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  ... ... di Loredana Morandi
 
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Io non sono mai stato un giornalista professionista, che vende la sua penna a chi gliela paga meglio e deve continuamente mentire, perchè la menzogna entra nella qualifica professionale. Sono stato giornalista liberissimo, sempre di una sola opinione, e non ho mai dovuto nascondere le mie profonde convinzioni per far piacere a dei padroni o dei manutengoli.

Antonio Gramsci
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Di seguito tutti gli interventi pubblicati sul sito, in ordine cronologico.
 
 
Di Loredana Morandi (del 09/10/2004 @ 10:35:41, in Varie, linkato 253 volte)

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Di Loredana Morandi (del 09/10/2004 @ 09:48:45, in Indagini, linkato 264 volte)
Cari signori dell'FBI, è solo un caso che il network di informazione alternativa Indymedia sia stato brutalmente messo a tacere sulla soglia dell'annuale riunione del Social Forum Europeo? La nebbiosa Londra del "ponte dei Frati Neri" ci attende tutti con questo tenero abbraccio? Strane usanze. Si davvero, anche considerato che non possiamo essere suicidati artisticamente, così come siamo: centinaia di migliaia di persone, che non credono più alle vostre menzogne. Probabilmente qualcuno, prima o poi in questi giorni, ci informerà di una causa "ragionevole" per la quale il network è stato azzittito. Non ci piove, ma... è proprio a voi anglosassoni e americani, che si deve domandare come mai le rogatorie sugli affari sporchi del primo ministro italiota, non possono andare in porto, mentre la più becera e volgare censura alla "pura e semplice VERITA'", si e col bene placido del ministro di Giustizia americano. Quando Ella, caro ministro, ci concederà le notizie sul "furto" degli hard disc di Indymedia, effettuato anche in spregio alla privacy per tutte le email da voi ottenute in questo modo, Sia gentile: ci mandi anche gli atti dell'affare "cinematografaro" del premier. Grazie! L.M.
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Di Loredana Morandi (del 09/10/2004 @ 09:31:03, in Indagini, linkato 241 volte)
Non sono note le ragioni dell'atto
Fbi sequestra i server di Indymedia
Messi i sigilli alle macchine presenti nel Regno Unito e negli Usa. L'agenzia federale rivela: «Ce l'ha chiesto l'Italia»
MILANO - Un sequestro per ora senza spiegazioni. Ma con un «mandante»: l'Italia. L'Fbi ha sequestrato i server di Indymedia nel Regno Unito e negli Stati Uniti. «La richiesta è provenuta da due paesi terzi, l'Italia e la Svizzera», ha dichiarato un portavoce del Fbi senza aggiungere ulteriori dettagli.
Il sito italiano di Indymedia (Eidon)
Giovedì alle 18 circa, gli agenti si sono presentati, con un ordine federale emesso dalle autorità statunitensi, nella sede statunitense e in quella inglese di Rackspace, l'azienda che ospita i server in cui si trovano molti siti locali di indymedia, fra cui «italy.indymedia.org». Le ragioni dell'atto, che ha colpito più di 20 siti in tutto il mondo, sono ancora ignote ad Indymedia italiana. A quest'ultima Rackspace avrebbe detto di non poter «fornire nessuna informazione sull'ordine ricevuto». Sarebbe stato disconnesso a Rackspace anche il server Blag, che ospita trasmissioni live di diverse stazioni radio. La lista degli Indy Media Centers locali colpiti da questa operazione include Amazzonia, Uruguay, Andorra, Polonia, Massachusetts occidentale, tutta la Francia, il paese basco, Liegi, Belgio, Belgrado, Portogallo, Praga, Galiza, Italia, Brasile, Regno Unito, ed il sito della radio on-line di Indymedia.org. 8 ottobre 2004 - Corriere.it
 
Per l'appello in italiano e inglese clicca qui
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Di Loredana Morandi (del 09/10/2004 @ 09:24:53, in Magistratura, linkato 270 volte)

da L' Unita' on line

«I pacifisti sono irrisi dai guerrafondai, da quella cultura che vuole essere realista e pragmatica senza lasciare speranza di salvezza al genere umano. Ma il cammino della pace è tracciato da guide alte, da San Francesco e Erasmo da Rotterdam, Mounier, Maritain, La Pira, Capitini, don Mazzolari, don Milani e Padre Balducci».

Francesco Paolo Casavola,
ex presidente della Corte Costituzionale,
7 ottobre 2004

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Di Loredana Morandi (del 07/10/2004 @ 00:05:29, in Magistratura, linkato 254 volte)

Il sistema dei diritti sta attraversando una stagione assai critica. Da un lato, si assiste in settori importanti per la vita del paese alla sua progressiva erosione, attraverso interventi normativi e scelte amministrative, che rimettono in discussione l'astratto riconoscimento di principi fondamentali che pure sembravano acquisiti; e sembra inarrestabile la rincorsa ad un progressivo svuotamento dei valori riconosciuti dalla Costituzione. Nello stesso tempo, quegli stessi diritti stentano a trovare una tutela effettiva nelle aule giudiziarie, a causa delle gravi difficoltà manifestate dal servizio giustizia.

Le associazioni che sottoscrivono questo documento hanno constatato che in questi anni i soggetti coinvolti (Parlamento, Governo, magistrati, avvocati, professori universitari) spesso non hanno saputo fornire risposte appaganti rispetto alla gravità del momento e, in particolare, alla questione dell’effettività dei diritti, che in qualsiasi società democratica costituisce un nodo centrale del sistema ed un bene fondamentale per tutti i cittadini. Il quadro complessivo non è incoraggiante e le proposte di legge che mirano a riformare la giustizia sembrano essere il frutto di uno scontro fra le forze politiche e fra esse e la magistratura piuttosto che della volontà di migliorare il "servizio" giustizia adeguandolo alle legittime aspettative dei cittadini.

Per uscire da questa situazione è sembrato indispensabile dare vita ad un confronto tra i la magistratura più vicina ai temi dei diritti dei cittadini e le espressioni della società civile che maggiormente rappresentano il mondo degli "utenti della giustizia": si tratta di un confronto nuovo, che supera gli steccati tradizionali ed intende ricercare le radici sociali e politiche che legittimano l’amministrazione della giustizia, producendo una consapevolezza diffusa utile e indispensabile al rispetto della legalità e dei diritti.

Nasce di qui l'iniziativa che oggi proponiamo per contribuire a dare risposte socialmente accettabili, adeguate alle nuove domande di tutela, all'emersione delle nuove frontiere di diritti che richiedono il rispetto delle condizioni di indipendenza della giurisdizione e dei suoi attori all'interno del sistema istituzionale. La giurisdizione è punto di riferimento per la difesa della legalità in ordine a questioni di primaria importanza che attraversano settori diversi e fondamentali della società: dall'economia alla finanza, dalla pubblica amministrazione alla repressione della criminalità organizzata, dalla tutela contro le violazioni dei diritti umani, alla tutela individuale e collettiva dei consumatori e dei cittadini, dalla protezione e promozione di beni primari, come la salute, l’istruzione, la casa, il lavoro, i minori, ai rapporti familiari di fatto ed ai conflitti in materia di bioetica.

La rivendicazione di ciò che serve perché il sistema giudiziario possa davvero funzionare e la necessità che il giudice, nell'interpretazione e applicazione della legge, sia preservato da condizionamenti, esterni e interni, da speranze di carriera o da minacce di sanzioni non sono terreno comune solo per magistrati ed avvocati, ma riguardano tutti i cittadini: una giustizia accessibile, efficiente, rapida, poco costosa e amministrata da magistrati indipendenti costituisce un valore essenziale per qualsiasi democrazia moderna.

Queste considerazioni sono diventate drammaticamente attuali con il progredire di una riforma dell’ordinamento giudiziario che appare lontana dai bisogni dei cittadini e che mira a restaurare un sistema che la Costituzione volle espressamente abbandonare.

Nasce da tali premesse la proposta di procedere verso una piattaforma comune capace di evidenziare non solo le esigenze e le difficoltà, ma anche di delineare possibili interventi che superino la tradizionale contrapposizione tra garanzie ed efficienza.

Un approccio realistico deve, a nostro parere, concentrarsi oggi su poche questioni di primaria importanza:

Occorre riconoscere che in alcuni settori la giustizia costituisce un servizio di difficile accesso e con costi elevati, caratterizzato da profonde disparità nel garantire a tutti un effettivo diritto alla difesa, non solo delle persone meno abbienti e di quelle che sono meno dotate di strumenti di autotutela, ma anche per il cittadino comune.

Vi è, poi, il problema della lunghezza dei processi, cui è legato quello dell'effettività dell'intervento giudiziario. Su quanto questo problema rappresenti un fattore di accentuazione di disuguaglianza e di disparità di trattamento non sembra necessario spendere molte parole.

La durata dei processi chiama in causa i temi legati alla funzionalità interna del servizio. Questi aspetti assumono connotazioni diverse per gli uffici dei magistrati onorari, essenzialmente per il giudice di pace, e per quelli dei magistrati ordinari, anche in relazione alle diverse modalità di accesso alla funzione giurisdizionale.

La pertinenza e la qualità del sistema di tutela a seconda delle situazioni da proteggere, diversificando procedure, soggetti e riferimenti e garantendo a tutti la garanzia di principi base quali l’uguaglianza, l’efficacia e l’efficienza del sistema.

Ma la funzionalità degli uffici deve essere esaminata anche con riferimento alla cronica carenza di strumenti e di risorse messi a disposizione del servizio. Si tratta di limiti oggettivi, di mancanza di cultura organizzativa, e di vuoti di formazione dei magistrati, talora non in grado di utilizzare appieno le potenzialità delle innovazioni tecnologiche .

Se questa analisi è corretta, occorre muoversi per assicurare il più ampio confronto attorno ai temi che abbiamo individuato come essenziali. Un confronto che può avere luogo con dibattiti che affrontino in modo consapevole e concreto i diversi temi, chiamando a discuterne tutti coloro che accetteranno di confrontarsi con noi.

Per raggiungere questo risultato abbiamo pensato a quattro incontri tematici che avranno luogo in città diverse, dai quali potranno uscire analisi e proposte che saranno da noi elaborate in un documento di sintesi, che verrà illustrato in un apposito incontro previsto a Roma nella prossima primavera, e che costituiranno la base per nuove iniziative.

1) Il primo incontro: “Quale giustizia per i cittadini ?”

Al sistema giustizia non basta essere giusto. La sua credibilità passa anche attraverso la effettiva capacità di promuovere l’accesso degli utenti e di improntare l’organizzazione degli uffici alla qualità dei servizi. Occorre creare una cultura dell’informazione e dell’accoglienza, agevolando in particolare i cittadini che sono coinvolti direttamente o indirettamente nel processo come parti, come vittime, o, nel momento in cui sono chiamati a svolgere un dovere civico, come testimoni.

La gestione dei tempi del servizio non potrà esser scandita sui bisogni dei gestori ma su quelli degli utenti, a cominciare dagli orari di apertura degli uffici e dalla programmazione delle udienze. Non appare secondario pensare alla necessità di realizzare un servizio di relazioni con il pubblico efficiente, utile a patire dalla localizzazione degli uffici fino ad arrivare all’utilizzazione della comunicazione elettronica per informare sui servizi esistenti e sui modi per ottenerli; a questo dovrebbe aggiungersi un ufficio di prima accoglienza, magari retto a turno da un giudice non togato, dotato della necessaria esperienza e della conoscenza delle questioni più ricorrenti, capace di dare indicazioni, di fornire indirizzi e suggerimenti. La condivisione della “Carta dei diritti” dei cittadini destinatari del servizio giustizia rappresenta il possibile punto di arrivo di queste riflessioni.

Sarà importante ragionare sull’ufficio del difensore pubblico, e comunque sulla effettività del gratuito patrocinio e degli abusi e delle distorsioni presenti nella applicazione di questa legge, così come ragionare sull’effettività della conoscenza degli atti da parte dei molti imputati stranieri o delle stesse parti offese, e sulle modalità della loro traduzione, temi che assumono un significato particolare con il crescere della presenza stabile di persone che vengono da aree diverse del pianeta e che richiedono una gestione “multiculturale” dei servizi essenziali. Ed infine, da ultimo, ma non per questo meno importante, occorre incentivare la cultura della trasparenza amministrativa, per dare un senso concreto al principio della parità trattamento.

Al contempo è importante riflettere insieme su nuovi strumenti processuali in grado di assicurare una adeguata tutela agli interessi collettivi dei cittadini, oggi privi di protezione effettiva, quali in particolare le azioni collettive, risarcitorie e non, che possano intervenire non solo dove è più evidente il danno “collettivo”, ma anche dove un soggetto plurale risulti più capace di intervenire a difesa di diritti primari. Ferma restando la necessità di adeguare il modello delle class actions anglosassoni alla tradizione giuridica italiana ed europea, è necessario che anche nel nostro ordinamento siano introdotti procedimenti efficaci rispetto alle esigenze ed ai problemi che derivano da una moderna economia di mercato e di massa.

2) Il secondo incontro: “Il servizio giustizia tra carenze organizzative e sfida dell’innovazione”

L’esigenza di un servizio giustizia efficiente, capace di dare risposte concrete ai bisogni di giustizia nella realtà quotidiana dovrebbe muoversi verso l’obiettivo di un coordinamento funzionale da realizzare intorno all’idea di un progetto organizzativo, individuabile come “ufficio per il processo”. Un “ufficio” che nasce dalla volontà di superare l’isolamento del giudice ripensando il modello di organizzazione del tribunale nella sua interezza, al fine di garantire una migliore capacità di “produzione”, combinando i suoi diversi “fattori” ed aumentando la capacità di “smaltimento delle pratiche”. Non si tratta soltanto di assicurare al giudice la presenza di un ausiliario, tema rimasto finora senza risposta, ma di valorizzare al meglio le professionalità già oggi esistenti e di individuare i momenti che veramente richiedono risorse aggiuntive.

Potrà partirsi dall’analisi delle funzioni che debbono essere necessariamente svolte dal giudice e solo dal giudice professionale; quelle che possono essere delegate per intero ad altre figure professionali (cancellieri, funzionari giudiziari, giudici onorari); quelle che possono essere delegate ad altri sotto la guida del giudice che in ogni caso ne mantiene la responsabilità finale. Sarà necessario confrontarsi con le nuove proposte tecnologiche, che incidono direttamente sulla qualità del processo, si pensi nel settore civile al processo telematico, ma anche con la necessità di ripensare e riqualificare il lavoro di tutti gli operatori della giustizia e la sua organizzazione.

Il progetto organizzativo così delineato comporta la necessità del coinvolgimento anche della dirigenza amministrativa e delle cancellerie, nel momento stesso della sua programmazione, attraverso una conferenza organizzativa, che potrà costituire lo snodo dal passaggio della programmazione tabellare dell’ufficio a quello della materiale organizzazione del servizio. Si tratta di un luogo di confronto capace di recuperare in una operazione di sintesi la duplice guida del tribunale, garantita sotto il profilo istituzionale e programmatico dal ruolo del presidente. Dovranno poi essere valutate la possibilità di forme di raccordo anche con i rappresentanti della magistratura onoraria e degli ordini forensi e con organizzazioni civiche, e le modalità con cui questa attività di confronto potrà avere una ricaduta consapevole sull’attività di autogoverno dei consigli giudiziari, magari rafforzando forme di consultazione.

3) Il terzo incontro: “Presente e futuro della magistratura onoraria”

Impedire la paralisi e ridare credibilità alla giurisdizione costituiscono un obiettivo democratico minimo che deve essere perseguito. Uno dei settori vitali sui quali è necessario riflettere con maggiore specificità rispetto a quanto sinora si è fatto è indubbiamente quello della magistratura onoraria, che con l’istituzione e l’affermazione del giudice di pace costituisce ormai il reticolo di base della giurisdizione, complementare e integrativo, che può dare vita a una giustizia conciliativa vicina ai cittadini. I giudici di pace sono giudici a tutti gli effetti, a cui bisogna assicurare garanzie di indipendenza e autonomia. Vi sono già alcuni punti fermi: la necessità di un riordino e di una semplificazione delle troppo diverse tipologie di magistratura onoraria, così da mettere al centro la figura del giudice di pace (riducendo a casi di effettiva necessità i magistrati onorari di tribunale e dando una chiara connotazione e specificità ai vice procuratori onorari, ruolo irrinunciabile per la stessa funzionalità delle Procure); l’esigenza di dare ai giudici di pace canali istituzionali per far sentire la loro voce e le loro proposte sui profili di gestione e di organizzazione che li riguardano; la necessità di valorizzare la specificità della loro figura (la natura onoraria, temporanea, di stampo conciliativo) che non li riduca ad una magistratura di serie B.

Occorre, infine, ragionare sulla possibilità di creare una vera “giustizia di prossimità” e sulla realizzazione di strumenti differenziati di intervento, ma anche verificare la possibilità di qualificare lo strumento dell’A.D.R. in base ad una specificità del ruolo della magistratura onoraria attraverso una loro particolare riqualificazione professionale ed il decollo dell’ufficio della conciliazione preconteziosa previsto presso il giudice di pace (art. 322 c.p.c.).

Allo stesso tempo si rende indispensabile un coordinamento con le forme conciliative, di mediazione e di arbitrato che sono già attive in settori delicati, quali la sanità e il lavoro, in una visione complessiva e integrata del sistema delle tutele che miri a non depotenziare le garanzie dei soggetti più deboli.

4) Il quarto incontro: “Una magistratura migliore è possibile: dirigenti, valutazioni, autogoverno”

Agire per obiettivi e per progetti e farsi carico del risultato complessivo del servizio giustizia sembra sempre più difficile in assenza di investimenti, risorse e programmi da parte del Ministero; eppure si tratta di una scelta culturale cui non sembra possibile rinunciare. Il Csm, i dirigenti degli uffici, i singoli magistrati, debbono in ogni caso fare ciascuno la propria parte, a livello di proposte come di concreti comportamenti, per una giustizia tempestiva e di qualità. Un progetto per la giustizia innovativo richiede la presenza di un Csm che riesca a coniugare la difesa rigorosa dell’indipendenza della magistratura e del singolo magistrato con la trasparenza dell’azione giudiziaria, la certezza dei tempi, l’eguaglianza di trattamento, rifuggendo dai vecchi vizi della lottizzazione e del clientelismo; richiede Consigli giudiziari rappresentativi, aperti alla cultura giuridica e all’avvocatura e – nelle forme possibili – alla cittadinanza, che operino come terminali locali del Consiglio; ha bisogno di dirigenti degli uffici selezionati dopo una specifica attività formativa, valutati sulla base delle capacità gestionali, e con un vincolo di temporaneità; necessita di magistrati inseriti in uffici adeguatamente dimensionati ed organizzati e con una struttura che possa moltiplicare le potenzialità di ciascuno, con un reclutamento che rispecchi la rappresentatività sociale della magistratura e contrasti le tendenze elitarie che si stanno affermando; richiede valutazioni di professionalità più articolate, frequenti e legate alla concreta attività e ai diversi mestieri svolti dai magistrati, percorsi professionali incentrati sulla valorizzazione attitudinale, con la previsione di un equilibrio tra specializzazione e temporaneità e la possibilità di interscambio di funzioni subordinata a vagli attitudinali e formativi (con la previsione di sbarramenti temporanei solo nei casi di concreta inopportunità).

Sono, queste, proposte da realizzare nel CSM, nei consigli giudiziari, negli uffici, attraverso i comportamenti quotidiani di tutti i magistrati, e che indicano un progetto alternativo concreto per una giustizia dei cittadini, rispetto alle progettate riforme ( o controriforme) legislative attualmente in discussione. Auspichiamo che lungo questo percorso possa raggiungersi la convergenza di tutti i soggetti che condividono lo spirito e gli obiettivi del progetto.

Roma, 5 ottobre 2004

ALTROCONSUMO
ARCI
C.G.I.L.
CITTADINANZA ATTIVA
FEDERCONSUMATORI
MAGISTRATURA DEMOCRATICA

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Di Loredana Morandi (del 07/10/2004 @ 00:03:52, in Magistratura, linkato 207 volte)

 

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Di Loredana Morandi (del 06/10/2004 @ 00:25:53, in Magistratura, linkato 255 volte)

«I ponti aerei sono il segno del fallimento» L'Unità

ROMA «I naufragi e i respingimenti di questo tipo sono il frutto delle politiche della paura e della diga». Livio Pepino, ex presidente di Magistratura democratica, lamenta la totale mancanza di trasparenza da parte del governo, e individua quattro punti su cui si deve fare necessariamente chiarezza.
Livio Pepino, le opposizioni denunciano che questi rimpatri sarebbero illegali.
Il problema è complicato. Non è chiarissimo come siano avvenuti questi rimpatri, ma credo si possano individuare almeno quattro punti discutibili. Il primo è che la previsione, ribadita ancora dalla Corte Costituzionale in una delle due recenti sentenze, è che ogni tipo di limitazione della libertà anche per gli stranieri esige un provvedimento del giudice, mentre tutti questi rimpatri sono avvenuti senza controllo giudiziario. Il riferimento è all’articolo 10 della Bossi-Fini, che prevede il respingimento alla frontiera, che se eccessivamente dilatato viola la Costituzione.
E quali sono gli altri punti che non la convincono?
Il secondo problema è che parrebbe che non ci sia stata la possibilità per gli espulsi di fare delle domande d’asilo, che è garantita dall’articolo 10 della Costituzione. Poi si verificherà se è fondata la domanda, ma parrebbe che non sia stata garantita questa possibilità di richiesta. Terzo: è difficile contestare che non siamo di fronte a espulsioni individuali, con situazioni di singoli verificate, ma a espulsioni collettive, che sono specificamente vietate sia dalla Carta europea di Nizza sia dalla Convenzione europea per la salvaguardia dei diritti umani.
E l’ultimo punto?
Il quarto punto, sostanzialmente ancora più grave anche se meno evidente come violazione giuridica, è che pare che nessuno conosca i contenuti di questi accordi con la Libia in forza dei quali avverrebbe questa espulsione. Non è una cosa formale, perchè la stessa Bossi-Fini, all’articolo 19, vieta l’espulsione e il respingimento verso Stati in cui lo straniero possa essere oggetto di persecuzione. Vorrei capire quali garanzie vengano date anche dalla Libia, che a quanto consta non è il paese di cui sono gli esplusi sono cittadini, ma è un paese terzo. Quali garanzie dà la Libia sia per il rispetto dei diritti umani in Libia, sia per l’impegno a non trasferirli in paesi d’origine in cui potrebbero essere perseguitati. Se accordi ci sono, bisognerebbe che dessero ragione di questi punti. In assenza di questo credo che le preoccupazioni siano più che legittime.
Quindi cos’è che non funziona?
Non funzionano complessivamente le politiche migratorie del governo italiano e, in parte, anche dell’intera Europa, che ha delle politiche migratorie non lungimiranti. Il problema è anche di presenza a livello europeo per ottenere una politica europea più adeguata. Qui si sta scaricando tutto sul momento finale dell’espulsione. L’illusione della diga, della fortezza assediata che non consente ingressi, sostituisce il governo dei fenomeni migratori. La rinuncia a delle grandi politiche migratorie, sostituita dalle politiche della paura e delle dighe, si scarica in questi momenti drammatici che sono i naufragi al largo delle coste o i respingimenti di questo tipo.
C’è un difetto di trasparenza da parte del governo?
Assolutamente sì. Il governo dovrebbe dare spiegazioni e chiarimenti. Mi sembra che gli istituti giuridici di riferimento non siano stati esplicitati in maniera adeguata dal governo.
C’è anche la preoccupazione di quello che attende in Libia questi rimpatriati. Con un paragone estremo si può ricordare che non si estradano cittadini di paesi in cui c’è la pena di morte...
L’art. 19 del testo unico sull’immigrazione lo dice esplicitamente: è vietato sia il respingimento sia l’espulsione verso uno Stato in cui ci sia il rischio di persecuzione. Quali garanzie ci sono negli accordi? Noi non lo sappiamo. Credo che sia legittimo richiede quali garanzie offre un paese di cui, fino a un mese, si è detto che non rispettava i diritti umani. Se ci sono delle garanzie che la Libia oggi, la Tunisia domani, danno, si controllerà che quanto pattuito effettivamente avvenga, altrimenti delle cambiali in bianco mi sembrano francamente a dir poco imprudenti.
Simbolicamente che significano questi ponti-aerei?
I ponti aerei sono il segnale di un fallimento della nostra politica migratoria.

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Di Loredana Morandi (del 06/10/2004 @ 00:24:31, in Estero, linkato 313 volte)
Leggi le reazioni della stampa estera
di red.

«Parla tanto di legge e giustizia. In realtà il ministro degli Interni Giuseppe Pisanu mette davanti a tutto l’effetto-spettacolo». Non è tenera la Sueddeutsche Zeitung verso il governo italiano, e non è nemmeno l’unica, tra le testate straniere, a riportare con clamore e preoccupazione le notizie che vengono dall’Italia. Con il riesplodere dell’emergenza immigrati e la contestata decisione del rimpatrio attraverso i ponti aerei, ieri il nostro paese ha infatti guadagnato le prime pagine dei giornali internazionali.

L’Herald Tribune, l’edizione europea del New York Times, ha titolato «L’Italia sceglie la linea dura sui migranti».Il quotidiano americano ha sottolineato che la scelta dei rimpatri immediati, frutto della linea dura del premier Berlusconi, «ha attirato la forte e immediata critica dei gruppi per i diritti umani, le Nazioni Unite e le opposizioni italiane», che hanno lamentato come «il governo non abbia saputo distinguere gli immigrati illegali da chi cercava davvero asilo legale».

La notizia dei rimpatri era riportata in prima pagina anche dal francese Liberation e dalla già citata Sueddeutsche Zeitung. Per il quotidiano parigino, che titolava «Italia: La tragedia dei clandestini», il governo di centrodestra «ha cominciato, da qualche settimana, a indurire la sua politica di lotta all’immigrazione clandestina». Il giornale bavarese invece, sotto il titolo «L’Italia rispedisce in Africa i rifugiati», citava la protesta del portavoce dell’Alto commissariato delle Nazioni Unite per i rifugiati (Acnur), il cui responsabile europeo era invece abbondantemente citato dal Financial Times, che ha dedicato al fatto una grande foto e un articolo in seconda pagina, titolando «L’Italia rifiuta la richiesta d’asilo e spedisce in Libia gli immigrati illegali»: «Riconosciamo le forti pressioni che questi continui arrivi stanno generando - ha dichiarato al quotidiano della City Raymond Hall, dell’Acnur - ma tutti quelli che richiedono asilo dovrebbero essere messi in condizione di accedere ad una equa procedura che verifichi il loro possibile bisogno di protezione».

Sullo spagnolo El Paìs la notizia ha meritato non solo la prima pagina (con il titolo «L’Italia espelle cento immigrati verso i “centri di detenzione” in Libia»), ma anche un editoriale sulla sfida che l’immigrazione rappresenta per la nuova Europa allargata.

Le Monde si è mostrato invece sorpreso dalla scelta dei ponti aerei, che nel titolo ha definito «inediti». Il primo quotidiano francese, che cita anche la dura protesta di Amnesty International, concorda con l’Herald e la Sueddeutsche: «Il governo italiano ha deciso di adottare le maniere forti».

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Roma, 5 ottobre 2004 : le ferite aperte dagli intollerabili reiterati crimini terroristici, il fallimento dell’uso delle armi per la risoluzione dei conflitti, l’inasprimento dell’intolleranza e del razzismo impediscono l’affermarsi della convivenza pacifica tra popoli e persone. La sicurezza delle persone è messa a repentaglio in tutto il pianeta, generando paura e diffidenza che ostacolano il percorso verso uno sviluppo armonico, pacifico e sostenibile nei Pesi dei Sud del mondo come nei nostri Paesi ricchi. Le giovani generazioni vedono allontanarsi la possibilità di ereditare un mondo improntato al benessere, alla prosperità e a condizioni dignitose per ogni uomo ed ogni donna del pianeta.

Questa situazione ci porta a ribadire con fermezza e convinzione che l’unico strumento per costruire pace, sicurezza e sviluppo per l’intera umanità sia una adeguata politica di cooperazione e solidarietà internazionale tesa a garantire diritti e opportunità eque per tutte le popolazioni che ancora vivono in condizioni di povertà e di miseria.

Lo scorso 18 aprile, in occasione della manifestazione ITALIA AFRICA, oltre 150.000 persone hanno sfilato per le strade di Roma per chiedere pace e giustizia per i popoli dell’Africa. Ad oggi il numero di sottoscrizioni all’appello lanciato in quella occasione hanno superato il milione di firme.

Eppure il nostro Governo in queste ore sta proponendo di ridurre ulteriormente il già magro impegno economico dell’Italia a favore delle iniziative di cooperazione allo sviluppo. Il Ministero dell’Economia intende azzerare i fondi residui di questo 2004 destinati alla cooperazione internazionale, mediante il taglio di 250 milioni di Euro previsti dal Decreto di Assestamento di Bilancio. Una misura che comporterebbe il mancato versamento del contributo italiano al Fondo Globale per la lotta all’AIDS alla tubercolosi e alla malaria, il taglio dei fondi previsti per la ricostruzione in Afghanistan e Iraq, l’azzeramento dei contributi previsti per i progetti delle ONG. Contemporaneamente lo stesso Ministero dell’Economia propone un’ulteriore riduzione degli stanziamenti destinati alla cooperazione internazionale nella proposta di finanziaria del 2005.

Ci appelliamo a tutte le forze politiche di maggioranza e di opposizione, affinché il Parlamento chiamato in questi giorni a discutere i due provvedimenti, impedisca che il risanamento dei conti pubblici del nostro Paese venga fatto sulle spalle di centinaia di milioni di poveri e con il sacrificio di altre vite umane.

Chiediamo al Parlamento di reintegrare i 250 milioni di Euro e di approvare una finanziaria 2005 che preveda lo stanziamento dello 0,27% del PIL a favore della cooperazione allo sviluppo come da impegno sottoscritto in sede di Consiglio dei Ministri della UE a Barcellona nel 2002.

Chiediamo a tutte le organizzazioni aderenti e a tutti i sostenitori di ITALIA AFRICA di unirsi a queste nostre richieste e di mobilitarsi per far sentire la voce di miliardi di persone che dal nostro Paese si attendono l’esercizio delle responsabilità che gli competono.

Il governo ha il dovere di mantenere gli impegni assunti nelle sedi internazionali.

L’Africa e i poveri non possono aspettare.

Walter Veltroni – sindaco di Roma
Savino Pezzotta – Segretario Generale CISL
Sergio Marelli – Presidente Associazione ONG Italiane

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Di Loredana Morandi (del 05/10/2004 @ 22:48:10, in Politica, linkato 253 volte)

SI TRASMETTE IL TESTO INTEGRALE DELLA LETTERA INVIATA DAL SINDACO WALTER VELTRONI AL PRESIDENTE E AL VICEPRESIDENTE DEL CONSIGLIO SILVIO BERLUSCONI E GIANFRANCO FINI, AL MINISTRO DEI TRASPORTI PIETRO LUNARDI E A QUELLO DELL'ECONOMIA DOMENICO SINISCALCO IN MERITO ALLA POSSIBILE INTRODUZIONE DI UN PEDAGGIO PER IL G.R.A.

Dal Campidoglio, 5 ottobre 2004

Al Presidente del Consiglio dei Ministri
On. Silvio Berlusconi
Al Vice Presidente del Consiglio dei Ministri
On. Gianfranco Fini
Al Ministro delle Infrastrutture e dei Trasporti
On. Pietro Lunardi
Al Ministro dell’Economia e delle Finanze
On. Domenico Siniscalco

Signor Presidente del Consiglio,
Signor Vice Presidente del Consiglio,
Signori Ministri,

leggendo la stesura definitiva del disegno di Legge Finanziaria, ho riscontrato, tra le altre, la preoccupante sorpresa dell’ipotesi di imporre un pedaggio ad alcune vie di comunicazione, come per esempio il G.R.A. o la Roma – Fiumicino; un provvedimento che appare incomprensibile se non come un’operazione tesa meramente a coprire un’urgenza finanziaria. Non si possono infatti considerare alla stregua di grandi vie di collegamento interregionale, infrastrutture di chiara impronta urbana, che servono un’area metropolitana nella quale gravitano 3.500.000 persone e nella quale, ancora, oltre 400.000 di queste devono raggiungere la città per svolgere la propria attività lavorativa. Considerate le caratteristiche strutturali di una grande metropoli come Roma, un simile provvedimento, gravando soprattutto su persone che lavorano, oltre all’evidente aspetto di iniquità renderebbe certamente problematica la qualità della viabilità per l’eccessivo carico di traffico sulle vie consolari, con evidenti ripercussioni negative sull’ambiente e sullo sviluppo economico della città. Per tutto questo intendo esprimere la mia più assoluta contrarietà all’adozione di una simile misura, e sono certo che, nell’interesse del Paese, vorrete riconsiderare l’opportunità dell’adozione di tali provvedimenti, valutando appieno le conseguenze e le problematiche che la loro applicazione potrebbe causare. Con i più distinti saluti.
Walter Veltroni

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