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Di seguito gli interventi pubblicati in questa sezione, in ordine cronologico.
 
 
Di Loredana Morandi (del 26/01/2005 @ 10:29:33, in Magistratura, linkato 1160 volte)

Tribunale di Milano
Ufficio del Giudice per le Indagini Preliminari

N. 28491/04 R.G. N.R.
N. 5774/04 R.G. G.I.P.

************************************

REPUBBLICA ITALIANA
IN NOME DEL POPOLO ITALIANO

Il Giudice dr. Clementina Forleo, all'esito del giudizio abbreviato celebrato nel procedimento penale a  margine indicato, nei confronti di:

*DRISSI Noureddine, nato in Marocco il 29.3.1965
presente all'udienza
detenuto presso la Casa Circondariale "San Vittore" di Milano
difeso di fiducia dall'Avv. Giuseppe DE CARLO, viale Brianza, 32 Milano

*HAMRAOUI Kamel Ben Mouldi, nati a Beja (Tunisia) il 21.10.1977
presente all'udienza
detenuto presso la Casa Circondariale "San Vittore" di Milano
difeso di fiducia dall'Avv. Ilaria CREMA, via Bulloni, 12 del foro di Brescia

IMPUTATI

1) del delitto p. e p. dall'art. 270 bis c.p., in quanto si associavano tra loro e con altre persone, tra cui Mohammed Tahir Hammid (già oggetto di sentenza definitiva di applicazione della pena ex art. 444  c.p.p.), Trabelsi Mourad (imputato in separato procedimento pendente  davanti all'A.G. di Brescia), El Ayashi Radi Abd El Samie Abou El Yazid, Ciise Maxamed Cabdullah, Mohamed Amin Mostafà, Abderrazak Mahjoub,  Muhamed Majid alias Mullah Fouad, Housni Jamal alias Jamal Al Maghrebi  (per i  quali si procede separatamente davanti alla Corte d'Assise di Milano) Daki Mohammed, Toumi Ali Ben Sassi e Bouyahia Maher Ben Abdelaziz (per i quali si procede separatamente essendo gli stessi già giudicati in data odierna con il rito abbreviato) allo scopo di compiere atti di violenza con finalità di terrorismo internazionale, in Italia ed all'estero, all'interno di un'organizzazione sovra-nazionale, localmente denominata con varie sigle (tra cui "Ansar Al Islam"), comunque operante sulla base di un complessivo programma criminoso, condiviso con similari organizzazioni attive in Europa, Nord Africa, Asia e Medio Oriente, contemplante:

° preparazione ed esecuzione di azioni terroristiche da attuarsi contro governi, forze militari, istituzioni, organizzazioni internazionali, cittadini civili ed altri obiettivi - ovunque collocati ­riconducibili agli Stati, occidentali e non, ritenuti "infedeli" e nemici; il tutto nel quadro di un progetto di "Jihad", intesa, secondo l'interpretazione della religione musulmana propria dell'associazione, nel senso di strategia violenta per l'affermazione dei principi "puri" di tale religione;

° il favoreggiamento della immigrazione illegale in Italia e verso altri Stati dei militanti;

° il procacciamento di documenti falsi di identità per i componenti dell'organizzazione;

° il reclutamento di una pluralità di persone da inserire nell'associazione ed eventualmente inviare in campi di addestramento ubicati principalmente in Iraq;

° l'invio dei militanti nelle "zone di guerra" a sostegno delle attività terroristiche ivi progettate ed eseguite contro il "nemico
infedele";

° la raccolta dei finanziamenti necessari per il raggiungimento degli scopi della organizzazione;

° il proselitismo effettuato (anche nei luoghi di culto e di riunione siti in Milano, come la moschea di Via Quaranta ed un appartamento di Via Cilea n. 40) attraverso videocassette, audio-cassette, documenti propagandistici e sermoni incitanti al terrorismo ed al sacrificio personale in azioni suicide destinate a colpire il nemico "infedele";

° la predisposizione, comunque, di tutti mezzi necessari per l'attuazione del programma criminoso dell'associazione e per il sostegno ai "fratelli" ovunque operanti secondo il descritto programma.
In particolare, operando nella associazione:

- Muhammad Majid (alias Mullah Fouad), Abderrazak Madjoub, Ciise Maxamed Cabdullaah ed El Ayashi Radi Abd El Samie Abou El Yazid, con funzioni direttive ed organizzative (art. 270 bis, c. I c.p.) nell'ambito della cellula operante in Milano ed in altre zone del territorio italiano (Muhammad Majid e Ciise Maxamed Cabdullaah, in particolare, nel periodo della propria permanenza in Italia), nonché il Ciise Maxamed Cabdullaah anche a livello internazionale; condotta consistita per i primi tre anche nel fungere da raccordo tra i vertici dell'organizzazione transnazionale e l'attività dei membri della cellula italiana; per il quarto anche nel coordinare l'attività dei membri della cellula locale; per tutti nel coordinare l'approvvigionamento di documenti falsi;

- Hamraoui Kamel Ben Mouldi e Drissi Noureddine, con funzioni organizzative (art. 270 bis, c. I c.p.) consistite nel coordinare l'attività dell'associazione in varie località del Nord Italia (tra cui, oltre Milano, anche Cremona e Parma) anche allo scopo di eludere le indagini delle competenti autorità concentratesi principalmente sull'attività svolta nella città di Milano, sede principale della cellula italiana;

- Mohamed Amin Mostafa, quale semplice partecipe (art. 270 bis, c.II c.p.), con condotta consistita nell'assicurare il necessario supporto per l'invio definitivo, in vista dei fini sopra indicati, di persone, documenti e denaro nel Kurdistan iracheno (in alcuni casi attraverso la Siria);

- Daki Mohammed, quale semplice partecipe (art. 270 bis, c. II c.p.), con condotta consistita nel dare ospitalità e nell'assicurare approvvigionamento di documenti falsi a membri dell'associazione (tra cui lo stesso Ciise Maxamed Cabdullaah);

- Bouyahia Maher Ben Abdelaziz, quale semplice partecipe (art. 270 bis, c. II c.pp), fungendo da raccordo in territorio turco (segnatamente nella città di Instanbul) tra i capi dell'organizzazione transnazionale e l'attività dei membri della cellula italiana;

- Housni Jamal, quale semplice partecipe (art. 270 bis, c. II c.p.), svolgendo la propria attività, secondo le direttive impartitegli da El Ayashi Radi Abd El Samie Abou El Yazid, sia in territorio italiano che in territorio estero (recandosi, ad es., in Turchia presso il gruppo di Bouyahia Maher Ben Abdelaziz per recapitare loro materiale vario su ordine di El Ayashi);

- Toumi Ali, quale semplice partecipe (art. 270 bis, c. II c.p.), provvedendo principalmente al reperimento di documenti falsi e di altro materiale logistico (computer, telefoni, etc.) necessari allo svolgimento dell'attività associativa.

Associazione avente il suo principale centro operativo italiano in Milano, tuttora operante anche in altre località nel territorio italiano (oltre che all'estero) a partire almeno dal luglio 2001; (condotta degli imputati colpiti da provvedimento restrittivo esaurita all'atto della esecuzione del medesimo, se intervenuta).

2) del delitto p. e p. dagli artt. 110, 81 cpv. c.p. e 12 commi 1 ° e 3° D.L.vo 286/1998 (ora modificato dalla L. 189/2002), in quanto, in concorso tra loro e con altre persone, tra cui Mohammed Tahir Hammid (già oggetto di sentenza definitiva di applicazione della pena ex art. 444 c.p.p.), Trabelsi Mourad (imputato in separato procedimento davanti all'A.G. di Brescia), El Ayashi Radi Abd El Samie Abou El Yazid, Mohamed Amin Mostafà, Abderrazak Mahjoub,  Muhamed Majid alias Mullah Fouad, Housni Jamal alias Jamal Al Maghrebi (per i quali si procede separatamente davanti alla Corte d'Assise di Milano) Toumi Ali Ben Sassi e Bouyahia Maher Ben Abdelaziz (per i quali si procede separatamente essendo gli stessi già giudicati in data odierna con il rito abbreviato), compivano, in violazione delle disposizioni di legge regolanti la materia, con più azioni esecutive del medesimo disegno criminoso, atti diretti a procurare l'ingresso illegale di una pluralità di persone nel territorio dello Stato, ovvero atti diretti a procurare l'ingresso illegale in altri Stati del quale le suddette persone non erano cittadine o non avevano titolo di residenza permanente, con le condotte già descritte nei capi precedenti. In particolare, provvedevano anche a procurare documenti falsi a persone che arrivavano in Italia anche allo scopo di transitare, successivamente, in altri Stati (prevalentemente presso campi di addestramento in Iraq). Fatto aggravato dall'essere stato commesso da più di tre persone in concorso tra loro. Con l'ulteriore aggravante di cui all'art. 1 L. 6.2.80 n. 15, avendo commesso i reati per finalità di terrorismo.

Reati accertati o commessi in Milano ed in altre località nel territorio italiano dal luglio 2001 al novembre 2003 (condotta degli imputati colpiti da provvedimento restrittivo esaurita all'atto della esecuzione del medesimo, se intervenuta).

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Conclusioni delle parti:

Il P.M. ha chiesto rigettarsi l'eccezione di incompetenza territoriale sollevata dalla difesa. Nel merito ha chiesto la condanna degli imputati alla pena di anni nove e mesi quattro di reclusione e di euro 16.000,00 di multa, previa derubricazione del ruolo rivestito dai predetti nel reato di cui al capo a) in quello di partecipe.

La difesa ha preliminarmente eccepito l'incompetenza territoriale di questa A.G. essendosi il fatto commesso in Cremona, con conseguente competenza dell'A.G. di Brescia ex art.51/3 bis c.p.
Nel merito, la difesa di DRISSI ha chiesto sentenza di assoluzione perchè il fatto non costituisce reato o perchè l'imputato non lo ha commesso; in subordine ha chiesto la concessione delle circostanze attenuanti generiche; la difesa dell'HAMRAOUI ha chiesto sentenza di assoluzione perchè il fatto non sussiste o perchè l'imputato non lo ha commesso.

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ha pronunciato la seguente

SENTENZA
art.22/3 c.p.p.

ORDINANZA
art.299/3 u.p. c.p.p.

MOTIVI della DECISIONE

In data 29.3.2004, a seguito di richiesta di rinvio a giudizio formulata nei confronti di di Trabelsi Mourad in ordine ai medesimi reati di cui all'attuale imputazione, questo giudice emetteva sentenza di incompetenza per territorio in favore dell'A.G. di Brescia, ritenendo la stessa competente per l'intera "cellula" di cui all'imputazione all'epoca formulata.

Di seguito, in data 3.8.2004, perveniva richiesta di rinvio a giudizio concernente le posizioni degli altri imputati di cui all'attuale incriminazione (fatta eccezione per Mohammed Tahir Hammid per il quale era nel frattempo intervenuta sentenza ex art.444 c.p.p.), alcuni dei quali chiedevano procedersi con le forme del giudizio abbreviato.

Tra quest'ultimi, gli imputati Drissi Noureddine e Hamroaui Kamel Ben Mouldi, risultati nel corso delle indagini in stretto contatto con il Trabelsi.

I difensori dei due eccepivano preliminarmente l'incompetenza territoriale di questa A.G. in favore di quella bresciana, e questo giudice si riservava la decisione all'esito della discussione.

Alla luce della riformulazione dell'imputazione rispetto a quella elevata in ordine alla posizione del Trabelsi, nonchè soprattutto in base alle indagini successivamente compiute - ed in particolare agli interrogatori resi da taluni coimputati ed imputati in procedimenti connessi nonchè agli atti acquisiti nel giudizio abbreviato ex art.441/5 c.p.p. - va confermata la competenza di detta A.G. in ordine al c.d. gruppo cremonese, e dunque anche in ordine alle posizioni dei due attuali imputati Drissi e Hamraoui, ma va invece affermata la competenza di questa A.G. in ordine al c.d. gruppo milanese, ossia alle posizioni degli altri imputati.

Come infatti già evidenziato nel decreto di rinvio a giudizio emesso in data 29.9.2004 nei confronti degli imputati che non hanno optato per il rito speciale, dall'insieme degli atti processuali - peraltro di seguito integrati ex art.441/5 c.p.p. - emerge all'evidenza la pluralità di più "cellule" di matrice islamico-fondamentalista gravitanti in aree eversive operanti nel territorio nazionale e la sostanziale autonomia, anche nelle loro precipue finalità, delle stesse, e ciò pur in presenza di evidenti e necessari collegamenti tra le medesime ed altre, collaterali, stanziate all'estero. Sempre da detti atti emerge pure l'incentrarsi della "cellula" della quale facevano parte tutti gli altri imputati nel territorio milanese, in cui la stessa trovava appunto il suo epicentro logistico.

Tale valutazione prescinde evidentemente dallo stanziamento dei singoli membri nel territorio dello Stato e si impernia necessariamente sulla base operativa dei gruppi in questione.

Tanto si afferma in quanto sia i due curdi abitanti a Parma - Mohammed Tahir Hammid  e Mohamed Amin Mostafà - pur nei loro appurati contatti con il gruppo cremonese ed in particolare con il Trabelsi, sia Daki Mohamed, domiciliato a Reggio Emilia, risulta operassero in stretto contatto con i membri dell'organizzazione stanziati in Milano, ed in particolare con l'El Ayashi, con il Nasr Osama, oltre che con il Mullah Fouad (nel periodo in cui quest'ultimo era stanziato in Italia), loro referenti primari.

All'esito del giudizio abbreviato deve pertanto affermarsi la competenza dell'A.G. bresciana con riguardo alle posizioni degli imputati Drissi e Hamraoui, i quali peraltro risultano dagli stessi atti indagati presso tale A.G. in parallelo procedimento avente ad oggetto i medesimi titoli di reato, assorbenti le attuali incriminazioni.

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Va nondimeno evidenziato come all'esito del giudizio abbreviato, conclusosi per gli altri imputati con sentenza assolutoria dal reato di cui all'art.270 bis c.p., sulla base degli elementi di prova allo stato ed in questa sede utilizzabili, non possano al riguardo ritenersi persistenti i gravi indizi in ordine a tale reato neppure per il c.d. gruppo cremonese, per la parte evidentemente concernente il presente procedimento come finora sviluppatosi.
Ciò si precisa ai soli effetti del regime cautelare in atto nei confronti dei due imputati in questione, non detenuti nell'ambito del
parallelo procedimento bresciano.

Sul punto va innanzitutto rilevato come gli atti di causa debbano essere sfrondati dagli atti affetti da inutilizzabilità patologica, ed innanzitutto dalle c.d. fonti d'intelligence, ossia dai numerosi dati provenienti da "acquisizioni informative" o "investigative" non meglio precisate, o da acquisizioni assunte in "contesti di collaborazione internazionale" o asseritamente provenienti da "segnalazioni da parte di organismi americani" o da "dati forniti dal BKA tedesco", anch'esse prive di qualsivoglia supporto genetico degno di rilievo processuale e non puntalmente riscontrate da atti processualmente rilevanti.

Lo stesso è a dirsi per gli atti compiuti all'estero e non assistiti dalle garanzie difensive che l'ordinamento interno pone ad imprescindibile fondamento dell'utilizzabilità di tali atti, ed in particolare alle audizioni di soggetti assunti come testimoni anzichè come indagati in procedimenti all'evidenza connessi e dunque senza le dovute garanzie difensive. Ci si riferisce soprattutto alle audizioni di ex combattenti ristretti in Iraq, assunte dall'autorità norvegese ed acquisite dai nostri inquirenti in sede di rogatoria.

Analoghi rilievi di inutilizzabilità processuale riguardano con altrettanta evidenza i dati provenienti dalle c.d. fonti aperte, ossia da informazioni giornalistiche o assunte per via telematica.

Tanto premesso, può dirsi con margini di ragionevole certezza ed al di là delle reticenti dichiarazioni di taluni imputati, che entrambe le "cellule" in questione avevano come precipuo scopo il finanziamento, e più in generale il sostegno, di strutture di addestramento paramilitare site in zone mediorientali, presumibilmente stanziate nel nord dell'Iraq.

A tal scopo, infatti, erano organizzati sia la raccolta e l'invio - attraverso canali ritenuti "sicuri" - di somme di denaro, sia l'arruolamento di volontari - tutti stranieri e tutti di matrice islamico-fondamentalista - da far giungere in dette zone evitando ogni possibile intoppo nelle loro trasferte, e dunque attraverso percorsi anch'essi ritenuti "sicuri" e con documenti spesso contraffatti.

L'attività delle "cellule" in questione, per quanto sempre risulta da detti atti, si colloca storicamente in concomitanza dell'attacco statunitense all'Iraq, avvenuto com'è noto nel marzo del 2003 ma notoriamente previsto come altamente probabile all'indomani del conflitto in Afghanistan, nel quale pure tali gruppi risultano essere stati attivi.

Numerose conversazioni intercettate fanno peraltro riferimento a tale accadimento ed alla necessità di arginare il più possibile i prevedibili nefasti effetti, aiutando "i fratelli" presenti nelle zone del conflitto, sia economicamente sia, appunto, rinforzando i contingenti armati attraverso l'invio di combattenti.

Non risulta invece provato, nonostante gli encomiabili sforzi investigativi compiuti, che tali strutture paramilitari prevedessero la concreta programmazione di obiettivi trascendenti attività di guerriglia da innescare in detti o in altri prevedibili contesti bellici e dunque incasellabili nell'ambito delle attività di tipo terroristico di cui all'art.270 bis c.p. come novellato all'indomani dei noti e tragici fatti dell'11.9.2001.

La nozione di terrorismo, com'è  noto, diverge da quella di eversione e come questa non è definita in via normativa, dovendosi dunque ricavare in via ermeneutica, sia sulla base del contenuto delle convenzioni internazionali sul punto, sia, soprattutto, riflettendo sulla "ratio" e sulla genesi della norma penale in questione.

Emblematico sotto il primo profilo appare il tenore della Convenzione Globale dell'O.N.U. sul Terrorismo, progettata nel 1999, che all'art.18/2 prevede un'esimente in ordine alle sanzioni in essa previste, in forza della quale le stesse non riguardano le forze armate ed i gruppi armati o movimenti diversi dalla forze armate di uno Stato nella misura in cui si attengano alle norme del diritto internazionale umanitario.

Proprio da tale normativa, ed in particolare da detta esimente, si ricava che le attività violente o di guerriglia poste in essere nell'ambito di contesti bellici, anche se poste in essere da parte di forze armate diverse da quelle istituzionali, non possono essere perseguite neppure sul piano del diritto internazionale, a meno che - ed ecco che in tal caso l'esimente in questione non opera - non venga violato il diritto internazionale umanitario.

Da tale ultimo limite può ricavarsi dunque che le attività di tipo terroristico rilevanti e dunque perseguibili sul piano del diritto internazionale siano quelle dirette a seminare terrore indiscriminato verso la popolazione civile in nome di un credo ideologico e/o religioso, ponendosi dunque come delitti contro l'umanità.

A confortare tale impostazione interviene la "ratio" della norma di cui all'art.270 bis c.p., com'è noto novellata a seguito dei noti e tragici fatti dell'11.9.2001.

La modifica, che ha appunto esteso il rilievo penale dei fatti in tale norma già previsti anche ai casi in cui gli stessi fossero posti ai danni di uno Stato estero, voluta d'emergenza all'indomani di tali fatti parallalemente ad analoghi interventi legislativi posti in essere in altri paesi, ha evidentemente perseguito la finalità di creare una sorta di diritto penale sovranazionale con il quale tutelare i singoli Stati da attentati terroristici di ampio spettro, speculari di strategie politiche autonome e risolutive.

L'estendere tale tutela penale anche agli atti di guerriglia, per quanto violenti, posti in essere nell'ambito di conflitti bellici in atto in altri Stati ed a prescindere dall'obiettivo preso di mira, porterebbe inevitabilmente ad un'ingiustificata presa di posizione per una delle forze in campo, essendo peraltro notorio che nel conflitto bellico in questione, come in tutti i conflitti dell'era contemporanea, strumenti di altissima potenzialità offensiva sono stati innescati da tutte le forze in campo.

Tanto premesso, va rilevato come in punto di fatto non può ritenersi provato, neppure in termini di gravità indiziaria, che le due "cellule" in questione, pur gravitando in aree notoriamente contrassegnate da propensioni al terrorismo, avessero obiettivi trascendenti quelli di guerriglia come sopra delineati.

Al riguardo non può dirsi sufficiente a fondare l'ipotizzata responsabilità penale, la comune appartenenza a realtà eversive ed a strutture, quale quella denominata "Ansar Al Islam" - peraltro bombardata e distrutta nel corso di tale conflitto - dalla composizione tutt'altro che omogenea ed anzi alquanto articolata e complessa.

Sotto tale ultimo profilo va evidenziato come la variegata gamma di posizioni, tutte di matrice islamico-fondamentalista, confluenti nella menzionata struttura "Ansar Al Islam" sia stata delineata dal coimputato "collaboratore" Mohammed Tahir Hammid, il quale, pur nella evidente prospettiva di un trattamento sanzionatorio alquanto mite poi ottenuto ex art.444 c.p.p., ha infatti spiegato che tale formazione era alquanto eterogenea, facendo ad essa capo vari modi di intendere l'opposizione ai regimi "nemici", pur nella comune e dunque omogenea matrice islamico-fondamentalista dei vari sostenitori e simpatizzanti.
       
Le ultime dichiarazioni del predetto parlano al riguardo chiaro. Il Mohammed Tahir ha infatti riferito genericamente di "aver sentito dire" che "Ansar Al Islam" era "in contatto con Al Qaeda" e che aveva in progetto anche di utilizzare "kamikaze" per azioni di guerriglia all'interno dei confini iracheni, senza fornire alcun elemento di diretta cognizione al riguardo, e anzi significativamente aggiungendo che la svolta verso dette forme di violenza era oggetto di discussione tra i componenti dell'organizzazione, affermando altresì di essere un islamista moderato e di non condividere la deriva violenta di detta formazione. Ha inoltre aggiunto che alcuni dei suoi coimputati, quali l'El Ayashi, "si stavano avvicinando a detta organizzazione", così confermando dunque che gli stessi non vi erano organicamente inseriti.

Sempre in ordine all'organizzazione "Ansar Al Islam", va poi evidenziato il tenore della documentazione sequestrata al suo vertice Mullah Krekar, arrestato in Olanda e poi scarcerato ed espluso in Norvegia.

In uno di tali atti, concernente l'ideologia del gruppo e la sua matrice islamico-fondamentalista, si parla infatti di addestramenti militari al fine di affrontare "combattimenti sul fronte", nonchè di "tunnel e cave" costruti per difendersi dai "raid aerei soprattutto dopo gli ultimi bombardamenti sopra Tora Bora nel caso ci fossero degli attacchi dell' alleanza americana britannica".  Il documento in questione si conclude con una chiosa per così dire "profetica". Si legge infatti: "Scrivo queste righe prima dell'attacco americano in Iraq e probabilmente anche noi verremo colpiti anche se stiamo prendendo delle misure protettive per le nostre trecento famiglie, alcuni si nascondono in Iran, ma anche lì hanno la vita dura e difficile... perchè si presume che gli americani attaccheranno le città di Halja e Siruane che sono strategiche, e se queste città verranno liberate potremmo iniziare l'era dell'Emirato Islamico che opererebbe in associazione con l'organizzazione delle Nazioni Unite. E infine chiedo a Dio di darci la forza e la vittoria. Il vostro fratello Abu Sayed Kutub Fateh Krekar.

Sia da tali elementi, sia dalle riportate dichiarazioni di Mohammed Tahir può dunque ricavarsi che "Ansar Al Islam" era strutturata come una vera e propria organizzazione combattente islamica, munita di una propria milizia addestrata appunto alla guerriglia e finanziata anche da gruppi stanziati in Europa ed evidentemente gravitanti nell'area del fondamentalismo islamico, senza perciò avere obiettivi di natura terroristica, probabilmente e verosimilmente propri solo di alcuni di suoi membri.

E' da evidenziarsi peraltro come dal riportato manoscritto a firma del Mullah Krekar era stata dallo stesso prevista la possibilità di un' istituzionalizzazione, addirittura nell'ambito delle Nazioni Unite, dell'organizzazione in questione.

Sempre sulle appurate finalità delle due "cellule" in questione vanno anche menzionate le dichiarazioni rese dall'imputato El Ayashi in data 29.7.2004, laddove lo stesso ammette di aver inviato combattenti in medioriente nel 2003 "per ragioni di Jahad",  ossia "per opporsi agli invasori", in concomitanza appunto con l'attacco americano e per combattere con tro lo stesso, e ciò attraverso il canale siriano gestito dal coimputato Mullah Fouad.

In questo senso, a parere della scrivente, devono peraltro essere intese le più significative conversazioni intercettate. E' il caso del riferimento alla "grande bomba" che "sta arrivando" di cui alla conversazione telefonica intervenuta in data 11.3.2003 ore 11.40 tra l'attuale imputato Drissi e Trabelsi Mourad, evidentemente i due interlocutori riferendosi all'imminente attacco americano all'Iraq, com'è noto scoppiato proprio in quei giorni. Si pensi ancora alla "maledizione" di cui alla conversazione intervenuta in data 1.4.2003 tra l'El Ayashi e Ciise Mahamed all'interno della camera di sicurezza della locale Questura, e il chiaro riferimento alla ormai intervenuta guerra all'Iraq ed alla posizione al riguardo assunta dal governo italiano, con commenti all'evidenza tutt'altro che inequivocabilmente riferibili ad attività di tipo terroristico in concreto programmate. Altra conversazione emblematica in tal senso quella intervenuta in data 30.3.2003 ore 20.41, ossia ad attacco americano già avvenuto, tra il citato El Ayashi e l'attuale imputato Hamraoui, nel corso della quale quest'ultimo comunica che il Trabelsi, sentiti altri personaggi di spicco del gruppo, avrebbe deciso che "non hanno bisogno di uomini lì, hanno bisogno di uomini qui", precisando lo stesso che "metà degli uomini cercano finanziamenti, metà restano qui", all'evidenza riferendosi, quanto agli uomini che restano "qui", ai finanziatori di quei combattimenti.  Lo stesso è a dirsi per la conversazione intervenuta tra il Mullah Fouad e  l'El Ayashi sempre in data 30.3.2003, nel corso della quale il primo richiede l'invio di combattenti adeguatamente addestrati, di "gente che colpisca il ferro", sollecitando l'interlocutore a cercare anche "quelli che stavano in jaban", alludendo secondo la prospettazione accusatoria (ma il riferimento appare in verità alquanto ambiguo) all'invio di uomini disposti, comunque sempre in quel contesto, al diretto sacrificio umano.

Non risulta inoltre da alcun atto degno di rilievo processuale che le due "cellule" in questione fossero legate all'organizzazione "Al Tawid" della quale sarebbe vertice il noto terrorista Al Zarqawi.

Sotto tale profilo va evidenziato come l'utenza telefonica asseritamente in uso a quest'ultimo personaggio fosse tutt'altro che corrispondente (ed anzi differente per ben cinque cifre) a quella che nella conversazione del 9.3.2003 intercorsa tra l'El Ayashi e i due curdi residenti a Parma, viene indicata come in uso al Mullah Fouad.

Neppure risultano legami penalmente rilevanti di tali gruppi con quelli, pur della stessa matrice ideologica, responsabili di attacchi di  pacifica natura terroristica, non potendo al riguardo farsi leva sulla presunta analogia della "potenziale progettualità operativa degli spostamenti di uomini e di risorse" nè tanto meno sulla asserita "circolarità di rapporti" tra soggetti gravitanti nei medesimi ambienti eversivi, e dunque su loro rapporti di conoscenza o di pregressa frequentazione.

Ad incidere sulle esposte considerazioni non può neppure invocarsi la circostanza in base alla quale gli imputati non erano di nazionalità irachena e dunque non avrebbero potuto legittimamente battersi in guerra contro il "nemico" americano.

E' evidente infatti come la scriminante prevista dalla citata convenzione riguardi le forze belligeranti facenti parte delle opposte fazioni in lotta, a prescindere dalla nazionalità dei singoli individui combattenti qualora accomunati da un'unica matrice strategico-ideologica.

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Rimarranno perciò da appurare, nel futuro corso del procedimento bresciano, sia i legami penalmente rilevanti tra i due attuali imputati e gli altri imputati di quel procedimento, sia d'altro canto le eventuali attività terroristiche da tale "cellula" in concreto programmate.

A tal ultimo riguardo non può non rilevarsi come gli atti del procedimento bresciano acquisiti ex art.441/5 c.p.p. e concernenti l'audizione in incidente probatorio del "collaboratore" Zouaoi Chokri, finiscano in ultima analisi per avallare tale valutazione. Le dichiarazioni del predetto relative a presunti attentati da commettere sul territorio italiano, appaiono infatti fondate su deduzioni dallo stesso ricavate da discorsi in linguaggio criptico asseritamente tenuti in sua presenza da soggetti assolutamente estranei al presente procedimento. D'altra parte, come affermato dal P.M. in udienza, va evidenziato come le dichiarazioni che tale "collaboratore" avrebbe reso nell'ambito di altro procedimento milanese e di cui vi è traccia in detto atto, non riguarderebbero le due "cellule" in questione.

Quanto sopra, si ripete, lungi dall'anticipare valutazioni di merito non certo spettanti alla scrivente in ordine alla posizione dei due predetti, vale solo ai fini della revoca della misura cautelare in atto nei confronti degli stessi  nell'ambito del presente procedimento in ordine al reato associativo loro contestato.

Per tali motivi, il reato di cui all'art.12 d.lvo 286/1998 andrà liberato dalla circostanza aggravante di cui all'art.1 l.15/1980.

P.Q.M.

visto l'art. 22/3 c.p.p.

DICHIARA

la propria incompetenza per territorio ed

ORDINA

l'immediata trasmissione degli atti al P.M. presso il Tribunale di Brescia, anche per gli adempimenti connessi alla rinnovazione della misura cautelare in atto come di seguito limitata;

visto l'art.299/3 u.p. c.p.p.

REVOCA

la misura cautelare in atto nei confronti dei due imputati per sopravvenuta carenza di gravi indizi in ordine al reato di cui al capo 1), ed escludendo dal reato di cui al capo 2), l'aggravante di cui all'art.1 l.15/1980, sempre per sopravvenuta carenza di gravi indizi al riguardo.

ORDINA

la formale scarcerazione degli stessi limitatamente a tali ipotesi.

Milano, 24.1.2005

Il Cancelliere                                            
Il Giudice dr. Clementina Forleo

 
Di Loredana Morandi (del 25/01/2005 @ 19:35:00, in Magistratura, linkato 250 volte)

Unitamente al collega Elio Ramondini sono il P.M. che ha seguito nella fase di discussione finale, formulando la requisitoria,  il processo con rito abbreviato a carico di alcuni imputati di associazione con finalità di terrorismo nell'ambito del quale è intervenuta la sentenza del GUP di Milano oggetto, da ieri sera, di numerosi commenti.

Pur non condividendo la sentenza nella parte in cui è stata esclusa la sussistenza del reato previsto dall'art. 270 bis cp (tanto che il mio Ufficio proporrà la relativa impugnazione), intendo qui manifestare tutta la mia solidarierà al GUP Clementina Forleo per i rozzi attacchi di cui è stata oggetto.

Il contrasto del terrorismo di qualsiasi matrice non è possibile, in democrazia, al di fuori delle regole e delle garanzie riconosciute agli imputati. Tra le regole c'è quella del controllo giurisdizionale sulle attività investigative e dell'esperibilità di più gradi di giudizio.
La sentenza del GUP merita rispetto, interviene in una materia estremamente difficile da indagare ed in cui la giurisprudenza non è certo consolidata. Persino a livello internazionale, come è noto, le difficoltà definitorie della nozione di terrorismo sono prevalentemente collegate alla tematica delle cd. "guerre di liberazione".

Ogni sentenza, come il CSM e l'ANM hanno più volte ribadito, può essere criticata (così come ogni iniziativa anche degli organi requirenti), ma non sono accettabili offese ai giudici che si traducono in mancanza di rispetto verso la giurisdizione, specie se provenienti da chi ricopre cariche istituzionali.

Per comprensibili ragioni, sono costretto a non aggiungere altro.

Armando SPATARO
Procuratore Aggiunto della Repubblica di Milano
Coordinatore Dipartimento Terrorismo ed Eversione

 
Di Loredana Morandi (del 25/01/2005 @ 19:33:04, in Magistratura, linkato 287 volte)

Associazione Nazionale Magistrati

L’A.N.M. sugli attacchi al GIP di Milano

L’Italia negli anni di piombo ha saputo condurre la repressione del terrorismo nel quadro delle regole del diritto e del giusto processo e questa scelta è stata un elemento importante nella crisi del terrorismo e nella vittoria della democrazia.

Questa lezione non deve essere dimenticata oggi quando si fronteggia il fenomeno nuovo ed allarmante del terrorismo islamico; la dialettica polizia-pm-giudice nel quadro del processo è garanzia di legalità ed anche di credibilità ed efficacia delle decisioni giudiziarie, particolarmente in materie nelle quali la raccolta delle prove è particolarmente difficile.

Due anni addietro fu oggetto di pretestuose polemiche, la decisione del procuratore della repubblica di Torino, di non dar corso alle richieste di organi di polizia per misure cautelari nel quadro di una indagine per terrorismo islamico.

Da allora a Torino, come in tutta Italia, importanti risultati nelle indagini su questo fenomeno sono stati raggiunti. In particolare a Milano alcuni procedimenti sono giunti alla sentenza definitiva di condanna e altri procedimenti hanno consentito di pervenire all’individuazione e all’arresto di persone imputate di aver avuto un ruolo di primo piano nella strage della Stazione di Madrid.

La recente decisione del Gip di Milano può essere discussa ma è fondata su ragioni di diritto e su criteri di valutazione e ammissibilità delle prove ed è soggetta alle regole del sistema di impugnazione.

Gli attacchi personali al giudice, giunti in taluni casi sino al livello della denigrazione da parte di soggetti investiti di alte cariche politiche, non solo costituiscono una inaccettabile lesione del rispetto dovuto alla indipendenza della magistratura ma indeboliscono la reazione contro il terrorismo che trova la sua forza nell’essere condotta rigorosamente entro le regole del giusto processo di uno stato democratico.

Roma, 25 gennaio 2005

Il Presidente
Edmondo Bruti Liberati

 
Di Loredana Morandi (del 25/01/2005 @ 19:29:56, in Magistratura, linkato 255 volte)

Magistratura Democratica


 
SULLA  SENTENZA  DEL  G.U.P. DI MILANO
 
La sentenza emessa ieri dal G.U.P. del Tribunale di Milano riguarda temi estremamente sensibili e delicati che possono essere oggetto di divergenze e di critica e non di un incredibile linciaggio diretto contro il giudice.
Sarebbe opportuno tornare alla razionalità e rendersi conto degli enormi problemi che la diffusione del terrorismo a livello sopranazionale pone anche sul piano giuridico, senza mai dimenticare che la giurisdizione è applicazione rigorosa delle regole che per questo va valutata e non per i contingenti risultati.
Questo non dovrebbe essere il momento degli insulti, ma quello di una seria e pacata riflessione sull’adeguatezza degli strumenti giuridici esistenti per affrontare il fenomeno del terrorismo, sulla definizione giuridica del concetto di terrorismo internazionale (ben evidenziata dai contrasti avutisi per giungere ad una Convenzione Globale dell’O.N.U), sulla necessità di implementare gli strumenti di collaborazione internazionale che consentano la legalità della prova nei processi, sulla soglia probatoria necessaria per ritenere provati reati associativi, in particolare quando, come nel caso dell’art. 270 bis C.P., la finalizzazione riguarda la commissione di reati di terrorismo all’estero.
La sentenza del G.U.P. di Milano, in un panorama ancora estremamente povero di decisioni, anche divergenti,dà una soluzione inevitabilmente opinabile, ma che non può essere liquidata con gli insulti.
Reazioni di questo tipo indeboliscono e non rafforzano il doveroso contrasto al terrorismo, poiché creano spaccature dannose per tutti.
 
Milano, 25 gennaio 2005
 
Claudio  Castelli
Segretario nazionale di Magistratura Democratica

 

I consiglieri togati di MD e del Movimento per la giustizia oggi  hanno chiesto al Comitato di Presidenza l'apertura di una pratica in relazione agli attacchi rivolti nei confronti del GUP di Milano.

Questo il testo della richiesta:
Le reazioni all'ordinanza del GUP di Milano in un procedimento in materia di terrorismo internazionale hanno superato i limiti della legittima critica alla decisione del giudice e si sono trasfuse in attacchi alla persona e in denigrazione della funzione. Si chiede pertanto l'apertura di una pratica che consenta un approfondito esame della questione.

Ernesto Aghina, Paolo Arbasino, Maria Giuliana Civinini, Giuseppe Fici, Luigi Marini, Francesco Menditto, Giuseppe Salmè, Giovanni Salvi.

 
Di Loredana Morandi (del 24/01/2005 @ 16:20:52, in Magistratura, linkato 317 volte)

Questioni in ordine all'accertamento dei presupposti per la estinzione dei  reati edilizi.

di Alberto Maria Picardi

Questioni nuove si pongono, dopo l'entrata in vigore dell'art. 32 del  D.L. 269/03 e successive modificazioni, in materia di condono edilizio, ed in particolare in ordine all'accertamento dei presupposti perchè il giudice penale possa dichiarare estinti i reati contravvenzionali indicati all'art. 38 comma 2 L. 47/85.

Decorso il termine per il pagamento rateale (terza ed ultima  rata al 30-9-05, ex  all. 1 del DL 269/03, come modificato dal recente art. 10 del D.L. 29-11-04 n. 282), o, comunque, anche in un termine precedente se vi è stato già pagamento integrale, il giudice penale, acquisita la prova del suddetto pagamento da parte dell'imputato, ne deve accertare la congruità, anche, eventualmente, attraverso la relativa attestazione rilasciata dal dirigente responsabile procedimento amministrativo di condono edilizio.

In caso di accertamento di congruità della somma autoliquidata e decorso del termine di legge di 36 mesi dal predetto versamento completo, il giudice deve dichiarare estinti i reati edilizi e quelli strettamente connessi (leggi cd. sul cemento armato e sull'antisismica,  64/1974 e 1086/1971, oggi "in parte qua" refluite nel D.P.R. 380/01) ai sensi del comma 36 dell'art. 32 DL 269/03, che a sua volta richiama, al compimento dei predetti adempimenti, gli effetti di cui all'art. 38 comma 2 L. 47/85 (estinzione dei predetti reati).

Insomma, a differenza del "vecchio" condono edilizio, non è più sufficiente, ai fini dell'estinzione del reato, il versamento integrale delle somme a titolo di oblazione, ma vi è ulteriore necessità del decorso di 36 mesi dal dì del predetto versamento integrale perchè il giudice possa ritenere estinti i reati contravvenzionali suddetti.

Ma vi è un'altra peculiarità: il comma 37 del prefato art. 32 statuisce che per "silenzio assenso" si intende concessa la sanatoria nei casi di decorso di 24 mesi (N.B.: "24" e non "36" come statuito al comma 36) dal dì del versamento degli oneri concessori e dalla presentazione della documentazione tecnico-amministrativa ivi indicata. E' poi statuito, sempre nel corpo del prefato comma 37, che il mancato integrale versamento della oblazione determina, comunque, l'applicazione dei reati contravvenzionali di cui sopra.

Il legislatore, quindi, anche nei casi di silenzio della P.A. sulla domanda di condono, ha distinto, all'evidenza:

- l'estinzione delle sanzioni amministrative (e non anche di quelle penali) come conseguente al rilascio -  espresso o tacito per "silenzio assenso" -  del titolo abilitativo edilizio in sanatoria (oggi qualificato, per le ipotesi di competenza del giudice penale,  come "permesso di costruire" ai sensi del D.P.R. 380/01),

- l'estinzione delle sanzioni penali di cui ai reati contravvenzionali, in conseguenza del  versamento integrale dell'oblazione, unitamente al decorso del tempo.
 
Ne consegue che, ai sensi del citato comma 37,  nei casi di:

- versamento integrale degli oneri concessori;

- effettuazione di tutti gli adempimenti tecnico-amministrativi indicati nel comma 37 dell'art. 32 del D.L. 269/03;

- decorso del termine di 24 mesi;

- mancata pronuncia espressa del dirigente comunale sulla domanda di condono;

il giudice penale, stando ad una interpretazione letterale del combinato disposto normativo,  benché, nel caso di cui sopra, si sia verificata una ipotesi di permesso "tacito" di costruire in sanatoria per il verificarsi del silenzio assenso, non può ancora dichiarare estinti i reati contravvenzionali di cui all'art. 38 comma 2 L. 47/85  senza attendere il decorso di altri 12 mesi prescritto, per il maturarsi del termine di 36 mesi, al comma 36 del prefato art. 32.

Tale interpretazione, pur apparentemente illogica (non si estinguono i reati benché vi sia già stata "concessione" in sanatoria, seppur tacita), diviene coerente con le premesse di cui sopra, finalizzate a separare gli effetti amministrativi (estinzione delle sanzioni amministrative) dagli effetti penali (estinzione delle sanzioni penali per effetto della estinzione dei reati); anche perchè, come visto sopra, il silenzio assenso per il rilascio del titolo abilitativo in sanatoria sembrerebbe, all'apparenza, non ancorato alla prova del versamento integrale della oblazione, che è, invece, un presupposto pacifico per il rilascio espresso del suddetto titolo.

Ma poiché l'estinzione dei reati contravvenzionali è saldamente ancorata alla prova del versamento integrale della oblazione, devono ritenersi estinti i reati in oggetto anche nei casi di rilascio "espresso" del titolo abilitativo in sanatoria prima del decorso del termine di 24 mesi di cui al comma 37 ai fini del cd. silenzio-assenso e,  comunque, prima del termine di 36 mesi espressamente previsto a fini estintivi al comma 36?

Pur non essendo testualmente affrontata la suddetta questione dal legislatore, lo scrivente ritiene, in questi casi di permesso di costruire in sanatoria "espresso", che devono ritenersi estinti i reati contravvenzionali senza attendere il decorso dei termini  di cui sopra perchè:

-  il presupposto per il rilascio "espresso" del titolo in sanatoria è anche l'accertamento del versamento della oblazione, cioè il presupposto essenziale per la estinzione dei reati;

- il decorso del termine di 24 mesi di cui al comma 37 non ha alcun senso, visto che vi è già titolo abilitativo espresso;

- il decorso del termine di 36 mesi di cui al comma 36 non avrebbe senso, visto che vi è stato già un controllo espresso e positivo da parte della PA sulla congruità della oblazione come presupposto per il rilascio della concessione in sanatoria;

Ovviamente, mai come in tali casi, ai fini della estinzione dei reati il giudice dovrà controllare che il provvedimento del dirigente sia legittimo, in particolare quanto allo accertamento della congruità dell'oblazione versata (giurisprudenza consolidata).
 
Una diversa interpretazione sarebbe poco armonica e palesemente illogica: il giudice penale dovrebbe, nonostante il rilascio della concessione in sanatoria per provvedimento espresso, attendere ulteriormente fino a 36 mesi per dichiarare estinti reati ai sensi del comma 36, e ciò benché la sanatoria si fondi proprio sul versamento integrale dell'oblazione (che in tali casi è accompagnata dal versamento di altro danaro a titolo di oneri concessori).

E allora, estendendo "al massimo" gli effetti dell'orientamento di cui sopra, il giudice penale potrebbe, a parere dello scrivente, anche dichiarare estinti reati contravvenzionali nei casi di realizzazione dei presupposti per il silenzio assenso ex art. 13 comma 37 (permesso di costruire in sanatoria "tacito") quando, oltre alla prova del pagamento degli oneri concessori e della effettuazione di tutti gli adempimenti tecnico amministrativi ivi indicati, vi sia anche la prova del versamento integrale e congruo (con, ad esempio, attestazione di congruità) della oblazione, e ciò benché siano trascorsi solo 24 mesi e non 36 come prescritto nel comma 36 dell'art. 32 D.L. cit.

Insomma, ed in conclusione, a parere di chi scrive, l'estinzione dei reati contravvenzionali di cui al comma  2 dell'art. 38 L. 47/85, si realizza:

a) nella ipotesi testuale (e perciò pacifica) di cui al comma 36 dell'art. 32 del D.L. 269/03 , e perciò, come detto, nei casi di   versamento integrale della oblazione e decorso di 36 mesi dal dì del predetto versamento integrale: ne consegue che, in ipotesi,  qualora la terza rata sia stata versata proprio l'ultimo giorno utile (il 30-9-2005), l'estinzione dovrebbe inverarsi (previo accertamento della congruità della somma autoliquidata), in data lontanissima, e cioè non prima del 30-9-2008;

b) in data anteriore al termine finale massimo del 30-9-08, in caso di permesso di costruire  "espresso" in sanatoria, intervenuto prima del termine di 24 mesi di cui al comma 37 dell'art. 32 del D.L. cit.  (previa verifica giudiziale della legittimità del suddetto provvedimento amministrativo anche in ordine all'accertamento della congruità della somma autoliquidata dal privato);

c) in data anteriore al termine finale massimo del 30-9-98, nei casi di permesso di costruire "tacito" in sanatoria per l'inverarsi del silenzio assenso ex art. 32 comma 37 D.L. cit., nei casi di versamento integrale della oblazione (previa verifica di tutti i presupposti del silenzio assenso ed anche, in aggiunta,  della congruità della soma versata dal privato a titolo di oblazione).

Aderendo, invece, al mero dettato letterale della norma, il giudice penale dovrebbe, anche nei casi di concessione in sanatoria espressa o tacita, attendere il termine di 36 mesi di cui al comma 36 dell'art. 32 D.L. 269/03, cioè limitarsi ad applicare "sempre e solo" l'ipotesi di cui sub a), con violazione dei criteri di logicità ed economia processuale che imporrebbero una diversa, e più estensiva, interpretazione.

Il giudice penale, quindi, nel momento in cui dichiara la sospensione dei procedimenti penali in corso per effetto della presentazione della domanda di condono "in termini" (cioè depositata entro il 10-12-04) con prova del versamento autoliquidato di (almeno) la prima rata dell'oblazione (ex art. 38 co. I L. 47/85, richiamato dal D.L. 269/03), dovrebbe rinviare i processi in questione a notevole distanza di tempo ("ad anni" e non "a mesi") visto che il rilascio, nelle more, di titoli abilitativi espressi, non determinerebbe alcun effetto sul procedimento penale.

Per coloro che, invece, riterranno di aderire all'orientamento "estensivo" di cui sopra, si pone, però, il problema di un eventuale rigetto della domanda di sanatoria da parte dell'ente comunale, alla luce dell'applicazione di normative regionali particolarmente "restrittive" sugli  ambiti  di applicazione del condono in oggetto. E' il caso, per esempio, della legge della Regione Campania, che limita la condonabilità degli intreventi edilizi ai soli casi di assenza di violazioni cd. formali, limite che non sussiste, invece, nella normativa nazionale (cfr. art. 3 comma 1 L. Reg. Campania 18-11-04 n. 10).

In tali casi, è necessario che il giudice, ancora una volta, distingua gli effetti penali da quelli amministrativi, come chiaramente affermato dalla recente sentenza della Corte Cost. 196/2004, intervenuta proprio in ordine alla legittimità costituzionale del citato art. 32 del D.L. 269/03.

Egli, invero, dovrà verificare se l'obazione versata dall'imputato sia congrua in relazione al disposto della normativa nazionale: tanto basta ai fini della estinzione dei reati, poichè il mancato rilascio della sanatoria (tranne che nei casi di insanabilità previsti dalla normativa nazionale) avrà influenza solo sulla mancata estinzione delle sanzioni amministrative e non anche sulla mancata estinzione di quelle penali.

A comprova del suddetto assunto, vi è anche l'espresso dettato dell'art. 39 L. 47/85, pure richiamato dalla Consulta nella prefata sentenza 196/04, dove viene espressamente statuito che l'effettuazione della oblazione "qualora le opere non possano conseguire la sanatoria, estingue i reati contravvenzionali di cui all'art. 38".

Ne consegue che anche nei casi di diniego della sanatoria fondati sulla applicazione di norme restrittive regionali, il giudice, accertata la congrutà della somma versata e la condonabilità dell'opera ai sensi dell'art. 32 D.L. 269/03, dovrà dichiarare estinti i reati di cui all'art. 38 comma 2 L. 47/85 anche nei casi diniego -  perciò necessariamente "espresso" -  di permesso in costruire in sanatoria, emesso prima del "silenzio-assenso" di cui al comma 37 dell'art. 32 D.L. cit., e comunque prima del decorso dei 36 mesi di cui al comma 37. 
 
Alberto Maria Picardi (magistrato)

 
Di Loredana Morandi (del 23/01/2005 @ 11:18:06, in Magistratura, linkato 370 volte)

INCONTRI DI STUDIO : La Commissione, all'unanimità, propone di approvare le seguenti delibere: 7) - 632/CF2004 - Incontro di studio n. 1503 sul tema: - Le prove nel processo civile - Roma, 7 - 9 febbraio 2005. (relatore Dott. AGHINA)

CONSIGLIO SUPERIORE DELLA MAGISTRATURA

ALL. A
Nona Commissione - Tirocinio e Formazione Professionale
Incontro di studio sul tema: "Le prove nel processo civile"
ROMA, 7 - 9 FEBBRAIO 2005

Scheda illustrativa
Oggetto Alcune tra le più rilevanti problematiche nelle quali il giudice civile si imbatte in sede di ammissione, assunzione e valutazione della prova, nell'ambito del rito ordinario o dei procedimenti cautelari, sommari e camerali, prendendo le mosse dalle varie tipologie di prova. L'approccio sarà di tipo teorico-pratico, ma con una maggiore attenzione ai risvolti concreti della quotidiana attività di ammissione, assunzione a valutazione delle prove. Per l'introduzione ci si affiderà però ad una prospettiva più ampia ovverosia quella comunitaria, attraverso l'analisi del regolamento UE n.1206/2001 in tema di prove nei procedimenti civili, con le ricadute nell'ambito dell'ordinamento interno. Si passerà poi subito ad un approfondimento delle questioni, oggi non ancora del tutto esplorate, e sempre più frequenti nella pratica, collegate alla cd. prova informatica e alla firma digitale. Una riflessione approfondita sarà dedicata alla consulenza tecnica d'ufficio e alla prova scientifica, tema di grande attualità, sol che si pensi alle prove sul DNA e alle prove ematologiche in genere. Le tematiche della consulenza tecnica, della prova scientifica e della prova documentale, anche nella sua espressione elettronica, saranno poi lette attraverso il prisma dei poteri del giudice e delle parti, con particolare riguardo alle prove ammesse d'ufficio dal giudice, in funzione del cd. sistema delle preclusioni introdotto dalla novella del codice di rito del 1990/95, e pure nell'ambito dei procedimenti sommari, cautelari e camerali. Una sessione sarà quindi dedicata a particolari questioni
collegate alla prova testimoniale e una al tema nuovo e stimolante delle prove illecite. Una relazione specifica affonderà il rilevante e complesso tema delle prove cd. atipiche. Nelle varie sessioni ci si soffermerà, come detto, anche sulle peculiarità in tema di ammissione, assunzione a valutazione delle prove rinvenibili nei procedimenti cautelari, sommari e camerali. E sarà anche approfondita la tematica del collegamento tra prove e motivazione, con particolare riguardo alla clu. e alla prova per testi, sotto il profilo della corretta individuazione delle risultanze istruttorie in funzione del giudizio finale.
Obiettivi L'incontro ha la finalità di contribuire all'aggiornamento giurisprudenziale e dottrinale sulla tematica della prova nel processo civile in tutti i suoi più rilevanti risvolti. Accanto a questa vi è poi l'obiettivo di favorire uno scambio di esperienze e di prassi, a fini quanto meno informativi e di confronto ragionato, su temi ad alta densità applicativa per i giudici civili.
Struttura e metodologia La struttura e la metodologia, per essere coerenti con gli obiettivi delineati, saranno caratterizzate da una prevalenza delle relazioni frontali con dibattito guidato, già più volte positivamente sperimentate nei corsi di formazione a tema processualistico, ove ciascuna singola e specifica questione, al fine di favorire lo scambio di esperienze, viene rimessa al dibattito con i partecipanti dopo una introduzione del relatore, la quale permette di salvaguardare l'obiettivo dell'aggiornamento.
Il confronto sulle prassi si farà poi più intenso all'interno dei gruppi di lavoro previsti per una sessione mattutina, su temi in parte già affrontati nelle precedenti sessioni, con una particolare attenzione a casi concreti proposti dal coordinatore o dai partecipanti.
Destinatari 100 magistrati che esercitano funzioni civili, di legittimità e di merito; saranno ammessi a partecipare anche uditori giudiziari con funzioni; l'iniziativa è aperta alla partecipazione di avvocati e di componenti della magistratura amministrativa.
Durata due giorni e mezzo (cinque sessioni)

PROGRAMMA

LUNEDI' 7 FEBBRAIO (relazioni frontali, question time) ore 9.00

Le prove nel processo civile nella dimensione comunitaria: il regolamento n. 1206/2001: le ricadute dell'ordinamento interno
dott. Arrigo De Pauli, presidente del Tribunale di Trieste
ore 10.00  Dibattito
ore 11.00  Break
ore 11.15  La prova informatica - la normativa di riferimento il documento informatico la firma digitale la corrispondenza elettronica le pagine internet, rilevanza probatoria nel procedimento monitorio e nei giudizi sommari e cautela ci banche dati analisi di casi
prof. Andrea Graziosi, straordinario di diritto processuale civile dell'Università di Ferrara
ore 12.15  Dibattito
ore 13.00  Sospensione lavori
ore 15.00  La consulenza tecnica d'ufficio e la prova scientifica
1) fase dell'ammissione: questioni controverse e in particolare i profili temporali e la formulazione del quesito - fase dello svolgimento: questioni controverse e in particolare i poteri e doveri del c. t. u. in ordine alla documentazione rinvenuta o prodotta dalle parti, compatibilità con il regime delle preclusioni
dott.ssa Chiara Graziosi, giudice del Tribunale di Bologna
2) fase della utilizzazione e valutazione della c. t. u. da strumento conoscitivo a prova legale ? adesione o sconfessione totale o parziale in sentenza: tecniche argomentative e vizi di motivazione
3) rinnovo della c. t. u., contrasto tra più c. t. u.
4) particolari tipologie di c. t. u. - consulenze sul DNA prove ematologiche - analisi di bilancio e verifiche contabili consulenze psicologiche
dott. Mario Conte, giudice del Tribunale di Palermo
ore 16.45  Dibattito
ore 18.00  Sospensione lavori

MARTEDI' 8 FEBBRAIO (gruppi di lavoro e relazioni frontali con questioni per il dibattito)

ore 9.00  Formazione di tre gruppi di lavoro

1 ° sul tema dei poteri del giudice e delle parti, nel rito ordinario, con riguardo alla prova documentale e alla prova informatica
dott. Michele Guernelli, giudice del Tribunale di Ferrara
2° sul tema dei poteri del giudice e delle parti, nel rito ordinario, con riguardo alla c. t. u. e alle prove scientifiche
dott. Vincenzo Siani, consigliere della Corte di Appello di Salerno
3° sul tema dei poteri del giudice e delle parti in tema di prove documentali, ctu e prove scientifiche nell'ambito dei procedimenti sommari, cautelaci e camerali
dott. Michele Fornaciari, giudice del Tribunale di Lucca
ore 11.00  Break
ore 11.15  Prosecuzione del lavoro dei gruppi
ore 13.00  Sospensione lavori
ore 15.00  Questioni controverse in tema di prova testimoniale capitoli valutativi e negativi, ammissibilità di prove documentali durante escussione testi, ammissibilità testi di riferimento se già conosciuti, catalogo dei casi di incapacità, anche con riferimento alle società e agli enti valutazione di inattendibilità: tecniche argomentative e vizi di motivazione testimonianza del minore e ascolto testimonianza del difensore e segreto d'ufficio, le decadenze, poteri officiosi del giudice, prova orale e informatori nei giudizi sommari e cautelaci
relatori dott. Enrico Stefani, giudice del Tribunale di Venezia; dott.ssa Luciana Razete, consigliere della Corte di Appello di Palermo
ore 16.45  Dibattito
ore 18.00  Sospensione lavori

MERCOLEDI' 9 FEBBRAIO (relazioni frontali e question time)

ore 9.00    Le prove illecite: le prove formate o acquisite con mezzi illeciti, illegittimi o incostituzionali
prof. Gianfranco Ricci, ordinario di diritto processuale civile dell'Università di Bologna
ore 10.00  Dibattito
ore 11.00  Break
ore 11.15  le prove atipiche: questioni controverse
prof. Michele Taruffo, ordinario di diritto processuale civile dell'Università di Pavia
ore 12.00  Dibattito
ore 13.00  Conclusione dei lavori

 
Di Loredana Morandi (del 23/01/2005 @ 11:01:24, in Magistratura, linkato 259 volte)

MOVIMENTO PER LA GIUSTIZIA

 

Le cronache dei vari distretti - da Milano a Palermo - dimostrano come le sensibilità e le capacità di reazione siano profondamente diverse nelle varie realtà locali: a situazioni di grande mobilitazione e visibilità hanno fatto riscontro, in altri distretti, relazioni piatte e burocratiche (non così ad es. quella del P.G. di Brescia, che ha tra l'altro espressamente ricordato il copyright di Gelli sulla controriforma) e/o inaugurazioni anonime e del tutto incolori.

Sono queste diversità che devono fare riflettere ed essere oggetto di un primo tentativo di analisi: è probabile che al fondo di tutto ciò vi sia anche una differente capacità dei dirigenti locali dell'ANM e dei singoli gruppi di dare stimoli ed idee alle comunità dei magistrati, ma è anche certo che vi sono realtà dove questo "essere comunità" è più sentito e più forte. Non basta riconoscere e richiamare le straordinarie qualità del nostro impareggiabile Massimo Russo, e dei suoi colleghi di Giunta, per spiegare il ruolo-guida assunto ancora una volta dai magistrati di Palermo; bisogna subito aggiungere che è risultato assolutamente vincente  quel legame-comunità ("ultra associativo" e "ultracorrentizio", certamente risalente anche se ravvivato da molti giovani) che ha trovato la sua più forte ed evidente espressione nel voto unanime dell'affollatissima assemblea che ha deciso la controinaugurazione.
Sotto questo profilo la pur prevedibile reazione ministeriale e i conseguenti divieti(sui quali occorrerà pur riflettere adeguatamente) hanno prodotto, in realtà, una sorta di "valore aggiunto" in termini, di compattezza  e di compostezza della manifestazione che non ha offerto spunti reali alle altrettanto prevedibili strumentalizzazioni di Castelli.

D'altro canto il resoconto veneziano di Carlo Citterio dimostra che, a volte, basta anche l'iniziativa di singoli dotati di particolare carisma a far nascere risposte collettive valide e significative (come l'ostentazione della Costituzione da parte di tutti i magistrati in toga rossa, compresi Presidente e P.G.) che sarebbe stato - forse - possibile estendere a molte altre Corti.

Prima delle festività natalizie, con una nota del Presidente Martello da me ricordata in una di poco successiva @, avevamo cercato di richiamare l'attenzione del Movimento a discutere e coordinare proposte di iniziative associative su tutto il territorio nazionale, ma in realtà, come ho detto, e come forse era parzialmente inevitabile, il problema è stato posto e affrontato in modo assai diverso nelle diverse realtà locali. D'altro canto bisogna anche considerare che iniziative generali, decise ed organizzate a livello nazionale da parte della GEC, "debbono" necessariamente riuscire e non possono essere attuate a macchia di leopardo (con rischio di evidente delegittimazione della stessa GEC e pregiudizio grave per l'intera magistratura).

L'ANM ha comunque scelto la strada minimalista ritenendo di dover prestare particolare attenzione al "novum" determinatosi a seguito del Messaggio di Ciampi alle Camere, e pur lasciando un certo spazio alle autonome decisioni delle Sezioni distrettuali. Su questa scelta sono possibili e legittime diverse valutazioni e opinioni, ma dobbiamo doverosamente sottolineare  che, comunque (e grazie al cielo), nessuna sconfessione e contrapposizione interna si è registrata sui mass media ,  e che anzi le differenziazioni di reazioni e iniziative tra i vari distretti sono state per così dire "livellate verso l'alto", cosicché si è concretamente realizzato l'auspicio espresso da molti interventi anche su questa lista, per cui Palermo avrebbe dovuto rappresentare e incarnare la protesta di tutta la magistratura italiana !

Questo risultato non deve essere offuscato né tanto meno messo in dubbio dalle necessarie riflessioni critiche e autocritiche  che nei prossimi giorni e nelle prossime settimane ciascuno di noi, a seconda dei rispettivi ruoli, sarà chiamato  a fare per individuare e sconfiggere debolezze, insufficienze, ma anche - in taluni casi - resistenze e nuovi,  poco nobili conformismi, e ridare nuovo slancio alla azione associativa pur senza farle perdere i contatti con la realtà, e con le sue a volte poco gradevoli necessità.

Dobbiamo comprendere che questa estenuante battaglia, che è ben lungi dal potersi considerare conclusa, richiede una straordinaria capacità di mantenere alta l'attenzione non solo per un giorno o per un ristretto periodo ma per  lungo, forse lunghissimo tempo, laddove solo la capacità propositiva e di ripresa dell'iniziativa politica, a prescindere, a al di là delle mere necessità difensive, potrà salvarci dagli altrimenti inevitabili rischi di assuefazione e di rassegnazione che spesso, in assenza di immediati risultati concreti, seguono a momenti di grande mobilitazione politica.

Nino Condorelli
Segretario del Movimento per la Giustizia

 
Di Loredana Morandi (del 23/01/2005 @ 10:56:18, in Magistratura, linkato 255 volte)

Consiglio Superiore della Magistratura
LECCE 15 gennaio 2005 – Inaugurazione dell’anno giudiziario

La partecipazione alla cerimonia di inaugurazione dell’anno giudiziario  di un  componente del Consiglio Superiore della Magistratura oltre che  avere il significato di una doverosa presenza per una diretta cognizione delle situazioni dell’amministrazione della giustizia nei  singoli distretti ha lo scopo di fornire, nella prospettiva della attività consiliare, un apporto alla complessiva riflessione sui temi della giustizia.
         Nel porgere quindi il saluto del Consiglio e mio personale a  Lei sig. Presidente della Corte, al sig. Procuratore Generale, alle autorità, ai colleghi ed a tutti i presenti vorrei, con questo breve intervento, soffermarmi su alcuni degli argomenti tracciati  nella delibera consiliare di designazione.
Si è sovente scettici da parte di molti verso queste cerimonie, e le relazioni dei Procuratori Generali vengono paragonate a quelle dei curatori fallimentari di un’azienda collassata, trascurando il dato che l’inaugurazione dell’anno giudiziario, per quanto solenne nelle forme e nelle modalità di svolgimento, costituisce pur sempre un autentico momento di riflessione sui complessi temi della giustizia e di pacato confronto fra magistrati, avvocati, operatori del diritto, amministratori locali e cittadini, al fine di programmare più consapevolmente l’attività per il nuovo anno giudiziario.
Non posso che rilevare con sincero rammarico l’assenza dell’avvocatura penale da questa cerimonia: si tratta di un’assenza dolorosa, il CSM ed i magistrati non hanno mai pensato di trasformare le inaugurazioni dell’anno giudiziario in monologhi ma, anzi, vorrebbero un dialogo permanente, che consenta di ricostituire le regole della democrazia nel mondo della verità, sganciandolo dalla verità mediatica (secondo cui esiste solo ciò che ha riscontro nei mezzi di informazione e nei sondaggi).
Sono infatti profondamente convinto che tanto più l’avvocatura viene coinvolta, ascoltata e responsabilizzata nella gestione degli uffici, tanto meno avvertita sarà l’esigenza di separazione delle carriere fra giudici e pubblici ministeri.
Piuttosto che separare, così allontanando inevitabilmente i magistrati requirenti dalla cultura della giurisdizione (ed è bene adoperarsi, invece, perché questa cultura non perdano, anzi recuperino ove necessario), è possibile e doveroso soddisfare le medesime esigenze avviando un percorso di progressivo coinvolgimento degli avvocati, nella formazione comune, prima e dopo l’ingresso in carriera, nelle scelte organizzative e nelle relative responsabilità.
Ma il disagio dell’avvocatura non è certamente isolato: qui oggi a Lecce (come in ogni altro distretto di Corte d’Appello), si inizia l’anno giudiziario in uno scenario mai come quest’anno estremamente contrastato (ma mi accorgo senza alcuna originalità di ripetere una valutazione già utilizzata per il discorso dell’anno precedente, il che segnala una monotona ingravescenza della situazione).
Non meno significativa difatti è la protesta dei magistrati, che interviene per il quarto anno consecutivo, che si caratterizza non tanto (o non solo) per quello che non si è fatto per la giustizia (e che resta ancora ingente), quanto per quello che si è fatto e, più ancora, per quello che ci si propone di realizzare.

La Giustizia sta vivendo nel nostro Paese un momento particolarmente travagliato: ai cronici problemi che affliggono la macchina giudiziaria impedendole di realizzare un servizio che dia  tempestiva e “giusta” risposta alla richiesta dei cittadini si è ritenuto di porre rimedio con una legga di delega al Governo per la riforma dell’ordinamento giudiziario che non risolve quei problemi e che, pur necessaria ed auspicata dalla stessa magistratura, è fortemente criticata, nella sua attuale formulazione, sia dalla magistratura stessa, sia dall’accademia, sia (se pure sotto parzialmente diversi profili), dalla avvocatura.
Ho ascoltato con sorpresa il ministro della Giustizia ricavare da tutto ciò la compiaciuta considerazione di essere sulla giusta strada riformatrice.
I rapporti tra la magistratura e gli altri poteri dello Stato sono ancora caratterizzati da  accese e perduranti polemiche  il cui ritmo è collegato  a singole vicende giudiziarie ed all’esito di determinati procedimenti avviati e giudicati dagli organi  giurisdizionali.
Non è questo un clima idoneo a  favorire un confronto sereno, pacato e democratico per intervenire, con spirito laico, sui delicati problemi della giurisdizione.
Infatti se, per un verso,  vi  possono essere motivi per una seria riflessione da parte della magistratura e spunti per una doverosa autocritica in relazione a singole vicende o comportamenti, tuttavia non appare, per altro verso, giustificato  affrontare  le tematiche  relative attribuendo esclusivo rilievo ad  una legittimazione popolare  e considerando la costituzione ed i principi in essa affermati come una limitazione ai propri poteri e ciò  perché lo stesso stato di diritto intanto è tale in quanto vi sia una norma fondamentale, quale appunto la Costituzione, che garantendo i diritti regola e disciplina gli ambiti dei vari poteri.
In questo quadro costituzionale si colloca il  Consiglio Superiore della Magistratura, previsto dal Costituente come organo di garanzia a tutela dell’indipendenza dei singoli magistrati ordinari e dell’intero ordine giudiziario, rispetto, quindi, anche agli poteri dello Stato.
Deve essere ricordato, a questo proposito, che il CSM ha espresso,nel tempo, tre pareri sul disegno di legge in tema di riforma  dell’ordinamento giudiziario sottolineando plurimi aspetti di incostituzionalità anche con riferimento alla erosione di prerogative costituzionali del Consiglio.
Da ultimo il  C.S.M. si è espresso,  a maggioranza, sul c.d. secondo maxiemendamento formulando fermi rilievi (prospettati anche quali aspetti d’incostituzionalità) su un testo che non offre adeguate risposte ai tanti problemi della giustizia, con la pretesa errata di risolverli per via ordinamentale.
Le maggiori perplessità sono state evidenziate con riguardo alla modifica del sistema dei concorsi per il conferimento delle funzioni di appello, di legittimità e degli incarichi direttivi e semidirettivi; alla previsione di un differenziato accesso alla magistratura giudicante ed a quella requirente, con la previsione di un successivo meccanismo concorsuale per il mutamento dall’una all’altra delle funzioni e viceversa; alla istituzione di una Scuola della magistratura collocata al di fuori del circuito dell’autogoverno; all’organizzazione degli uffici della Procura della Repubblica, che accentra e rafforza i poteri di gestione dell’ufficio e di titolarità dell’azione penale in capo al procuratore (si può a tale proposito parafrasare Bunuel e parlare di un “fascino discreto della gerarchia”); ed all’abrogazione della fattispecie del trasferimento d’ufficio per incompatibilità ambientale.
La reintroduzione di un così articolato e complesso meccanismo di concorsi è apparsa funzionale al ripristino di un sistema ormai superato, ispirato a logiche gerarchiche e di cooptazione, sguarnendo qualitativamente il “fronte” del primo impatto con la domanda di giustizia.
Il “servizio giustizia” non è certo comparabile ad un comparto sanitario dove è possibile concentrare i migliori specialisti in aree o funzioni determinate: l’esperienza e la cronaca (ad es. caso Parmalat..), ci insegnano che situazioni imprevedibili impongono una qualificazione diffusa della risposta giudiziaria sul territorio, specie e soprattutto nel primo grado di giudizio.
Per quanto sia incontestabile che l’attuale sistema di progressione in carriera dei magistrati si presti a fondatissime critiche, ciò non consente  di rimpiangere il vecchio sistema della carriera come una mitica età dell’oro. I concorsi, quei concorsi, quelle promozioni, nel senso tecnico del termine ferivano la Costituzione che vuole che i magistrati siano soggetti soltanto alla legge e vuole, altresì, che i magistrati si distinguano soltanto per funzioni e vivano il loro quotidiano ius dicere “senza timori e senza speranze”.
Non si può rimpiangere né preconizzare un sistema di indipendenza ipocrita (come è stato in passato), con buona pace del principio di uguaglianza e di quello di soggezione del giudice soltanto alla legge.

Occorre, con vivo rammarico, osservare che  tutta la complessa elaborazione del Consiglio non è stata adeguatamente considerata e valorizzata nella attività dell’Esecutivo mentre, al contrario, i rilievi da parte del Capo dello Stato del 16 dicembre 2004 danno conferma della correttezza tecnica di alcuni dei profili di palese incostituzionalità proposti nei pareri formulati, essendosi altresì sottolineata, tra l’altro, “la menomazione dei poteri del Consiglio Superiore della Magistratura risultante da diverse disposizioni della legge delega”.
Si  tratta di un’indicazione che ha rappresentato per il CSM un elemento di rilevante importanza poiché stigmatizza l’esautoramento dell’organo di autogoverno della magistratura da una serie di prerogative fondamentali, per cui ci auguriamo che detti rilievi vengano adeguatamente raccolti in sede parlamentare, provvedendosi ad una riscrittura della riforma in modo compatibile ai dettami costituzionali.
Alcune vicende, quali la proroga da parte del ministro del trasferimento del Procuratore della Repubblica presso il Tribunale di Napoli, disposto dal CSM (ed avallato dal giudice amministrativo) per incompatibilità ambientale, il ritardo nel concerto della nomina del Procuratore della Repubblica presso il Tribunale per i minori di Genova, da ultimo il decreto legge di proroga del Procuratore Nazionale Antimafia, costituiscono preoccupanti segnali di uno straripamento dell’esecutivo nelle attribuzioni dell’organo di autogoverno della magistratura in ordine alla scelta dei dirigenti degli uffici giudiziari (forse non caso sempre di Procura),  prefigurando possibili futuri scenari di cui va segnalato il pericolo.

Il Capo dello Stato, in ripetute occasioni, ha ammonito – da ultimo nel suo intervento di augurio alle più alte magistrature del Paese del 21 dicembre 2004 - che fra le garanzie che i cittadini richiedono vi sono la salvaguardia dell’autonomia e dell’indipendenza della Magistratura ed una giustizia resa in tempi ragionevoli.
Al Consiglio Superiore compete un ruolo di rappresentanza dell’ordine giudiziario, inteso come rappresentanza delle esigenze generali di indipendenza e di buon funzionamento della funzione giurisdizionale, coniugato con un fondamentale ruolo di garanzia da esercitare anche attraverso un potere di denuncia, laddove se ne ravvisi la necessità, di situazioni in grado di incidere negativamente sui valori di indipendenza e di efficienza della funzione assegnata all’ordine giudiziario nel suo complesso ed ai singoli magistrati in particolare.
Nel decorso anno, tale ruolo di garanzia è stato riaffermato (a conferma di pregresse analoghe valutazioni), nella delibera del 3 marzo 2004, assunta dal Consiglio all’unanimità in risposta a pubbliche prese di posizione del Presidente del Consiglio dei Ministri: è stato così ribadito  il principio che gli atti ed i provvedimenti dei magistrati possono  essere discussi e criticati ma non possono essere pretesto per dichiarazioni che delegittimino il singolo magistrato o l'intero ordine giudiziario; e che,  in un tale contesto, è indispensabile che non si ripetano episodi di denigrazione della magistratura e di singoli magistrati, del tutto inaccettabili, perché fortemente lesivi della stessa funzione giudiziaria.
Il magistrato non deve ricercare il consenso del cittadino, ma deve godere della sua fiducia, e non v’è dubbio che attacchi e denigrazioni gratuite non contribuiscono ad accrescerla.
Detto ruolo di garanzia è stato riaffermato in numerose altre delibere, fra le quali, per quanto di specifico interesse di questo distretto, nelle delibere dell’8 settembre 2004, a tutela  dei magistrati del Tribunale di Venezia che avevano emesso la sentenza sul caso del Petrolchimico di Porto Marghera, e del  16 dicembre  2004 per le gravi invettive rivolte al Procuratore della Repubblica di Verona, dottor Guido Papalia.
Le accuse a singoli magistrati non sono purtroppo una novità: si tratta di accuse che storicamente hanno investito magistrati requirenti, ma che negli anni non hanno risparmiato giudici per le indagini preliminari, giudici di primo e di secondo grado ed infine anche i giudici della Suprema Corte di Cassazione.
L’iterazione degli interventi in materia del CSM può rischiare di menomare l’efficacia della tutela (da ultimo il Consiglio sta esaminando la vicenda relativa ai pesanti attacchi rivolti ad un g.i.p. del Tribunale di Roma), ingenerando un’assuefazione nei cui confronti si deve reagire con fermezza: non possiamo e non dobbiamo abituarci all’idea che il libero esercizio della giurisdizione possa essere minacciato o condizionato da attacchi denigratori.
Se è vero che la concezione “araldica” di Aristotele per cui “quando la parola è ai giudici i cittadini tacciono” appartiene al passato, è pur vero che la lunga teoria di aggressioni di inusitata virulenza nei confronti dell’attività giudiziaria, vulnera la credibilità e l’autorevolezza dell’esercizio della giurisdizione, che costituiscono il patrimonio di cui ogni magistrato è doverosamente geloso.
Tanto più grave si presenta tale situazione quando gli attacchi derivano da esponenti di rilievo delle Istituzioni, anche specificamente investiti di responsabilità nel settore della giustizia, da cui non come magistrato, ma come cittadino, mai avrei potuto attendere espressioni di gratuita e corale denigrazione nei confronti dell’esercizio della funzione giudiziaria, come pure è dato di leggere in questi giorni.
Se il presidente della Federazione Italiana Gioco Calcio dedicasse il suo tempo ad una sistematica delegittimazione degli arbitri, immagino che vi sarebbero notevoli problemi per il campionato e per lo svolgimento delle partite.
“La stabilità delle istituzioni si fonda sul rispetto pieno e reciproco delle funzioni……intanto un sistema può operare armonicamente nei pesi e contrappesi, in quanto i diversi e separati poteri, rigorosi nel difendere il campo proprio, siano altrettanto rispettosi del campo altrui”. (Sono parole pronunziate dal capo dello Stato durante un plenum del CSM).

Coerentemente con tale indirizzo, Il Consiglio ha  fermamente difeso, ricorrendo agli strumenti previsti dall’ordinamento, le sue prerogative nei rapporti con altri organismi istituzionali.
Già nel 2003 si era concluso positivamente dinanzi alla Corte Costituzionale il conflitto di attribuzioni col Ministro relativamente al mancato concerto sul conferimento dell’ ufficio direttivo di  Procuratore della Repubblica presso il Tribunale di Bergamo, ed ancora nel 2004 ulteriore conflitto di attribuzioni col Parlamento  è stato sollevato dal CSM, a maggioranza, sul D.L. n.66/2004, convertito con modificazioni nella L. n.126/2004, relativo al ripristino o prolungamento del rapporto di servizio per i magistrati sospesi per la pendenza di un processo penale e successivamente assolti.
Il Consiglio ha, in particolare, lamentato la compressione dei suoi poteri in materia disciplinare e di progressione in carriera, essendo stata preclusa dalla legge impugnata ogni possibilità di valutazione del rilievo deontologico della condotta contestata, pur nel rispetto del giudicato penale; e dovendo il magistrato reintegrato, dopo l’assoluzione in sede penale, essere necessariamente preferito, ai sensi della legge in questione,  rispetto ad altri aspiranti, nell’assegnazione di un posto di qualifica superiore rispetto a quello in precedenza ricoperto.
Si tratta di atti di tutela “tecnica” nei confronti di quelle che si ritengono limitazione delle prerogative costituzionali del Consiglio, sicuramente più consone alla qualificazione giuridica dell’organo e probabilmente più efficaci di altre pur possibili forme di reazione.

Un riconoscimento della particolare attenzione che il nostro assetto costituzionale rivolge alla tutela dell’autonomia ed indipendenza della Magistratura ed al ruolo primario di difesa che di essi svolge il C.S.M. si è avuto con la formale sottoscrizione in Roma il 20 e 21 maggio 2004, nel corso dell’Assemblea generale dei Consigli di Giustizia e dei Courts Service, della Carta costitutiva dell’ENCJ (European network of Councils for the Judiciary) e la nomina del Presidente, nella persona del consigliere del CSM prof. Luigi Berlinguer.

L’inaugurazione dell’ano giudiziari è sede di “bilancio dell’attività svolta” anche da parte del C.S.M.
Il Consiglio è consapevole  che la efficacia e credibilità della sua azione a tutela della autonomia ed indipendenza della magistratura, del suo ruolo nei rapporti con gli altri poteri e della funzione consultiva è direttamente collegata alla  serietà, impegno, credibilità con la quale egli stesso svolge i suoi compiti di autogoverno. Occorre infatti che la magistratura sia governata con regole chiare,  trasparenti e uniformi, che siano adottati adeguati metodi di formazione professionale, di valutazione di professionalità, di scelta dei dirigenti degli uffici, che sia effettivo e rigoroso  il controllo delle condotte dei magistrati.
Su questa strada il consiglio si sta, pur con innegabili difficoltà, movendo per rafforzare le proprie attribuzioni: siamo consapevoli che la migliore e più efficace difesa delle prerogative del Consiglio risiede nella capacità di operare quei cambiamenti che riteniamo necessari (anche con qualche sofferenza interna…) e che forse (ma anche senza forse…) andavano operati prima, perché se ci sono necessità di intervenire nel sistema giudiziario (ed almeno su questa considerazione siamo tutti d’accordo) le riforme vanno gestite, anticipandole, piuttosto che subirle, per far sì che l’autogoverno di cui gode costituzionalmente la magistratura non sia inteso come privilegio di casta, meritandolo nell’operare concreto, quotidiano, e non solo nelle declamazioni di principio.
Le riforme, se non gradite o addirittura controproducenti rispetto alla terapia di intervento, vanno scongiurate con comportamenti virtuosi e non dicendo sempre no: credo che questo Consiglio può dimostrare di avere in concreto imboccato questo percorso, mi riferisco ad esempio ai recenti interventi su temi fortemente avvertiti dalla pubblica opinione e dall’avvocatura, come quello del passaggio di funzioni di un magistrato requirente a quelle di giudice nel medesimo circondario, quello delle incompatibilità, quello degli incarichi extragiudiziali, quello in materia di valutazione della professionalità.

Esiste ancora in magistratura una “questione morale” su cui non può essere abbassata la guardia (come recenti vicende di magistrati operanti in settori delicati quali le sezioni fallimentari ci insegnano), che è affrontata con impegno dalla sezione disciplinare.
Al riguardo, la magistratura deve avere la capacità di essere severa con se stessa con la stessa forza con la quale rivendica la sua indipendenza e sottolinea, non a torto, le altrui responsabilità.
La prima commissione svolge un intenso ed impegnativo controllo di tutte le situazioni oggetto di esposti o denunce ed  ha portato  a definizione alcune delicate e complesse procedure ex art. 2 L.G. con trasferimento di ufficio dei magistrati interessati.
A seguito della approvazione della nuova circolare sulle incompatibilità ambientali per ragioni di parentela con avvocati e magistrati è stato eseguito un censimento generale il cui esito è all’esame della competente commissione.
Si tratta di un tema che so essere (a differenza che altrove) particolarmente sentito in questo distretto, e che il Consiglio ha affrontato senza generalizzazioni ma sforzandosi di indicare principi generali cui attenersi, anche per agevolare le scelte dei singoli magistrati.
Non è un tema “popolare” tra i magistrati, la cui soluzione può determinare sacrifici, ma che non può essere ulteriormente eluso, ed in questo confidiamo nel rigore e nello scrupolo dei Consigli Giudiziari, nonché nella collaborazione dell’avvocatura, ed in questo senso va rimarcato il fattivo rapporto collaborativi intercorso con i nuovi vertici del Consiglio Nazionale Forense.

In tema di valutazione di professionalità dei magistrati in occasione delle progressioni in carriera, con una rinnovata circolare 1275/85, si è introdotta l’obbligatorietà del prelievo a campione dei provvedimenti dei magistrati, e nella prossima settimana verrà individuata la tipologia dei provvedimenti da acquisire per ogni tipo di funzione del magistrato, all’esito di un complesso lavoro di studio che razionalizza così un sistema di valutazione adeguandolo a quello del giudice di pace.
Si tratta di un esempio emblematico delle modalità di affrontare e tentare di risolvere un problema esistente: lungi dal negarlo secondo tesi corporative consegnate al passato, la “sfida della professionalità” del magistrato viene raccolta mediante un sistema più rigoroso e razionale di valutazione del lavoro del magistrato: le innovazioni riformatrici, se necessarie, vanno attuate, prima di subirle in modo irrazionale e punitivo.
L’impegno del C.S.M. si è anche rivolto a rafforzare la funzionalità degli uffici giudiziari attraverso gli strumenti tipici tabellari di sua competenza, pur con qualche rigidità nelle direttive di circolare, che non trova totale condivisione all’interno del Consiglio (so che anche in questo distretto vi sono problemi in ordine alla predisposizione dei programmi organizzativi degli uffici) nonchè proseguendo un’intensa attività nel settore della formazione.
Si è incentivata l’apertura a diverse conoscenze, anche scientifiche, dell’attività di formazione professionale promossa dal C.S.M. diretta, attraverso l’accrescimento della professionalità del magistrato, a garantirne anche l’autonomia e l’indipendenza. Si determina una perdurante interrelazione con il mondo universitario, quello forense, con altri saperi specialistici, anche mediante l’ausilio di una rete di formazione decentrata che anche qui a Lecce opera con profitto, intesa a scongiurare l’efficace sintesi offerta da Carnelutti, per cui “..il magistrato nasce uditore, ma finisce sordo….”
Il 2004 è stato l’anno del definitivo decollo della Rete Europea di Formazione Giudiziaria, che sviluppa un continuo collegamento formativo con magistrati di diversi paesi europei, e che si intensificherà nel 2005 con un originale progetto di “scambio” di moduli formativi, che consentirà ad alcuni magistrati italiani soggiorni di studio e perfezionamento presso uffici giudiziari francesi, in condizioni di reciprocità formativa.

Particolare impegno è stato poi rivolto al settore della magistratura onoraria, su cui sono investito di particolari responsabilità come vicepresidente dell’ottava commissione deputata al “governo” della m.o.
Proseguendo in un percorso di “attenzione” nei confronti di questo importante settore della giurisdizione, il CSM, responsabilizzato anche in quanto organo di eterogoverno della m.o., nel 2004 ha riformulato le circolari per la nomina e conferma degli esperti dei Tribunali di sorveglianza e dei giudici onorari minorili.
La più importante novità è però costituita  dalla circolare (n.7507/2004) che ha segnato il decollo in tutti i distretti (ed in particolare in questo di Lecce, dove si è segnalata come la più tempestiva quanto ad iniziativa) di una struttura distrettuale a formazione mista incaricata della formazione dei giudici di pace, GOA, GOT e VPO, finanziata dal CSM, in cui è prevista per la prima volta la partecipazione in forma istituzionale di un rappresentante dell’avvocatura.
Si tratta di un’iniziativa di cui rivendico con orgoglio la paternità, che ha una valenza strategica per la migliore professionalizzazione della componente onoraria della magistratura, e che sono certo vedrà nel 2005 la sua proficua attivazione in una serie di iniziative e incontri, anche a livello infradistrettuale, garantito dal coinvolgimento diretto di rappresentanti delle varie categorie onorarie interessate, non solo destinatari ma anche organizzatori della formazione.
 
Tutti gli aspetti organizzativi richiamati sono direttamente collegati ad uno dei grandi problemi della giustizia: quello della eccessiva durata dei processi sia civili che penali  che è certamente causa di sfiducia dei cittadini nel sistema giustizia. Non è però un tema nuovo, è anzi ricorrente nelle annuali relazioni dei procuratori generali ed anche per l’anno decorso la relazione del  Procuratore Generale della Cassazione conferma sostanzialmente la complessiva tendenza.
Ascoltare all’inizio dell’anno giudiziario presso la Cassazione che la media di definizione  dei processi civili è di otto anni e di cinque quelli penali (peraltro con vistose eccezioni..) non fa bene all’immagine della giustizia e non agevola la legittima aspirazione a vedere soddisfatte le domande di giustizia dei cittadini.
E’ forse eccessivo l’ottimismo ingenerato da variazioni percentuali migliorative quasi impercettibili, a fronte di 8.442.000 procedimenti pendenti.
Sono cifre queste che hanno un’efficacia intrinseca e implacabile che va oltre qualsiasi considerazione aggiuntiva
Su questo tema  si gioca molto della credibilità della funzione giudiziaria anche perché  la cause della lentezza dei processi viene attribuita esclusivamente alla magistratura.        
In realtà, è bene ricordarlo, in questo campo  incidono scelte di competenze diverse.
Accanto a quella del CSM, i cui tratti ho sommariamente ricordato in precedenza, vi è quella del legislatore che  ha il potere di eseguire interventi normativi  incidenti sulle regole procedimentali ed ordinamentali e quella del  del Ministro della Giustizia  cui competono ( art. 110 Cost.) “l’organizzazione e il funzionamento dei servizi relativi alla giustizia”.
E’ evidente che l’efficienza del sistema giudiziario si raggiunge se ognuno di questi organismi opera, di concerto con l’altro,  per il reale perseguimento del fine di migliorare la funzionalità del servizio e ciò in una clima di leale ed aperta collaborazione.
Le competenze del Ministro incidenti sul funzionamento del servizio giustizia sono molteplici. Dalle sue scelte dipende la adeguatezza della struttura amministrativa di supporto alla attività dei magistrati ed in questo settore si registrano notorie carenze. Dalle sue scelte dipende la disponibilità, da parte degli uffici, di risorse economiche che consentano di fruire degli strumenti essenziali ed è notoria la difficile situazione nella quale operano.
Lo stesso Ministro ha affermato, davanti al Consiglio Superiore che ritiene inutile destinare risorse ad una struttura che non funziona. Il risultato di queste scelte è sotto gli occhi di tutti.
Tanto si traduce – e mi riferisco anche alla situazione del distretto di Lecce come oggi rappresentata dal P.G. –in  problemi di personale, problemi di edilizia giudiziaria, problemi di trascrizione, di informatizzazione e, quindi, infinite difficoltà quotidiane che si sovrappongono a quelle derivanti dai carichi di lavoro eccessivi e da un sistema processuale farraginoso e contraddittorio.
E’ vivamente  auspicabile che – per quanto costretto dall’attuale contingenza di bilancio - il progetto del ministero in materia di giustizia non si traduca in un sostanziale blocco delle risorse.
 Al C.S.M. i magistrati giustamente chiedono di operare con sempre maggiore responsabilità, credibilità di risultati e capacità organizzativa, ma è indubitabile che al ministero della giustizia competono, per capacità di gestione e di spesa, gli interventi più incisivi in materia di giustizia.
Naturalmente vi sono anche soluzioni deflative più drastiche per ridurre l’arretrato giudiziario, come quella di ridurre i tempi di prescrizione dei reati (il P.G. Favara ha utilizzato a questo proposito una metafora icastica: “la prescrizione fulmina i processi…”), ma francamente preferiremmo interventi di segno opposto e funzionali ad assicurare una risposta diversa alla domanda di giustizia.
 
Quanto al tema, sempre avvertito, degli organici della magistratura, va detto che la percentuale di scopertura degli organici dei magistrati nel distretto di Lecce (5,5%) è inferiore al dato medio nazionale del 6,5%, e solo due posti semidirettivi del distretto sono ancora a concorso.
Ancora più basso è il numero di posti vacanti nella magistratura onoraria, che presenta nel distretto di Lecce una percentuale di vacanza dell’11,95% (solo Messina ha una percentuale più bassa).
Molto più preoccupante è invece il problema delle risorse del personale amministrativo (in agitazione) spesso trascurato, ma il cui rilievo per il buon funzionamento della giustizia ben conoscono gli avvocati e i magistrati (v. relazione P.G.)
Anche per quanto riguarda il reclutamento di nuovi magistrati la situazione si presenta preoccupante, la formulazione di bandi per il concorso di uditore giudiziari censurata dal giudice amministrativo ha innescato una serie di rinvii per cui ancora oggi si ignorano i tempi di svolgimento dei concorsi, sicuramente dilatati dal meccanismo di esonero della prova preselettiva, per cui è prevedibile che i prossimi uditori giudiziari entreranno in servizio nel 2008.
Diverso invece è il tema del riordino circoscrizioni giudiziarie: argomento che appartiene all’antiquariato delle richieste della magistratura (e del CSM), e che anche in questo distretto, dove forse sono troppo numerose e diseconomiche le sette sezioni distaccate del Tribunale di Lecce, ha una sua inevitabile attualità.
 
Mi avvio rapidamente alla conclusione con qualche considerazione di sintesi sulla magistratura:
Non si può ragionare solo in termini di poteri e di funzioni, bensì di servizio da rendere alla collettività. Il magistrato sa che non può attendersi rispetto sociale solo per la carica che ricopre e che dovrà guadagnarsi stima e considerazione in base alle sue qualità professionali di giudice, di pubblico ministero, di capo di un ufficio.
E’ difficile non convenire sugli errori di singoli magistrati e della magistratura nel suo complesso; sulle chiusure e sui silenzi corporativi  e, se mi è consentito, su una visione che definirei tolemaica della giurisdizione di pochi magistrati: sulla erronea convinzione di alcuni di possedere il monopolio etico della società.
Ma dovrebbe essere per tutti estremamente difficile, anche, non condividere la speculare affermazione che la magistratura nel suo complesso ha contribuito, in alcuni frangenti storici ed in alcune realtà in modo decisivo, alla crescita ed alla tenuta della nostra democrazia, con sacrifici personali, familiari e professionali difficilmente paragonabili.
Anche di questi sacrifici, di operosità, di impegno professionale, parlano molto spesso le carte ed i fascicoli che si esaminano da parte del C.S.M.
Possono, dunque, comprendersi critiche e volontà riformatrici, ma non anche la demolizione del sistema esistente e, per raggiungere lo scopo, una sistematica aggressione ed una scientifica e martellante denigrazione dell’intera magistratura di fronte alla pubblica opinione, anche a costo di infliggere profonde ferite alla nostra civile convivenza.
Il Paese può e deve pretendere una magistratura migliore, anche in prospettiva di  quella che è stata definita la “sfida europea” cui non possono sottrarsi gli operatori del diritto e, però, credo anche che si debba valutare con serenità il servizio reso dai magistrati italiani..

L’anno giudiziario 2004 si apre nelle corti d’Appello, secondo un rituale che potrebbe anche non più ripetersi, in un clima molto difficile.
 Non si può, non si deve, rassegnarsi a questo stato di cose, superando il rischio molto concreto ormai in tutti gli operatori della giustizia, di rassegnazione di fronte ad una situazione che sembra consegnata al destino dell’ineluttabile, continuando ad operare in nome di principi affermati dalla carta costituzionale, per i cittadini e per la giustizia che non è mai un termine astratto, in quanto incide profondamente nel vivere sociale come ben sanno i presenti in quest’aula.
C’è chi ci ricorda che “la giustizia si nutre di silenzio”: è vero, e ce lo ha ricordato anche il P.G. Favara, che con frigido pacatoque animo ha richiamato i magistrati al garbo e alla compostezza; ma è difficile, molto difficile restare in silenzio di fronte alla prospettiva che cambi in modo radicale il modo di essere magistrato nel nostro paese, all’indirizzo di burocratizzare la magistratura, ad accuse di amministrare la giustizia non nel nome del popolo italiano, ma di una parte politica, che hanno raggiunto anche financo la vetta di una Corte Costituzionale che ci si era evidentemente illusi fosse al riparo da qualsiasi tipo di contestazione.
Vorremmo vedere l’avvocatura e i cittadini al fianco dei magistrati nella difesa ad oltranza dell’indipendenza e dell’autonomia riconosciuta loro dalla Costituzione che è poi difesa del principio di eguaglianza dei cittadini di fronte alla legge.
Quella Costituzione che è un riferimento costante nell’agire di ogni magistrato nel nostro Paese, che non a caso è ostentata con consapevole solennità e fierezza dai magistrati presenti a questa cerimonia inaugurale, una Costituzione che sono sicuro ognuno di loro custodisce non solo nelle mani, ma soprattutto nel cuore.

Cons. Ernesto Aghina

 

Diritto e giustizia ("quotidiano di informazione giuridica") ha pubblicato  il 18.1.05 un articolo che vale la pena di riportare e di brevemente commentare: "Procedura penale: la commissione Dalia ottiene la proroga ma perde un pezzo"

Codice di procedura penale: la commissione ministeriale presieduta da Andrea Dalia, ordinario di diritto penale all'Università II di Napoli, è stata prorogata fino alla fine di giugno ma perde un componente. La discussione sulla revisione del processo penale si fa serrata e la commissione intende presentare prima dell'estate un disegno di legge corposo..Il progetto dovrà arrivare tassativamente entro giugno quindi, e già la prossima seduta plenaria della commissione, prevista per il prossimo 3 febbraio potrebbe essere decisiva per la struttura della riforma. Ma la commissione appunto perde i pezzi, perché la scorsa settimana, durante la plenaria di giovedì 13 gennaio, il consigliere di Cassazione Giovanni Silvestri ha rassegnato le sue dimissioni. E questo non ha rappresentato l'unico "intoppo" della giornata, perché la plenaria si è arenata anche sulle competenze penali del giudice di pace.Il principale ostacolo incontrato dalla riunione della scorsa settimana è stato se inserire o meno nel nuovo codice le competenze penali del giudice di pace: un problema che la plenaria non è riuscita a risolvere e per questo è stato organizzato un gruppo di lavoro che si occuperà in maniera specifica dell'argomento. Il neo costituito gruppo di lavoro avrà poco più di quindici giorni di tempo per trovare una soluzione che dovrà arrivare sul tavolo di via Arenula il 3 febbraio prossimo. Contemporaneamente proseguiranno i lavori delle quattro sottocommissioni che pure erano in uno stato avanzato del lavoro, per questo il prossimo incontro potrebbe rappresentare una svolta per la riforma con la stesura di una prima bozza di articolato. Gli incaricati ministeriali fino a questo momento hanno "studiato" la revisione del processo penale dividendolo in quattro parti tra soggetti e misure cautelari, indagini preliminari e riti alternativi, prova e dibattimento, impugnazioni-esecuzioni e rapporti con autorità straniere. Rivisto il giudizio abbreviato, ma il giudice per le indagini preliminari non potrà applicare sanzioni pesanti come l'ergastolo. Ci sarà probabilmente una stretta sulle fonti di prova, mentre il Pm verrà separato dalla polizia giudiziaria, ovvero il primo dovrà esercitare l'azione penale valutando la notizia del reato, mentre alla seconda spetterà il compito investigativo (p.a.)"

Le ultime frasi dell'articolo appena riportato (se le sue fonti sono attendibili, come parrebbe dedursi anche da un articolo pubblicato oggi su Sole 24 Ore) impongono alcune considerazioni.

Entro pochi mesi (parrebbe) conosceremo l'esito complessivo del lavoro della Commissione Dalia, ma sin da ora ne sarebbe visibile una delle fondamentali matrici di ispirazione: "il p.m. verrà separato dalla polizia giudiziaria".

Sul presupposto di una formale conservazione del principio di obbligatorietà dell'azione penale e delle attuali prerogative di autonomia ed indipendenza del pubblico ministero, si riaffacciano  idee di riforme processuali ispirate ad anacronistiche concezioni del pubblico ministero, inteso come passivo recettore di notizie di reato preconfezionate dalla polizia giudiziaria o comunque relegato ai margini del governo delle indagini.

Soluzioni del genere di quelle appena prefigurate appaiono funzionali alla realizzazione di inaccettabili disegni di assoggettamento a controllo politico delle indagini.

Le scelte investigative riguardanti i più diversi settori criminali (ma le preoccupazioni sono ovviamente più acute e gravi con riguardo alle materie a più alto tasso di sensibilità politica, dalla criminalità economico-finanziaria alla corruzione e alle condotte di contiguità alla criminalità mafiosa) diverrebbero inevitabilmente per tale via materia di esclusiva pianificazione del Governo (attraverso i singoli Ministri, dell'Interno, della Difesa e dell'Economia dai quali dipendono i principali corpi di polizia), con gravissimi rischi di lesione dell'effettività del controllo di legalità.

Il complesso delle regole procedurali che garantiscono al pubblico ministero la direzione ed il controllo delle indagini preliminari vale invece, da un lato, a garantire la possibilità di estendere l'azione penale ad aree e soggetti in relazione ai quali manchi o sia debole l'iniziativa autonoma di organi di polizia pur sempre soggetti all'influenza delle relative strutture politico-amministrative di appartenenza e, dall'altro lato, ad assicurare più elevati standards di garanzia dei diritti della difesa.

Del resto, la titolarità delle indagini da parte del p.m., collegata oltre che all'art.112 Cost. anche all'art. 109 Cost., e la tempestività del suo intervento sono state oggetto di pronunce della Corte Cost.le sin dal vecchio cpp, là dove furono estese alla fase delle indagini le garanzie previste per l'istruttoria sommaria.

Insomma, risulta confermata la volontà di depotenziare il ruolo del PM indipendente, di controllare le investigazioni, di sgretolare il patrimonio acquisito (anche in termini di capacità di coordinamento delle forze di PG) in decenni di  attività investigative delle Procure italiane in ogni settore criminale .

In tale direzione, va anche la preannunciata "stretta sulle fonti di prova" secondo la quale (vedi articolo su Sole 24 ore), sarebbe stato raggiunto l'accordo in commissione sull'impossibilità di riconoscere valore di riscontro reciproco alle dichiarazioni cd. "incrociate" dei collaboratori.

Tutto ciò si giustifica evidentemente con la scelta di rendere sempre più difficile la ricerca della verità e più facile sottrarsi al processo, ignorando le esigenze di difesa sociale ed i diritti delle parti lese.

E' necessario, a questo punto, che l'ANM e tutte le sue componenti dedichino la massima attenzione all'attività della Commissione di Riforma del CPP, nonchè all'iter della proposta di legge che ne è la coerente anticipazione, cioè la cd. "Salva Previti" (qui adottandosi la definizione che proprio in Parlamento è stata coniata) ed alla formulazione di proposte concrete che, lungi dall'adeguarsi ai progetti di depotenziamento e snaturamento del ruolo del PM, più o meno dottamente paludati, si concentrino sulle ragioni della  lunghezza dei processi. Ciò anche in accordo con gli auspici formulati dal Procuratore Generale presso la Cassazione in occasione della sua Relazione per l'inaugurazione dell'anno giudiziario.

Invieremo queste note ad autorevoli rappresentanti del mondo accademico e dell'avvocatura e ci riserviamo di tornare su questi temi, invitando intanto i componenti togati della Commissione di Riforma a rendere pubblico lo stato dei lavori e del dibattito in cui sono impegnati, non trattandosi di questioni che debbano rimanere coperte dal segreto, ma che ancora una volta  riguardano la possibilità di assicurare giustizia ai cittadini .

A tale proposito, rileviamo che  uno stimato collega componente la Commissione si è  dimesso; ignoriamo se le ragioni che lo hanno indotto  a tale passo siano state di carattere personale o motivate da dissenso rispetto agli obiettivi che si intendono perseguire : in tale ultimo caso,  sarebbe interessante conoscere le specifiche ragioni di dissenso ed invitare gli altri componenti la Commissione a riflettervi a loro volta.

Sandro AUSIELLO - Marcello BASILICO - Giuseppe BIANCO -  Pietro CALOGERO - Domenico CARCANO- Paolo D'ALESSANDRO - Luca DE MATTEIS - Enrico DI NICOLA - Marco GIANOGLIO - Alberto MACCHIA - Giovanni MELILLO - Ubaldo NANNUCCI - Gioacchino NATOLI - Roberta PALMISANO - Maurizio ROMANELLI - Massimo RUSSO - Zaira SECCHI - Armando SPATARO - Andrea VARDARO  

20 gennaio 2005

 
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