichica, dell’essersi comunque giovato della loro opera nella commissione di un delitto per il quale è obbligatorio l’arresto in flagranza.

Questa disciplina, nel suo complesso, costruisce uno schema vincolato che scardina tutti i parametri utilizzabili nella quantificazione della pena (si pensi, per tutte, all'ipotesi di un'attività di collaborazione che, pur non integrando gli estremi della attenuante specifica, abbia rappresentato un utile strumento per l'espletamento delle indagini) e pone consistenti dubbi di legittimità costituzionale. In particolare, l'applicazione obbligatoria dell'aumento di pena per i recidivi in caso di commissione di uno dei delitti di cui all’articolo 407, comma 2, lettera a, cp, senza possibilità, per il giudice, di valutare, ai fini della determinazione della sanzione, altri elementi sembra contrastare con l’art. 27, comma 3, della Costituzione, secondo cui le pene devono tendere alla rieducazione del condannato. Difficile negare che questo impianto, collegato alla scelta “necessitata” dei riti alternativi da parte dei soggetti deboli, accentua la curvatura di un diritto penale diseguale.

3. L'amnistia permanente, ovvero la variante mite della prescrizione

La proposta di legge prevede che la prescrizione sia legata alla pena edittale massima stabilita per ciascun reato, con un limite minimo di sei anni per i delitti e di quattro per le contravvenzioni.

Un primo rilievo: mentre per le contravvenzioni il trattamento sarà meno favorevole di quello vigente e la legge si applicherà solo ai fatti commessi dopo la sua entrata in vigore (restando priva di conseguenze sui procedimenti in corso), per i delitti la nuova disciplina è sempre più favorevole all'imputato e, quindi, di immediata applicazione. Ad esempio, per un reato punito nel massimo con la pena della reclusione di cinque (o sei) anni il termine complessivo per la prescrizione viene ridotto dagli attuali quindici anni (comprensivi dei periodi di interruzione, ma non di quelli delle sospensioni non determinate da esigenze di acquisizione della prova o dalla concessione di un termine a difesa) a sette anni e mezzo (cioè il minimo, di sei anni, aumentato di un quarto); per un reato punito con pena non inferiore nel massimo a otto anni di reclusione, la prescrizione non può superare comunque i dieci anni, e così via.

Per rendersi conto degli effetti di un disciplina siffatta, è bene tener presente che tra i principali reati punibili con pena non inferiore, nel massimo, a cinque anni di reclusione figurano, tra gli altri, la rivelazione di segreti di Stato (art. 261 cp), l’utilizzazione di segreti di Stato (art. 263 cp), l’attentato contro i diritti politici del cittadino (art. 294 cp), la corruzione per atto contrario ai doveri di ufficio (art. 319 cp), la violenza o minaccia a pubblico ufficiale (art. 336 cp), la resistenza a pubblico ufficiale (art. 337 cp), il millantato credito (art. 346 cp), la frode nelle pubbliche forniture (art. 356 cp), il favoreggiamento reale (art. 379 cp), l’attentato alla sicurezza dei trasporti (art. 432 cp), la truffa in danno dello Stato o di enti pubblici (art. 640, cpv, cp) e che tra quelli puniti con pena pari, nel massimo, a sei anni figurano l'attentato per finalità terroristiche o di eversione (art. 280 cp), la calunnia (art. 368 cp), numerose ipotesi di falso, la truffa per il conseguimento di erogazioni pubbliche (art. 640 bis cp), l'usura (art. 644 cp), la ricettazione nel caso di particolare tenuità (art. 648, cpv, cp) e tanti altri che finora avevano una prescrizione di quindici anni (e che vedranno dimezzati i termini prescrizionali). Se si tiene conto della durata media di un processo di merito, si può ragionevolmente concludere che quasi tutti i processi per reati puniti con la pena della reclusione compresa nel massimo tra i cinque e i sei anni e la grande maggioranza di quelli per reati puniti con la pena della reclusione massima di otto anni sono destinati a sicura prescrizione.

Altro aspetto gravemente irrazionale della disciplina è che, nel caso di reato continuato, la decorrenza della prescrizione non viene più rapportata all’unicità dei reati unificati, ma viene ad essere frazionata in tanti segmenti, così da far prescrivere più rapidamente gli episodi più vecchi, seppure facenti parte del medesimo disegno criminoso.

Ma v'è di più. Il prolungamento del termine di prescrizione è consentito solo in caso di interruzione e di sospensione del suo corso, ma non può comunque superare un quarto della durata massima. Questa parificazione della sospensione all'interruzione della prescrizione è, a ben guardare, l'aspetto di “sistema” più grave della prospettata riforma. Com'è noto, i due istituti sono radicalmente diversi in quanto la sospensione del corso della prescrizione sottrae dal computo una serie di eventi che rappresentano una “pausa” del corso processuale, mentre l'interruzione rappresenta il fenomeno contrario e cioè l’evento processuale che scandisce l'iniziativa dell'autorità giudiziaria per perseguire il reato. Spesso, peraltro, la sospensione del processo dipende da un evento sottratto alla disponibilità dell'autorità giudiziaria (ad es. le questioni rimesse alla Corte costituzionale o la richiesta di autorizzazione a procedere) e mettere insieme i due istituti, facendo rientrare la sospensione entro il limite massimo, costituisce un evidente incentivo a tattiche dilatorie. Il progetto si pone persino in controtendenza con alcune leggi, come la n. 248 del 2002 (cd legge Cirami) sulla rimessione del processo, che, per evitare un ingiustificato allungamento dei processi verso una sicura prescrizione, avevano previsto la sospensione dei termini di prescrizione, e ciò nell’attuale regime normativo che fa dei casi di sospensione delle pause nel decorso del termine prescrizionale, che così non risulta da esse eroso. Rimettere, nei casi di sospensione del processo, la disponibilità dei tempi processuali all'imputato, oltre ad incentivare manovre dilatorie, finisce per porre la maturazione della prescrizione nelle mani di chi deve subire il processo.

Il regime dell’aumento della prescrizione per l’interruzione e la sospensione, viene poi trattato in modo differenziato nel caso in cui ci si trovi in presenza di soggetti recidivi, di soggetti dichiarati delinquenti abituali o delinquenti o contravventori professionali, o infine dei delitti di cui all’art. 51, 3 bis, cpp, così accentuando, anche in questo caso, la doppia disciplina in funzione del “tipo d’autore”.

La disciplina vigente merita di essere riconsiderata, ma in direzione contraria a quella proposta che, a causa della sua applicazione retroattiva, è in grado solo di determinare una prescrizione diffusa. Ciò che occorre è rendere razionale il sistema (e non mancano le proposte: da quella più drastica di prevedere la prescrizione solo sino all'esercizio dell'azione penale a quella di adeguarla alle varie fasi del processo, fissando un termine per ogni fase, così da assicurare effettività e funzionalità all’azione giudiziaria di perseguimento dei reati e, nel contempo, certezza all’imputato).

4. Le disparità di trattamento in materia penitenziaria

Il disegno di legge n. 2055 C incide pesantemente anche sul settore dell'esecuzione penale stabilendo, nei confronti dei condannati ai quali è stata applicata in sentenza la recidiva ai sensi dell’art. 99, comma 4, codice penale (si tratta dei cd. recidivi reiterati), una serie di rilevanti restrizioni nell'accesso ai benefici.

In primo luogo, con la modifica dell’art. 656, comma 9, del codice di rito, i plurirecidivi non potranno più beneficiare dell'automatica sospensione dell'ordine di esecuzione (introdotta – come noto - dalla legge Simeone-Saraceni per evitare che le persone culturalmente meno consapevoli o difese con minor diligenza, potessero incorrere nell'esecuzione dell'ordine di carcerazione, non essendo a conoscenza dell'avvenuto passaggio in giudicato della condanna e dell'onere di formulare la richiesta di misura alternativa). Tale restrittiva disciplina produrrà, ovviamente, un rilevante incremento degli ingressi in carcere, anche in casi di modestissima pericolosità, dal momento che la nozione di recidiva reiterata delineata dal comma 4 dell’art. 99 del codice penale è del tutto generica e non distingue tra tipologie di reati: con il rischio che il passaggio in carcere alteri equilibri personali e sociali faticosamente raggiunti. L'incremento del tasso di carcerizzazione sarà particolarmente significativo per i tossicodipendenti, atteso l'elevato grado di recidività che in genere li caratterizza, con il rischio di brusche interruzioni di percorsi terapeutici (in ipotesi virtuosamente avviati). Si assisterà quindi a un ulteriore sovradimensionamento della popolazione detenuta con problematiche tossicomaniche (già oggi pari a 14.332 unità su 56.532 ristretti) e con disturbi psichiatrici correlati alle situazioni di abuso di sostanze (cosiddetti pazienti a doppia diagnosi). Inoltre, in caso di pene di breve durata, una tempestiva pronuncia della magistratura di sorveglianza è assai improbabile, con il rischio che l'accesso alle misure alternative resti in concreto precluso.

Lo stesso effetto conseguirà, in secondo luogo, alle restrizioni apportate alla possibilità di accedere alle misure alternative con il divieto di concessione, per più di una volta, dell’affidamento in prova ordinario, della detenzione domiciliare e della semilibertà nonché dell’affidamento terapeutico e della sospensione della pena ex art. 90 dPR n. 309/90 (per l’accesso ai ultimi quali è altresì disposto l'abbassamento dei limiti di pena da quattro a tre anni).

Assai pesanti sono, in terzo luogo, gli interventi manipolativi attuati sull'istituto della detenzione domiciliare. Accanto a una nuova fattispecie applicabile ai soggetti ultrasettantenni davvero inaccettabile laddove consente la concessione della misura soltanto a chi non "sia stato mai condannato con l'aggravante di cui all'articolo 99 del codice penale", creando una sorta di stigma indelebile che accompagna per sempre il condannato plurirecidivo, è stato abbassato a tre anni, nei confronti del condannato recidivo reiterato (recidiva prevista dall’art. 99, quarto comma, cp nel testo riformulato dal progetto di legge) il limite per l'accesso alla misura prevista dal comma 1 dell’art. 47 ter ordinamento penitenziario. Detta modifica crea delle evidenti disarmonie rispetto a fattispecie contigue: la detenuta madre o il detenuto padre (in caso di morte o di assoluto impedimento della prima) di prole di età non superiore ai dieci anni potranno accedere alla detenzione domiciliare ex art. 47 quinquies ordinamento penitenziario senza limitazione, anche se plurirecidivi e addirittura condannati all'ergastolo (sia pure dopo l'espiazione di almeno quindici anni di pena), mentre il recidivo reiterato condannato a tre anni e sei mesi che si trova in stato di libertà dovrà entrare necessariamente in carcere e rimanervi fino a che non residuerà una pena inferiore ai tre anni; e lo stesso vale per chi versa in condizioni di salute particolarmente gravi: il condannato a tre anni e sei mesi, recidivo reiterato per reati di modesta entità, non può beneficiare dell'istituto, mentre può accedervi il condannato per omicidio volontario (non plurirecidivo) che sta espiando gli ultimi quattro anni di pena.

Ambigua, in quarto luogo, è la disciplina dettata dal novellato comma 1 dell’art. 58 quater ordinamento penitenziario secondo cui l'ammissione ai benefici penitenziari non può essere concessa al condannato riconosciuto colpevole di una condotta punibile a norma dell'articolo 385 del codice penale – delitto di evasione - (che dovrà essere interpretata in un'ottica costituzionalmente orientata, e pertanto in maniera tale da ricomprendere soltanto i casi in cui la “condotta punibile a norma dell'articolo 385 del codice penale” sia successiva alla commissione del fatto per il quale si chiede il beneficio, ché, altrimenti, si introdurrebbe un inaccettabile automatismo preclusivo che non tiene conto dell'evoluzione personale nel corso del trattamento).

Infine va segnalata la disciplina dei permessi premio, rispetto alla quale si rinviene, sempre per i recidivi reiterati (recidiva prevista dall’art. 99, quarto comma, cp nel testo novellato dal progetto di legge), una stretta notevole (art. 4), anch'essa del tutto priva, per le ragioni già evidenziate, di un reale fondamento criminologico e verosimilmente giustificata solo dall'ossessione securitaria che ispira il progetto di legge. Né varrebbe affermare che in ogni caso, per i fatti antecedenti all’entrata in vigore della legge, troverà applicazione l'attuale, più favorevole disciplina. Sul punto, infatti, la norma destinata a disciplinare i rapporti di diritto intertemporale (art. 7) fa riferimento “all’imputato” e non al condannato, cosicché la nuova disciplina dell'esecuzione sembra applicabile ai procedimenti pendenti, ancorché in malam partem rispetto a quella attualmente vigente: a meno di ipotizzare che i compilatori siano incorsi in un grave quanto deplorevole (ancorché non improbabile) infortunio lessicale.

Un conclusivo sguardo d'insieme rivela una forte quanto confusa “compulsione repressiva” di tipo ideologico, una sorta di riflesso pavloviano indotto dai rigurgiti securitari che periodicamente si manifestano, talvolta trasversalmente, nelle dichiarazioni e nelle iniziative parlamentari. In realtà la disciplina in esame introduce elementi sensibilmente peggiorativi del quadro normativo, non solo sotto il profilo tecnico-giuridico e della scarsa capacità di armonizzazione sistematica, ma soprattutto per la filosofia di fondo che la ispira, lungo le direttrici di politica criminale tracciate dal vetusto canone della “centralità della pena detentiva”. Un intervento che, in sintesi, realizza una torsione repressiva del sistema dell'esecuzione, senza che ad essa si accompagni alcun concreto intervento per risolvere i ben noti problemi dell'universo penitenziario [sovraffollamento, assenza di spazi ove realizzare adeguate iniziative trattamentali, assenza di figure professionali dell’area educativa, mancanza di lavoro in carcere, inadeguata tutela sanitaria, in particolare per le problematiche psichiatriche in crescita ormai esponenziale (circa 31.548 casi accertati) ecc.]: problemi che il nostro sistema detentivo non appare in grado di gestire, in assenza di una politica giudiziaria razionale che non si muova sull'onda emotiva di contingenze elettorali o, peggio, di interessi di fazione o addirittura personali.

5. Apparenza e realtà degli interventi in tema di criminalità organizzata

A prima vista il disegno di legge sembra inasprire sanzioni e norme processuali con riferimento ai reati di mafia: lo si ricava dall'aumento delle pene per il reato di cui all'art. 416 bis del codice penale e dal “nuovo” art. 161, 2 comma, dello stesso codice secondo cui, in caso di interruzione della prescrizione, i relativi termini vengono raddoppiati per i reati di cui all’art. 51, comma 3 bis del codice di rito (e quindi per i reati di mafia). Per l'art. 416 bis, ad esempio, attualmente la prescrizione, in ipotesi di mera partecipazione (punita fino a sei anni), è di dieci anni (quindici in caso di prescrizione prorogata) e diventa, dato che il progetto di legge aumenta le pene edittali per la mera partecipazione a cinque anni di minimo e dieci anni di massimo, di dieci anni (o quattordici anni e sei mesi in caso di prescrizione prorogata); ma nel caso di ipotesi aggravata per essere armata l’associazione (di assai più frequente contestazione) la pena massima per la mera partecipazione sale a quindici anni, sicché con la nuova normativa la prescrizione ordinaria diventa di quindici anni.

Il quadro cambia, però, profondamente se si guardano altre ipotesi, assai ricorrenti nei processi per fatti di mafia. Bastino alcuni esempi.

Nel favoreggiamento aggravato ex art. 7 decreto legge n. 152/1991 (l'aggravante speciale per i reati di mafia), la prescrizione, oggi decennale (in via ordinaria) e quindicinale (prorogata), scende rispettivamente a sei e a dodici anni; e così nell'ipotesi di calunnia si passa dagli attuali dieci anni (quindici in caso di proroga), a sei (e sette anni e sei mesi per la prescrizione prorogata). I termini di prescrizione, inoltre, vengono abbreviati anche con riferimento ad altri delitti, tipici dell'attività mafiosa. Basti ricordare il reato di usura (tipico reato-fine delle organizzazioni criminali), con riferimento al quale il termine di prescrizione, oggi decennale (e quindicennale in caso di proroga), è sostanzialmente dimezzato, passando a sei anni (e a sette anni e sei mesi in caso di proroga).

Difficile dire che, in questo modo, si potenzia l'azione di contrasto alla criminalità organizzata che pure è indicata come obiettivo centrale della proposta di legge...

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Di Loredana Morandi (del 04/02/2005 @ 09:24:13, in Magistratura, linkato 285 volte)

Appello ex art.310 cpp del Pm contro la sentenza del Gip d.ssa Forleo, del sostituto procuratore dr Armando Spataro
http://www.magistraturademocratica.it/md.php/6/download/appellospataro.pdf
(16 pagine)

L'ordinanza del gip di Brescia, giudice dr Roberto Spanò
http://www.magistraturademocratica.it/md.php/6/download/ordinanza_cautelare_brescia.pdf
(39 pagine)

L'ordinanza bresciana è stata inserita on line in prima pagina anche dal sito del Ministero di Giustizia.
http://www.giustizia.it/newsonline/data/multimedia/322.doc
insieme ad un ampia rassegna stampa sul caso della cellula islamica in formato tif.
http://www.giustizia.it/newsonline/data/multimedia/323.tif

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Gioacchino Natoli - Luca De Matteis Movimento per la Giustizia - Italy

The following as response to points A) 3 - 4 - 7 of the questionnaire "Derives Penales Européennes: Libertés Constitutionelles contre Culture Sécuritaire" drafted in view of the Meeting in Bordeaux. No specific observations on the remaining issues addressed in the questionnaire.

1. After the events of Sept. 11th, 2001, we have witnessed a conspicuous production of internal policies striving to compress rights of freedom, taking the shape of an ever-increasing effort to identify an "enemy" (whether internal or external) and of a significant limitation on said rights through the slackening of judicial control on acts of the executive power and of the guarantees of the accused within the process of ascertaining facts.

The events of Sept. 11th certainly pose the international community in a sort of "state of necessity": the question, then, concerns the boundary within which the limitation of individual rights is acceptable in the face of such necessity. Such question has an ethical and meta-juridical scope and presents great complexity, involving issues which appeared to be stable acquisitions to the common cultural and juridical heritage of the international community.

2. The strain on these former strongholds manifests itself on two different levels.

2.1. In a more general sense, one that in its deeper ramifications transcends the scope of this paper and discussion, it poses the need to initiate a profound and serious reflection on the relationship among "reduction of individual rights" and "security".
2.1.1. This relationship, indeed, is absolutely coherent with the historical, social, and political tradition of Anglo-Saxon countries, especially the USA: the concept of Justice, in the wake of the historical origin of the North American Unitarian State, is defined in accordance with the protection of the rights to "life, liberty and the pursuit of happiness" of the individual: and among those especially the right of ownership. It is therefore immediately linked with the providing of those security measures (collective or individual - such as the inalienable right to possess firearms) functional to the protection of said rights.
2.1.2. The relationship in question is much less coherent with the tradition of countries, such as the European continental States, which base their existence on the idea of tripartition of powers among executive, legislative, and judiciary branches. In these social and political systems the concept of security is first and foremost collective: and measures taken to protect it can, and often must, look beyond the immediate protection of individual liberties, rights, and expectations. In this sense it is a task confided to the executive branch; the protection and balancing (and, where necessary, negation) of individual rights against such measures is, on the other hand, confided to the judiciary.
Therefore, whereas in the United States it is perfectly logical that one institutional subject (such as e.g. the Secretary of Defense) can jointly address policies for justice and security, the same situation would give rise to different issues if it were to take place in Italy or France or Spain if, for example, the Ministry of Interior Affairs were the subject in question.
Nevertheless, it must not be forgotten that the EU the Commissioner presiding over these subjects is only one, concerning himself both with Justice and Security, in coherence with the US model.
Also, it is significant that the Frame Decision on Fighting Terrorism adopted by the European Union on June 13th 2002 (at least partially, under American diplomatic pressure) adopts a definition of terrorism as "any intentional act tending to destabilize a country's economical or social structures, which determines the destruction of private property and thereby causes considerable economic loss": the proprietary perspective adopted by the wording leaves no doubt on the "cultural" stemming of the definition.
It could therefore be necessary to rethink the possible interferences and balancing among super-national rules and internal legal systems.
It is necessary to ask ourselves to which extent the limitation of individual liberties must lie outside the powers of the executive or transient parliamentary majorities. It is this level which constitutes the real "quality" of a democracy, in respect to which political power is correctly exercised only inasfar as it defines and implements constitutionally the founding and common principles, thereafter protecting this area from political power itself by appointing independent custodes to watch over the respect of these principles.

2.2. On a lower level, more pertinent to the issue in discussion, it must be noted that the question of the acceptability of the sacrifice of individual liberties has been resolved by the use of a "war logic", characterized by the (almost absolute) indifference to specific accusation in favor of an overemphasis on the "political" position of the individual, classified - if such position is in antagonism with the particular set of values considered in danger - almost as a "war enemy".
Also in Italy this climate of suspicion towards the internal or external "enemy" has determined the reduction of spaces of liberty, as shown by episodes which objectively (i.e. without any direct reference to the investigations or proceedings involved) define the measure of the hardship we experience. For example, the arrest of some Islamic foreigners in Bologna (who then proved to be only tourists who had made critical comments while observing a painting in a church, while this was interpreted as preparation of an attack), or the arrest of Afghan citizens in Rome who were found with city maps in which several spots were highlighted (which then proved to be seats of Caritas), or the numerous arrests of migrants arriving by sea if deemed (only by their nation of origin) linked to international terrorism.

3. The analysis of the consequences of this attitude concerns two different aspects addressed in this discussion.

3.1. As far as the measures directly related to the fight against international terrorism are concerned, they can be summarized as follows:

· Decree 25th September 2001 n. 353 converted into Law 27 November 2001 n. 415 providing sanctions against the violation of measures adopted towards the Taliban government of Afghanistan;
· Decree 12th October 2001 n. 369 converted into Law 14th November 2001 providing urgent measures to prevent the financing of international terrorism;
· Decree 12th October 2001 n. 374 converted into Law 15th December 2001 n. 438 providing urgent measures against international terrorism, which constituted the most relevant statutory answer to the facts of September 11th and included, among others:

1) the restating of art. 270-bis of the Criminal Code establishing the crime of Association pursuing terrorism, also international; in this respect, the fact that no shared definition of terrorist act exists in Italy or in the international community opens the road for abuse of the concept, which could easily be bent to comprise the prejudicial notions of public prosecutors leading the investigations or of judicial organs; 2) the attribution of competence concerning investigations on terrorism to the 29 district prosecution offices already entrusted with investigations on mafia-related crimes; 3) a redefinition of the conditions required to authorize eavesdropping in investigations concerning terrorism, which are made easier; 4) the possibility for public prosecutors to order eavesdropping before any authorization of a judge, although without validity of the results at trial; this constitutes and exception to the rule established for in art. 15 of the Italian Constitution which provides that freedom of communication and secrecy thereof can only be limited by an act of jurisdiction.

3.2. The second aspect directly influenced by the attitude outlined above is the discipline of immigration.
3.2.1. This sector, in Italian legislation, has always been characterized by a strong administrativization of procedures, stressing the concept that the discipline of immigration is a largely political issue which should therefore be taken care of by the executive and its ramifications. On the contrary, the powers of the judiciary in a sector which evidently involves many of the fundamental rights of the migrant person has always been relegated on the margin, through the designing of procedures so curt that the space for judicial review is virtually annihilated.
Although important jurists have remarked the democratic defects of the system already in the 1970's, this has been replicated and made harsher through the two main bills of reform concerning the subject of immigration: law 286 of 1998 and, later, law 189 of 2002, which was drafted and approved by the parliamentary majority currently in office and has widely reshaped the matter.
3.2.2. The main idea that lies behind this statute is the illegality of unauthorized entry in the territory of the State: it therefore produced a category of quasi-criminals defined as "clandestines". It must be pointed out that the definition is not natural but strictly legal, deriving from the global consideration underlying the discipline of immigration. The consideration is, at least, two-sided: there is no outright definition of the unauthorized migrant as criminal (although the suggestion keeps surfacing now and then in certain more xenophobe sectors of Italian politics, and although certain legal provisions subtly point in this direction: e.g. the misdemeanor consisting of being found without valid identification on the State territory, which, considering the normal situation of clandestines, borders with the overt punishment of clandestinity); there is, however, an evident unspoken conviction that a clandestine is a potentially or actually dangerous subject to be withheld from the territory of the State.
3.2.3. The fight against clandestinity takes place in three phases:
· rejection of incoming migrants: this is achieved through a widespread militarization of frontiers with the attribution to Naval Forces of penetrating police powers to be exercised also outside the territorial waters; also, in accordance with a suggestion deriving originally from the British government, Italy has started a campaign to establish control structures abroad, in countries where migrations originate or transit: e.g., Italy has provided hardware and training to the Libyan Coast Guard to aid in the effort to patrol the shores in search for departing shipments of clandestines; also, recently negotiations with the Gheddafi regime have started for the installment of "temporary permanence centers" (see below) on Libyan territory. On the criminal side, the statute establishes as a crime the favoring of clandestine immigration, with a legislative technique which, due to its imprecision, has been widely criticized.
· pursuit of clandestines: this part of the statute on immigration is centered on several criminal provisions: not only the one, mentioned earlier, establishing a penalty for the foreigner found with proper identification (which in most countries of origin of illegal migrants is almost impossible to obtain, thus in practice sanctioning clandestinity itself); other criminal provisions concern the favoring of illegal permanence of clandestines in the territory of the State, including such cases as the employment of clandestines. These provisions are evidently aimed at "scorching the earth" around clandestines to discourage the phenomenon.
· expulsion of clandestines: this measure is the final answer of the Italian legal system to unauthorized immigration. No stable mechanism for naturalization or de-illegalization is provided: clandestines, under the current statute, face one of two possibilities. They can be rejected at the frontier or, if found on the State territory, immediatelly expelled; only if expulsion is not immediatelly executable (e.g., if there is a doubt as to the actual identity and nationality of the stranger found illegally in Italy: which represents the vast majority of cases, since most clandestines have no positive identification) they can be held for a period up to 60 days in a "temporary permanence center", in a situation which must be classified as "administrative detention". This detention, virtually an imprisonment, is regulated only by administrative provisions and does not pass through any kind of judicial review. If, after this detention, the identification is still not possible, the foreigner is ordered to leave the country in the term of 5 days on his own means: if the clandestine does not comply with this order, he commits a misdemeanor punished with a mild penalty.
3.2.4. What is evident from the analysis of this rules is that, in application of the securitarian logic, there is no effort to realistically face the fact that migrations take place and to discipline and govern this phenomenon in respect of the basic rights of those involved: there is rather the utopistical (or, more often, demagogical) pursuit of a fight against immigration through prohibition and through the criminalization of the "other", in a vain effort to protect individual rights and expectations of residing citizens who are brought to identify the migrant as the source of their insecurity.

29 December 2004
http://www.movimentoperlagiustizia.it/modules.php?name=News&file=article&sid=259

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Di Loredana Morandi (del 04/02/2005 @ 08:33:49, in Magistratura, linkato 250 volte)

Il ministro dell'Interno vuole allontanare il marocchino assolto dal Gip Forleo dall'accusa di terrorismo internazionale
Pisanu firma l'espulsione per Daki ma la Procura non è d'accordo
Lo stesso giudice accoglie però la richiesta dei Pm "Deve restare in Italia per affrontare gli altri gradi di giudizio"
 
ROMA - Pisanu vuole mandarlo via dall'Italia, i magistrati di Milano vogliono processarlo. Il ministro firma il decreto di espulsione, il gip non concede il nulla osta. Sta diventando sempre più imbarazzante il caso di Mohammed Daki, il marocchino assolto dal Gip Clementina Forleo per il reato di terrorismo internazionale con una sentenza che la settimana scorsa sollevò infinite polemiche, e che oggi ha lasciato il carcere dopo aver scontato la pena per favoreggiamento dell'immigrazione clandestina.

Poco fa il ministro dell'Interno Giuseppe Pisanu ha firmato il decreto di espulsione per il maghrebino con l'ordine di accompagnamento alla frontiera a mezzo della forza pubblica. L'espulsione è motivata dal "grave turbamento dell'ordine pubblico e dal pericolo per la sicurezza dello Stato".

Una decisione diametralmente opposta a quella maturata in mattinata al Palazzo di Giustizia di Milano. Infatti il giudice Forleo non ha concesso il nulla osta all'espulsione avanzato dall'Ufficio immigrazione della questura di Como accogliendo il parere del procuratore aggiunto Armando Spataro secondo il quale per Daki è ancora aperto il procedimento per il reato di terrorismo internazionale dal quale è stato assolto in primo grado e per il quale dovrà affrontare gli altri gradi di giudizio.

L'indagine penale è prevalente sulla vicenda amministrativa quale l'espulsone chiesta dalla questura che a questo punto viene congelata in attesa degli sviluppi penali dell'inchiesta. Ma tutto questo era vero fino a poche ore fa, prima che Pisanu firmasse il decreto.
 
Intanto domani un altro giudice deciderà invece sul trattenimento di Daki al centro di permanenza di via Corelli a Milano dove il marocchino è andato appena uscito dal carcere di Como. Se la sentenza lo considererà legittimo, Daki resterà nella struttura che raccoglie gli extracomunitari senza permesso di soggiorno, in caso contrario il marocchino potrebbe invece lasciare il centro ma dovrebbe restare a disposizione dell'autorità giudiziaria. (La Repubblica 3 febbraio 2005)

***

Accolta la richiesta di arresto per gli estremisti islamici
Il gup nella sentenza contestata si era dichiarata incompetente
Brescia, due ordini di custodia "I kamikaze sono terroristi"
Il Gip sulla prima sentenza: "Confusione e opinioni personali"
La Forleo: "Non entro nel merito delle valutazioni dei colleghi"

BRESCIA - Custodia cautelare per i due estremisti islamici Noureddine Drissi e Kamel Hamroui e critiche di "confusione" e di "aver espresso opinioni personali" al Gup Clementina Forleo che, con la sua ordinanza dei giorni scorsi si era dichiarata incompetente a giudicarli e aveva revocato la necessità di tenerli in prigione.

Sono i punti salienti della nuova ordinanza di custodia cautelare per terrorismo internazionale (articolo 270 bis del codice penale) emessa dal gip di Brescia Roberto Spanò. Noureddine Drissi e Kamel Hamroui sono, insomma, devono stare in galera e Clementina Forleo, secondo Spanò, ha sbagliato a revocare la misura restrittiva della libertà.

Il gip nelle motivazioni che hanno accompagnato il provvedimento ha di fatto ribaltato l'interpretazione data dalla collega milanese. "Azioni violente condotte anche con il ricorso a 'kamikaze' da portatori di ideologie estremiste islamiche nei confronti di unità militari attualmente impiegate in Asia (tra cui un contingente italiano) - si legge nell'ordinanza - non possono qualificarsi come atti di legittima e giustificata 'guerriglia', ma vanno senz'altro definiti ad ogni effetto come atti di 'terrorismo'".

Su richiesta del procuratore aggiunto di Brescia, Roberto Di Martino, il gip ha anche rinnovato la custodia cautelare per favoreggiamento dell'immigrazione clandestina. Per questo reato i due si trovano ancora in carcere. Con la stessa sentenza-ordinanza con cui il gup Forleo si dichiarava incompetente, erano stati assolti dall'accusa di terrorismo internazionale altri tre imputati nel processo milanese che erano, invece, stati condannati per reati cosiddetti 'satellite'.
 
La sentenza-ordinanza del gup Forleo era stata al centro di numerose polemiche per quella parte di motivazione secondo cui alcune azioni in un contesto bellico vanno considerate guerriglia anziché terrorismo. Polemiche che secondo uno dei difensori degli indagati, l'avvocato Sandro Clementi, ha influenzato anche la scelte della magistratura di Brescia. "E' una decisione che risente del clima politico, intimidatorio e liberticida che si è venuto a creare in seguito alle polemiche dopo l'ordinanza del gup Clementina Forleo", ha commentato il legale.

Da parte sua il Gip si sottrae alla polemica. "Nel merito delle valutazioni del collega di Brescia - dice il Gup di Milano - non voglio entrare". "Si tratta - ha proseguito Forleo - di atti e procedimenti diversi, motivo per il quale ho mandato a Brescia le due posizioni, come avevo già detto nel mio provvedimento". (La Repubblica 1 febbraio 2005)

***

Per la procura di Milano i due arabi non andavano assolti
"Errori ed omissioni di valutazione da parte del giudice"
Terrorismo, ricorso dei pm contro la sentenza Forleo

MILANO - La procura di Milano presenta ricorso contro la sentenza che ha assolto due arabi dall'accusa di terrorismo. I pm parlano di "errori ed omissioni di valutazione del giudice". E sostengono che il gup Clementina Forleo non poteva revocare la custodia cautelare per 270 bis (terrorismo internazionale) nei confonti di Nourredine Drissi, 40 anni, marocchino, e Kamel Ben Mouldi Hamraoui, 28 anni, tunisino.

Ultimato l'esame della decisione assunta il 24 gennaio dal giudice Forleo, la procura ha presentato oggi il ricorso al Tribunale del Riesame. Sedici pagine, preparate personalmente dal procuratore aggiunto Armado Spataro e approvate dal procuratore capo Manlio Minale, che rispondono punto per punto alle osservazioni del giudice.

La Forleo si era dichiarata incompetente a decidere sui due imputati e aveva disposto la trasmissione degli atti al Tribunale di Brescia, revocando però la misura cautelare per terrorismo per carenza di gravi indizi di colpevolezza per quel reato, per l'inutilizzabilità, secondo il suo parere, di alcuni atti (rogatorie e informative) e perché l'attività degli imputati si sarebbe qualificata come "guerriglia" e non come crimine contro l'umanità e cioè "terrorismo". I due imputati sono comunque in carcere per altri reati. (La Repubblica 29 gennaio 2005)

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Di Loredana Morandi (del 02/02/2005 @ 12:04:22, in Varie, linkato 236 volte)

..e anche dal citofono di casa mia. In effetti il problema dell'inquinamento elettromagnetico alla Balduina (quartiere di Roma) è reale. Ciò nonostante tutte le associazioni ambientaliste, che brancolano da queste parti sono più che disoneste. Da qui i romani possono tranquillamente ascoltare le reti radiofoniche della Rai, mentre non c'è nessuna traccia di Radio Vaticana, bersaglio invece di tutti i loro tiri per quanto lunghi essi possano essere. Il caso Radio Vaticana copre un enorme, dannosissimo e radioattivo scandalo: quello della radioattività del suolo determinato dai reattori nucleari accesi alla centrale civile della Casaccia, dove (pergiunta) sono stoccati tutti i fusti di scorie radioattive recuperate in Italia dai Carabinieri.

La questione dell'inquinamento elettromagnetico è reale, ma per l'effetto simpatico genetico con il corpo umano, esso determinerà solo sintomatologie più vicine alle fonti elettromagnetiche, come le sinapsi neuronali del cervello. Qui alla Balduina i bambini soffrono spessissimo dei fastidiosi "mal di testa", mia figlia per esempio. Nello stesso modo è decisamente più onesto attribuire i molti casi di leucemia di Roma Nord, considerando che la leucemia è una malattia degenerativa del midollo spinale e le ossa sono le parti del corpo umano più vicini alla composizione della "terra" (capelli e unghie, della stessa materia delle ossa, come fa l'erba proseguono la loro crescita anche dopo morti), alla radioattività del suolo.

Ma qui a Roma nord accade l'esatto contrario: tutti i ricercatori (o pseudo tali) sono impegnati a tenere ben puntato verso il cielo il loro rilevatore, mentre la radioattività si trova all'altezza delle loro scarpe sul nudo suolo.

A mio avviso l'unico dato indagabile su questa situazione, predeterminata da uno status sociale di cose (disonestà varie fra governo, interessi televisivi, regione, provincia, comune), è a chi nell'associazionismo piovono denari in tasca per la copertura del dato reale sulla radioattività del suolo nel circondario di Roma, zona anche naturalmente radioattiva e spugna tufacea per le radioazioni indotte dall'incuria umana.

Per risolvere il caso Radio Vaticana è sufficiente un occhiata sulla casistica di morte del personale negli ultimi 20 anni, oppure risalire al periodo "anni 70" e gli articoli di allora, che allarmatissimi intitolavano all'asportazione di milioni di metri quadri di terriccio radioattivo a causa degli scarichi inquinanti della centrale della Casaccia (20 cm di terriccio su un area sterminata) nel vicino fiume.

Anche la casistica legata al Chernobil lascia questi pseudo studiosi indifferenti, come se non fosse mai stata nella primavera del 1986 e non avesse arrecato morte e distruzione nella lontana europa dell'estremo est, che non considerano sufficientemente radioattive le polveri proveniente dagli inquinamenti da bombardamento ad uranio impoverito (procedimento che consente agli usa di disfarsi del problema di stoccaggio delle scorie) in Kosovo, in Afganistan e in Iraq. In quest'ultimo paese è stato lanciato l'equivalente in radioattività di 250.000 bombe nucleari, ma agli ambientalisti romani questo non fa nessun effetto ...

Purtroppo è la cultura, quella vera, che manca ai modernissimi ambientalisti romani ...

Loredana Morandi

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Di Loredana Morandi (del 01/02/2005 @ 20:29:57, in Magistratura, linkato 265 volte)

CODICE DEI BENI CULTURALI E DEL PAESAGGIO,
PIANIFICAZIONE TERRITORIALE E NUOVI CONDONI

dibattito pubblico promosso da Magistratura Democratica, dall'associazione ecologista Gruppo d'Intervento Giuridico e dai Giuristi Democratici

Cagliari, sabato 12 febbraio 2005, ore 9.00
Palazzo di Giustizia, Piazza Repubblica, aula magna

Dott.ssa Fiorella Pilato, Magistrato presso la Corte d'Appello di Cagliari,
rappresentante di Magistratura Democratica

presentazione

Dott.ssa Cristina Ornano, Magistrato presso il Tribunale penale di Cagliari
la tutela penale del paesaggio: dall'art. 734 cod. pen. alla legge Galasso, al codice dei beni culturali e del paesaggio

On. Dott. Monica Frassoni, co-Presidente del gruppo Verdi/A.L.E. al Parlamento Europeo
dalla Convenzione europea sul paesaggio al diritto penale ambientale europeo: un percorso possibile quanto necessario

Dott. Stefano Deliperi, presidente del Gruppo d'Intervento Giuridico
il Codice per i beni culturali ed il paesaggio e la nuova pianificazione territoriale paesistica

Arch. Alfredo Ingegno, Soprintendenza B.A.P.P.S.A.D. per le Province di Cagliari ed Oristano
la valutazione di impatto paesaggistico come fulcro dell'autorizzazione ambientale

Dott. Vincenzo Santoni, Soprintendente per i Beni archeologici per le Province di Cagliari ed Oristano
la tutela del paesaggio archeologico

Avv. Silvia Curto, libero professionista
interrelazioni fra tutela paesaggistica e normativa urbanistica

Dott. Alessandro Castello, Magistrato presso il Tribunale di Cagliari
rapporti fra il nuovo condono edilizio e la tutela paesaggistica

dibattito

Dott. Elisabetta Pilia, Assessore della Pubblica istruzione, Beni culturali, informazione, spettacolo e sport della Regione autonoma della Sardegna
la nuova politica regionale della pianificazione paesistica e conclusioni

Sarà possibile la prenotazione degli Atti del dibattito presso la medesima aula magna.

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Di Loredana Morandi (del 01/02/2005 @ 20:23:22, in Magistratura, linkato 243 volte)
MOVIMENTO PER LA GIUSTIZIA
 
L'archiviazione, votata dal plenum del Consiglio  Superiore a maggioranza, della pratica relativa  alla  prospettata incompatibilità ambientale del Procuratore della Repubblica di Salerno dott. Apicella (di cui si dà ampia notizia nel nostro sito) ha segnato un momento non certo esaltante della vita consiliare nonostante l'opposizione, sia durante i lavori di commissione che nel dibattito conclusivo, dei componenti del  Movimento.
 
Il lungo e travagliato iter della pratica , caratterizzato per di più da una singolare atipicità procedurale, avrebbe meritato una conclusione diversa da parte di un CSM realmente capace di praticare in concreto il rigore comportamentale di una magistratura che, specie nei travagliati momenti che stiamo vivendo, deve dar prova di essere giustamente severa con se' stessa ogniqualvolta le occasioni lo impongono.
 
I fatti storici attribuiti al Procuratore della Repubblica di Salerno, come inutilmente segnalato dai consiglieri del Movimento, riguardano condotte assai discutibili che avrebbero dovuto comportare la formale apertura della procedura ex art.2 L. Guar. ed i conseguenti accertamenti, anche per offrire un quadro di necessaria chiarezza all'interno di un ufficio di particolare importanza nell'azione di contrasto alla criminalità organizzata.
 
La centralità della "questione morale" interna nella strategia di salvaguardia dell'Autogoverno, oggi minacciato e messo a repentaglio dall'azione controriformatriice,   è di assoluta evidenza , ed impone una vigile attenzione da parte di tutti i magistrati, e soprattutto dalle loro rappresentanze consiliari.
 
IL PRESIDENTE Piero Martello
IL SEGRETARIO Nino Condorelli
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Di Loredana Morandi (del 01/02/2005 @ 20:05:40, in Indagini, linkato 262 volte)

Questa è allucinante: leggete qui!

Come un aviere Usa stupra in Italia una bambina ma guadagna l'impunità per l'ignavia del ministero dell'ing. Castelli

Storia assai istruttiva, questa che vi racconto oggi. In breve l'antefatto. Nell'inverno 2002, a Pordenone, una banda di farabutti stupra una ragazzina di tredici anni. Della banda fanno parte, insieme ad un paio di minorenni, l'albanese Kasem Placu (20 anni) e Robert Scott Gardner (19 anni), aviere americano di stanza alla base Usaf di Pordenone. Lo stupro viene consumato in un appartamento avuto in prestito dal valoroso soldato Usa; la vittima, non solo violentata per ore ed ore ma anche maltrattata, sarà ricoverata in ospedale. La ragazza denuncia la banda, la polizia conferma le accuse con prove inconfutabili (prova del Dna). Diciotto mesi di indagini culminano nell'arresto dei quattro della banda. Ma proprio i principali responsabili dell'infamia (l'aviere Usa e l'albanese) non potranno essere processati, insomma non pagheranno nemmeno con un giorno di galera la loro criminale impresa. Ed il bello è che, paradossalmente, non è colpa loro ma dell'irresponsabile ignavia delle autorità italiane, in particolare del ministero della Giustizia amministrato dall'ing. Castelli. Vediamo come e perché sulla base della risposta scaricabarile che il ministro della Difesa Antonio Martino ha fornito per iscritto alla deputata dei Verdi Luana Zanella che aveva chiesto (al ministro della Giustizia, che non elegantemente ha passato la palla al collega Martino) conto e ragione dell'incredibile esito della vicenda.Cominciamo naturalmente dal caso più scandaloso, quello dell'aviere Usa. Spiega Martino che "si è rinunciato all'esercizio della giurisdizione spettante allo Stato italiano nei confronti del militare Nato" in considerazione di tre elementi: "la giovane età dell'imputato", "che, comunque, lo Stato di origine del medesimo avrebbe esercitato l'azione penale" (il come si è visto con i protagonisti della tragedia del Cermis: il cavo della funivia tranciato al culmine di un gioco di due avieri Usa che poi, in Usa, l'hanno fatta franca alla faccia dei venti morti), e infine "che il Paese di origine (vale a dire gli Stati Uniti, ndr) avrebbe fatto fronte ai risarcimenti dovuti alla parte lesa italiana". Quali e quante garanzie erano state ottenute dall'autorità giudiziaria italiana, ed in particolare dalla procura di Pordenone e dalla procura generale di Trieste? Evidentemente poche o punte se è potuto accadere che, mentre l'aviere farabutto se ne tornava tranquillamente al suo paese, "le autorità statunitensi non hanno dato seguito alla pratica di risarcimento ritenendo non sufficienti gli elementi posti a fondamento della richiesta e hanno manifestato perplessità sulla natura delle imputazioni mosse nei confronti del Gardner". Risultato: una volta scappati i buoi, la procura di Pordenone ha chiuso la stalla avviando procedimento nei confronti dell'aviere ormai tranquillo a casa sua!Altrettanto stupefacente quanto è accaduto per l'albanese Kasem Placu. Privo di permesso di soggiorno, era stato rinchiuso nella casa circondariale di Treviso, dove non sapevano del carico pendente su di lui per lo stupro. Risultato: l'ufficio matricola della prigione di Treviso avverte (per telefono!) l'ufficio immigrazione della questura che sta per scarcerare l'infame e chiede la scorta per espellerlo. Il che puntulamente avviene: Kasem Placu parte da Bologna in aereo per Tirana, su convalida da parte del tribunale di Treviso del decreto di espulsione. Insomma, con (quasi) tutti i crismi, anche questo farabutto guadagna la libertà addirittura con accompagnamento a casa. E il prescritto nulla osta al rimpatrio che avrebbe dovuto essere emesso dall'autorità giudiziaria, cioè dalla procura della repubblica di Pordedone o dalla procura generale di Trieste? Anche in questo caso il ministro della Difesa Martino s'incarica di prendere le difese del collega ing. Castelli: "la man!canza del nulla osta non determina, secondo costante giurisprudenza della Cassazione, l'invalidità del provvedimento". Ovviamente ora anche l'albanese è irreperibile.
Vi è chiaro ora perché la risposta richiesta da Luana Zanella a Castelli è arrivata (quasi un anno dopo) da Martino? Perché l'ing. Castelli avrebbe dovuto contestare a più di un magistrato l'ignavia (a dir poco) con cui questa truce vicenda si è trasformata in un ignobile scandalo d'impunità. Chi paga tutto questo? Assolutamente nessuno. Anzi qualcuno ha pagato: la pavera bambina (tredici anni) di Pordenone: in tutta la lunga risposta del ministro della Difesa non c'è una sola parola di solidarietà, di omprensione, di scuse nei suoi confronti. Che vergogna.

{Fonte: Associazione Itaca - Autore: Giorgio Frasca Polara}

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Di Loredana Morandi (del 01/02/2005 @ 19:18:54, in Magistratura, linkato 243 volte)

Mi permetto di ribadire un punto sottolineato dal collega della redazione di cui vi posto l'articolo in prima pagina de L'Unità on line: chi definisce il comune sentire? Quando, prima d'ora, si era visto un esercito di Resistenza obbligato a scrivere o filmare comunicati di rivendicazioni per atti comuni di guerra? Cadono dal cielo iracheno aerei ed elicotteri, non sarà che piove? Viviamo in piena follia e non ce ne rendiamo neppure conto, data la manipolazione sostanziale dei media.

Terroristi o guerriglieri?
Il giudice di Brescia rovescia la sentenza di Milano

Interni di red

Sentenze contraddittorie, quasi opposte. La sentenza con la quale il Gup di Milano, Clementina Forleo, aveva assolto tre islamici accusati di terrorismo internazionale, classificando le loro attività come guerriglia, è stata capovolta da un'ordinanza della procura di Brescia alla quale era passato il fascicolo di altri due presunti terroristi, per i quali il giudice milanese aveva stabilito la scarcerazione. Per il gip di Brescia Roberto Spanò, il potere giudiziario deve interpretare «il comune modo di sentire della comunità politica». Se la politica dice che gli attacchi kamikaze contro i miltari sono «atti di terrorismo», la giustizia si adegua. Ma di quale comunità politica si parla? E chi definisce il comune sentire?

Terroristi o guerriglieri?
Il giudice di Brescia rovescia la sentenza di Milano
01.02.2005 di red

 Sentenze contraddittorie, quasi opposte, che non nascondono un profondo contrasto nell’interpretazione delle leggi. La sentenza con la quale il Gup di Milano, Clementina Forleo, aveva assolto tre islamici accusati di terrorismo internazionale, classificando le loro attività come guerriglia, è stata capovolta da un'ordinanza della procura di Brescia alla quale era passato il fascicolo di altri due presunti terroristi, per i quali il giudice milanese aveva stabilito la scarcerazione.

La scorsa settimana il Gup di Milano, Clementina Forleo, suscitando un coro di polemiche, aveva sostenuto che le attività dei cinque islamici sotto processo, ossia «finanziamento di strutture di addestramento paramilitare nel nord dell’Iraq, e arruolamento di volontari», fossero classificabili come guerriglia, dunque legittime, e non come terrorismo internazionale. Tre islamici sono stati comunque condannati per reati minori mentre per gli altri due, Nourredine Drissi e Kamel Hamraoui, entrambi di nazionalità tunisina, il gup aveva revocato la necessità di tenerli in prigione, trasferendo allo stesso tempo la pratica alla magistratura di Brescia per competenza territoriale.

Una volta a Brescia e la situazione si è capovolta. Martedì, il giudice per le indagini preliminari della procura bresciana, Roberto Spanò (nella foto) ha infatti ordinato nuovamente la custodia cautelare per terrorismo internazionale (articolo 270 bis del codice penale) nei confronti dei due presunti terroristi islamici di nazionalità tunisina, rovesciando sostanzialmente la sentenza del gup di Milano.

Roberto Spanò, il giudice di Brescia, evidenzia la rottura: «Questa autorità giudiziaria intende discostarsi in modo radicale da tale ragionamento che, a proprio giudizio, appare frutto di erronea applicazione di norme, nonché di una valutazione bidimensionale delle carte processuali e, più in generale, del fenomeno terroristico nel suo complesso».

La spiegazione della sentenza è destinata a suscitare polemiche non inferiori a quelle provocate dalla sentenza di Milano. Il ragionamento è capovolto. E si teorizza una sorta di subordinazione del potere giudiziario al «comune sentire politico». Una giustizia ad indipendenza limitata.

L’idea di partenza ripropone un principio fondamentale del pensiero giuridico: «Le leggi - scrive il giudice - vanno interpretate non secondo la propria opinione personale, bensì in conformità delle scelte politiche di fondo che hanno indotto il legislatore del passato ad emanarle e il legislatore del presente a mantenerle in vigore». Da questo enunciato Forleo ne fa però discendere un altro, molto meno scontato. Ecco le sue parole: «Alla luce del comune modo di sentire della comunità politica (o delle comunità politiche) che ha prodotto l'articolo 270 bis del Codice Penale (o altre norme equivalenti) deve ritenersi che azioni violente condotte anche con il ricorso a “kamikaze” da portatori di ideologie estremiste islamiche nei confronti di unità militari attualmente impiegate in Asia (tra cui un contingente italiano) non possono qualificarsi come atti di legittima e giustificata “guerriglia”, ma vanno senz'altro definiti ad ogni effetto come atti di “terrorismo”».

Quale comunità politica? Quale comune sentire? Il centrodestra, naturalmente, già esulta. «L'ordinanza di custodia cautelare emessa dal gip di Brescia nei confronti di Noureddine Drissi e Kamel Hamroui fa tornare un minimo di fiducia e di rispetto nei confronti della giustizia», afferma il leghista Roberto Calderoli. «Se vi è specializzazione del magistrato su un fronte così delicato e complesso vi è anche efficienza operativa», aggiunge Alfredo Mantovano di Alleanza nazionale, che osserva: «La repressione del terrorismo internazionale deve avere il medesimo approccio a suo tempo avuto per il contrasto della criminalità mafiosa, quando furono istituite la procura nazionale e le procure distrettuali antimafia».

Anche il ministro degli interni Pisanu parla di «ordinanza che rasserena le donne e gli uomini delle forze dell'ordine». Ma sottolinea «il problema di adeguare la legislazione penale alle inedite modalità di azione del terrorismo internazionale, specialmente per quanto riguarda l'impiego degli uomini-bomba come arma micidiale di offesa indiscriminata».

http://www.unita.it/index.asp?SEZIONE_COD=HP&TOPIC_TIPO=&TOPIC_ID=40617

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