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 justitia ...... di Loredana Morandi
 
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"Le cose sono esattamente come appaiono e dietro di esse non c'è nulla."

Sartre
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\\ Home Page : Storico : Magistratura (inverti l'ordine)
Di seguito gli interventi pubblicati in questa sezione, in ordine cronologico.
 
 
Di Loredana Morandi (del 25/01/2006 @ 16:39:24, in Magistratura, linkato 297 volte)

UNITA' PER LA COSTITUZIONE
-Distretto di Milano-

Senza risorse per l'informatica - Risponda il Ministro

Nella sua prima relazione al Parlamento il Ministro della Giustizia ha sottolineato lo sforzo compiuto nel campo dell'informatizzazione giudiziaria evidenziando la circostanza di avere fornito "tutti i magistrati di computer" (obiettivo peraltro non raggiunto e comunque minimale in un'organizzazione professionale alle soglie del 2006).

Si apprende adesso - nel contesto di un seminario organizzato dal CSM fra magistrati responsabili dell'informatica giudiziaria e responsabili ministeriali della DGSIA - che il bilancio 2006 a disposizione per l'informatica è stato abbattuto per molte voci di oltre il 40% e, in particolare, che i fondi per la manutenzione e assistenza sono scesi da 81 a 44 ml di euro. Di questi ben 41 sarebbero impegnati in relazione ad obbligazioni già assunte. La Direzione avrebbe dunque a disposizione soltanto 3 ml di euro per l'assistenza informatica di tutti gli uffici giudiziari italiani con la previsione di copertura temporale pari a un mese.

La drammaticità della situazione -che comporterà la paralisi dei registri informatici, la morte preventiva del processo telematico,  di alcuni servizi quali la predisposizione delle tabelle per via telematica, il semplice uso da parte dei magistrati dei computer-  impone l'immediata denuncia dell'ulteriore aggravamento delle condizioni di funzionalità del sistema giustizia che sta continuamente subendo aggressioni normative e gestionali.

Con l'inaugurazione dell'anno giudiziario occorre che il Ministro della Giustizia -responsabile  ai sensi dell'art. 110 della Costituzione in materia di organizzazione e di funzionamento dei servizi- offra risposte ed interventi concreti affinché l'evoluzione tecnologica non porti i magistrati (da sempre costretti a lavorare in situazioni al limite della dignità professionale a fronte di impegni sempre più gravosi) ad operare senza alcun supporto informatico (carta e penna) e cioè in un contesto di emergenza non più tollerabile.  

Milano 25 gennaio 2006
Fabio Roia
Unicost Milano

 
Di Loredana Morandi (del 20/01/2006 @ 19:17:33, in Magistratura, linkato 249 volte)

UNITA' PER LA COSTITUZIONE
-Milano-

-La continua aggressione costituzionale-

Ancora una volta il Presidente della Repubblica -dopo la normativa di riforma dell'ordinamento giudiziario- non ha promulgato una legge in materia di giustizia per manifesta incostituzionalità.

Sulla inappellabilità delle sentenze di assoluzione e sulla trasformazione del ruolo della Cassazione in giudice di cognizione la magistratura associata e la cultura giuridica -con esclusione dei rappresentanti dell'avvocatura penale- avevano espresso forti critiche determinate dalla improvvisazione dell'intervento legislativo assolutamente estraneo ai principi fondamentali della giurisdizione penale. 

L'insofferenza al dialogo ed una sorta di pregiudizio verso le osservazioni della magistratura -vista troppe volte come un contropotere legislativo- hanno provocato questo ulteriore strappo costituzionale che dovrebbe portare il legislatore di maggioranza a riflettere sul metodo adottato e sul merito dei provvedimenti in materia di giustizia licenziati in questa legislatura.

Come più volte osservato, il processo penale necessità di riforme organiche, ponderate quanto agli effetti, possibilmente condivise e costituzionalmente aderenti.

Nel suo alto ruolo di garante del patto costituzionale -svolto sempre con grande sensibilità-  il Capo dello Stato ha certificato il fallimento della politica in materia di giustizia del legislatore di maggioranza evitando un intervento devastante per la giurisdizione penale.

Milano 20 gennaio 2006
Fabio Roia - Unicost Milano

 
Di Loredana Morandi (del 20/01/2006 @ 19:14:53, in Magistratura, linkato 243 volte)

Rinvio alle Camere della legge Pecorella: una salutare lezione

Il messaggio con il quale il Presidente Ciampi ha rinviato alle Camere la c.d. legge Pecorella è una salutare lezione di senso della realtà e del diritto indirizzata a tutti coloro che hanno a cuore le sorti ed il futuro della giustizia nel nostro paese.

 C'è ora da sperare che la sua voce ragionevole e pacata venga ascoltata e non sia  sommersa dalle "passioni" e degli interessi, a volte deteriori, che in questi anni hanno investito le regole del processo penale e generato leggi contrastanti con gli obiettivi della sua funzionalità e celerità.

 La legge oggi rinviata alla Camere altera radicalmente la fisionomia del giudizio penale di cassazione (che rappresenta ancora un'isola di efficienza nel disastrato panorama del processo penale) ed allunga i tempi del giudizio penale in contrasto con la solenne promessa costituzionale della "ragionevole durata del processo". 

 Inoltre l'intervento unilaterale e disorganico della legge Pecorella sull'appello del pubblico ministero - sganciato com'è da serie valutazioni sugli equilibri del processo , sul ruolo delle parti e sulle esigenze di tutela delle vittime dei reati - è  certamente improduttivo e dannoso.

 I magistrati italiani devono ancora una volta ringraziare il Presidente per l'apporto di saggezza e di sapienza giuridica che ha fornito in un delicato passaggio istituzionale.   

 Nello Rossi

 
Di Loredana Morandi (del 19/01/2006 @ 17:41:47, in Magistratura, linkato 219 volte)

UNITA' PER LA COSTITUZIONE
-Milano-

Sulla relazione del Ministro della Giustizia alle Camere

La relazione presentata dal Ministro della Giustizia al Parlamento in occasione dell'inaugurazione dell'anno giudiziario 2006 risulta - e lo si scrive con il massimo rispetto istituzionale- disarmante perché priva di qualsiasi traccia di analisi profonda e di proposta organica riformatrice di un settore che rappresenta una delle spie della salute democratica di un paese culturalmente evoluto.

Si apprende, leggendo il testo, che la riforma dell'ordinamento giudiziario avrebbe finalmente riequilibrato il rapporto fra i poteri dello Stato consentendo, anche grazie alla presenza del Ministro in Parlamento, un accrescimento "del tasso di democrazia del nostro Paese".

Bisogna allora dedurre che la predetta riforma -come più volte denunciato e testimoniato anche attraverso la scelta dolorosa dello sciopero-  aveva come scopo la limitazione dell'indipendenza e dell'autonomia dell'ordine costituzionale deputato al controllo di legalità e che la scelta operata, francamente deludente sul piano dell'etica, non è stata quella di riaffermare un legittimo primato della Politica fatto di proposte per i cittadini, di condotte virtuose, di ricerca di un consenso partendo dai problemi della gente, bensì di regolamentare per legge un predominio (fittizio perché imposto)  attraverso la compressione di un altro potere ritenuto ingombrante e invasivo.

Occorre peraltro sottolineare come anche nelle recenti vicende della c.d. "bankopoli" la magistratura venga chiamata ad indagare su fenomeni diffusi per l'assenza di drenaggi deontologici e di controlli amministrativi preventivi che provocano la fermentazione di diffusi circuiti di illegalità. Non sono i magistrati che vogliono fare il mercato. E' il mercato finanziario che si lascia aggredire per l'assenza di una autoregolamentazione morale e di un controllo preliminare di alta amministrazione.

Si apprende ancora che i "nemici della democrazia" utilizzano illecitamente le intercettazioni. E poiché "per un qualunque procedimento la motivazione è redatta ad libitum dall'estensore (il magistrato), che può alternativamente depositare tutto il materiale relativo alle intercettazioni, oppure depositare soltanto quelle parti di cui ha deciso di avvalersi in sede di motivazione" parrebbe di comprendere che alla fine è il magistrato che, attraverso la propalazione del contenuto delle conversazioni telefoniche, attenta alla democrazia. Bisogna allora ricordare, invece, come proprio per le ultime vicende di uso strumentale delle intercettazioni - anche se un uomo dotato di responsabilità pubblica dovrebbe comunque essere sottoposto ad un rigoroso vaglio sul suo operato funzionale da parte della pubblica opinione attraverso una informazione libera e corretta- il momento della propalazione appare estraneo alla sfera di controllo degli uffici giudiziari e riconducibile ad altri soggetti della vicenda investigativa.                

Dice il Ministro che "lusinghe, minacce, scioperi" non hanno impedito al Parlamento, "per la prima volta nella storia della Repubblica", di raggiungere il traguardo della riforma dell'ordinamento giudiziario. I reiterati scioperi realizzati da magistratura ed avvocatura, i numerosi appelli di insigni giuristi, le denunce di strappi alla Carta presentate da molteplici costituzionalisti avrebbero dovuto spingere il Ministro della Giustizia a cercare un confronto sulle leggi varate in tema di ordinamento e processo penale e ciò per attuare -nel primato del Parlamento- riforme organiche, possibilmente condivise e funzionali. La circostanza che tutti gli operatori giudiziari abbiano mosso profondi rilievi critici all'attività normativa in materia di giustizia non può rappresentare un dato positivo di esaltazione dell'autonomia bensì un indice di fallimento di rappresentatività dell'intero comparto da parte dell'esponente di governo.

Stupisce poi la denuncia sull'assenza di studi di impatto delle leggi varate sul sistema giudiziario. E' accaduto per la normativa in materia di prescrizione, accade per la legge che abolisce l'appello del Pubblico Ministero contro le sentenze di assoluzione. Si coglie un clima di improvvisazione, di disorganicità dell'intervento.

Basti pensare che il Ministro propone di assorbire l'incremento della popolazione carceraria -determinato anche dalla imprevedibilità dell'effetto della ex-Cirielli sulla non concedibilità di benefici trattamentali ai condannati definitivi- attraverso la costruzione di nuove carceri e non già attraverso lo studio di sanzioni alternative alla detenzione dotate di maggiore efficacia deterrente e rieducativa per il soggetto deviante.

Poiché siamo "il popolo più litigioso dell'Unione Europea" - che deve convivere anche con un progressivo aumento degli affari penali- e poiché gli investimenti per la giustizia (0,53% del PIL nel 2005) sono in "linea con la maggioranza dei nostri partners europei" si deduce che gli investimenti stessi - immessi in un settore che deve gestire un numero di procedimenti civili e penali nettamente superiore a quello degli altri Paesi europei- sono, in termini comparativi, inferiori rispetto agli altri bilanci.

E' una conferma a quella asfissia del sistema giustizia -determinato anche dall'assenza di riforme adeguate- più volte, non strumentalmente, denunciato.

Ma "sul piano dell'efficienza abbiamo fornito tutti i magistrati di computer". 

Il doveroso auspicio è che nella prossima legislatura, qualsiasi sia la maggioranza di governo, venga abbandonata la logica dello scontro istituzionale (la magistratura non è un nemico della politica), dell'intervento disorganico, casuale ed a volte orientato, l'arroganza decisionale per affrontare -con una sorta di spirito costituente- tutti i problemi che riguardano la giurisdizione ed i suoi protagonisti.

Milano 18 gennaio 2006
Fabio Roia
Unicost Milano

 

Associazione Nazionale Magistrati

L'Anm sul disegno di legge di modifica del sistema elettorale del CSM presentato dai senatori Magnalbò e Cavallaro

1. I valori e gli orientamenti condivisi della magistratura sul sistema elettorale del CSM.

La magistratura italiana è da tempo concorde nel ritenere che il metodo di elezione dei componenti togati del Consiglio Superiore della Magistratura più adeguato  alle caratteristiche ed alle funzioni dell'organo di autogoverno è il sistema elettorale proporzionale con pluralità di liste concorrenti nell'ambito del collegio unico nazionale.

Il metodo elettorale proporzionale garantisce infatti, in linea di principio, una equilibrata e fedele rappresentanza dei differenti orientamenti ideali e delle diverse sensibilità istituzionali presenti nella magistratura. Inoltre la rappresentanza proporzionale dei magistrati rappresenta uno dei migliori antidoti contro la formazione, in seno al CSM, di maggioranze precostituite che sono negative e dannose per un organo che ha come suo principale compito quello di effettuare valutazioni professionali e scelte relative ai singoli magistrati.

Per altro verso l'elezione nell'ambito del collegio unico nazionale assicura l'effettiva rappresentatività e la maggiore autorevolezza dei componenti togati del Consiglio senza essere di ostacolo a rapporti di diretta conoscenza e di personale fiducia tra elettori ed eletti, ampiamente possibili in una categoria professionale che conta circa 9000 membri.

Infine il pluralismo delle liste consente un proficuo confronto tra diversi programmi e, soprattutto, differenti prassi di gestione del governo autonomo e permette all'elettore di votare per il raggruppamento e per il candidato che meglio risponde ai suoi personali convincimenti ed orientamenti.

2. Il disegno di legge di modifica del sistema elettorale del CSM  presentato dai senatori Magnalbò e Cavallaro. Gli aspetti positivi.

Alla luce di queste opzioni di fondo e della complessiva elaborazione della magistratura sul tema, il disegno di legge di modifica del sistema elettorale del CSM presentato dai senatori Magnalbò e Cavallaro (Atto S. n. 3478) merita apprezzamento e consenso per molte delle soluzioni adottate ma suscita anche netti dissensi su determinate scelte.

Innanzitutto merita piena adesione la proposta di riportare a trenta il numero complessivo dei componenti del Consiglio superiore (venti magistrati e dieci membri laici, nel rispetto della proporzione fissata dalla Costituzione), che, a giudizio dell'A.N.M., costituisce un aspetto essenziale e qualificante della proposta.

La crescita dei compiti del C.S.M., che ormai "amministra" un numero sempre maggiore di magistrati - ordinari ed onorari - e la indubbia complessità delle funzioni svolte dell'organo di autogoverno hanno dimostrato l'irrazionalità della scelta di ridurre a ventiquattro dei membri del Consiglio, scelta  che ha privato di competenze e di energie le Commissioni consiliari, impegnate in gravosi compiti di istruzione e di accertamento degli affari.

Per altro verso la diminuzione del numero dei componenti dell'organo di autogoverno incide inevitabilmente anche sulla pluralità e sulla ricchezza degli apporti culturali e tecnici e delle diverse sensibilità istituzionali destinate a confrontarsi nella dialettica interna al Consiglio Superiore.

Un meditato consenso va espresso anche alla proposta di legge nella parte in cui mira a superare l'attuale meccanismo elettorale "atomistico" (tutto imperniato su autocandidature e su voti individuali), riconoscendo la dimensione collettiva delle elezioni consiliari e ripristinando il sistema delle liste concorrenti, fondamentale garanzia di una dialettica consiliare chiara e responsabile.

Del pari apprezzabile, per la sua aderenza al dettato costituzionale oltre che per la sua intrinseca razionalità, è la proposta di legge nella parte in cui rispetta il carattere per così dire "generale" dell'elettorato attivo: i magistrati-elettori sono chiamati a concorrere con i loro voti alla elezione di "tutti" i rappresentanti togati del Consiglio. Peraltro, l'A.N.M. ribadisce che la soluzione maggiormente aderente allo spirito della Costituzione sarebbe quella di dividere la rappresentanza dei magistrati in due sole categorie, legittimità e merito, senza ulteriori distinzioni tra giudicanti e requirenti.

Il disegno di legge suddivide invece la rappresentanza dei magistrati in tre diverse "categorie" corrispondenti a tre distinte aree di funzioni: a) funzioni di legittimità requirenti e giudicanti svolte presso la Corte di cassazione; b) funzioni requirenti svolte presso uffici di merito; c) funzioni giudicanti svolte presso uffici di merito.

In sostanza la proposta prevede che le elezioni dei rappresentanti della magistratura avvengano in tre collegi elettorali, "unici" perché comprensivi di tutti i magistrati aventi diritto di voto e "nazionali", perché coincidenti con l'intero territorio nazionale.

In particolare nel primo di tali collegi è prevista l'elezione di quattro magistrati esercenti funzioni giudicanti o requirenti di legittimità; nel secondo collegio si procede all'elezione di cinque magistrati che esercitano le funzioni di pubblico ministero (o funzioni equiparate); nel terzo collegio avviene l'elezione di undici magistrati che svolgono funzioni giudicanti (o equiparate).

3. I punti negativi del disegno di legge: a) la sovrarappresentazione in seno al Consiglio dei magistrati della Corte di cassazione.

Fermo il consenso di principio sul meccanismo dei collegi unici nazionali per l'elezione dei rappresentanti, va rilevato che la previsione di quattro rappresentanti con effettive funzioni di legittimità risulta del tutto sganciata dal numero dei magistrati che esercitano tali funzioni e nettamente sovradimensionata rispetto al dato della loro incidenza percentuale sull'organico della magistratura.

I magistrati che svolgono funzioni di legittimità presso la Corte di cassazione rappresentano poco più del 4% del totale dei posti in organico.

Il d.d.l. si propone dunque di favorire l'ingresso nel C.S.M. di un numero particolarmente elevato di magistrati esercenti funzioni di legittimità, senza curarsi del rapporto proporzionale di tale quota "riservata" con la consistenza della categoria di estrazione.

Si tratta di una scelta chiaramente contraddittoria poiché il criterio proporzionale che regge la ripartizione in quote è immediatamente smentito e contraddetto dal diverso criterio adottato per la quota riservata ai magistrati di Cassazione.

Né a sostegno di questa opzione può essere invocato il dettato costituzionale.  Nella sentenza n. 87 del 1982 la Corte costituzionale ha individuato come costituzionalmente "necessaria" e "dovuta" l'elezione in seno al Consiglio di magistrati con effettivo esercizio delle funzioni di legittimità. ritenendo di dover "solo assicurare che i magistrati di cassazione, investiti delle corrispondenti funzioni, non rimangano esclusi dal Consiglio Superiore" ed ha rimesso a valutazioni del legislatore ordinario le scelte in merito.

La legge 22 novembre 1985 n. 655 ha poi provveduto in tal senso costituendo una riserva di due posti in Consiglio per i magistrati di cassazione con effettivo esercizio delle funzioni di legittimità, anche al fine della provvista di un componente effettivo e di un componente supplente della Sezione disciplinare del Consiglio.

In conclusione sul punto.

Il progettato aumento dei Consiglieri Superiori provenienti dalle fila della Cassazione è soluzione irrazionale e inaccettabile sotto il profilo della complessiva rappresentatività dell'organismo consiliare.

Né tale soluzione può essere sorretta da argomenti fondati sulla peculiare natura delle funzioni di legittimità o sulla professionalità.

La Costituzione stabilisce che i magistrati si distinguono tra di loro solo per funzioni (art. 107, 3 comma Cost.); di modo che non esiste nel nostro ordinamento una magistratura "alta"abilitata a svolgere un ruolo di primazia e di comando rispetto ad una magistratura "bassa" o "minore". Lo svolgimento di funzioni di legittimità - di cui ovviamente si riconosce la grande importanza - non vale di per sé a fondare alcun privilegio sul piano della rappresentanza e del ruolo da esercitare in seno all'organo di autogoverno.

Nell'affrontare questo tema occorre inoltre avere costantemente presente che nel Consiglio siedono e svolgono un ruolo di primo piano, come membri di diritto e componenti del Comitato di Presidenza, il Presidente della Corte di cassazione ed il Procuratore generale della Corte.

Una riserva di quattro posti per i magistrati di legittimità, unita alla presenza in Consiglio dei due più alti esponenti della Corte di cassazione, attribuirebbe perciò ad un'area professionale che supera di poco il 4% della intera magistratura un peso superiore al 25% della componente consiliare togata (6 su 22), dando vita ad una composizione fortemente squilibrata dell'organo.

Sotto questo aspetto, dunque, si ritornerebbe ad un assetto del C.S.M. simile a quello delineato dalla legge 24 marzo 1958, n. 195 (che assicurava la presenza di sei magistrati di Cassazione su quattordici rappresentanti togati) ed a quello contenuto nella legge 18 dicembre 1967, n. 1198 (che garantiva l'elezione di almeno quattro rappresentanti della Corte di cassazione nell'ambito della rappresentanza dei togati); assetti che sono stati superati dal legislatore proprio perché si sono rivelati inadeguati a rappresentare in tutte le sue articolazioni la realtà della magistratura ed a garantire la migliore funzionalità dell'istituzione consiliare.

La migliore soluzione appare perciò quella di mantenere a due il numero dei rappresentanti della Corte di cassazione in seno al CSM e di aumentare il numero dei rappresentanti negli altri due collegi unici nazionali nel rispetto della consistenza numerica delle categorie nell'ambito della magistratura.

4. b): l'eccessivo numero di preferenze.

Considerazioni critiche vanno svolte anche sul numero di preferenze da esprimere per le elezioni che - nel disegno di legge Magnalbò-Cavallaro - sono due nel collegio che elegge magistrati della Cassazione, tre nel collegio per l'elezione dei pubblici ministeri e quattro nel collegio per l'elezione dei giudici.

E' indiscutibile che l'elettore deve poter esprimere la sua preferenza per l'uno o l'altro dei candidati presenti nelle diverse liste in competizione.

Ma è un fatto che la previsione di un numero di preferenze troppo elevato rispetto al numero dei rappresentanti da eleggere ha già dato cattiva prova di sé in passato, favorendo fenomeni di collegamento a fini puramente elettoralistici di candidati all'interno delle diverse liste e compromettendo i guadagni di chiarezza programmatica e di trasparenza gestionale che si ottengono attraverso il sistema delle liste concorrenti.

Sembra perciò nettamente da preferire una drastica riduzione del numero delle preferenze, che salvaguardi il diritto dell'elettore a manifestare il suo voto per un particolare candidato e nel contempo eviti gli effetti dannosi di aggregazioni e collegamenti impropri tra candidati di una stessa lista diretti solo a massimizzare il numero delle preferenze.

5. Il silenzio della proposta di legge in tema di quote da riservare a candidature femminili nelle liste elettorali.

E' infine da valutare il "silenzio" serbato dalla proposta di legge su di un tema che è attualmente oggetto di vivaci dibattiti in sede di elaborazione di proposte di legge in materia elettorale a vari livelli: la previsione di quote obbligatoriamente riservate a candidature femminili nelle liste elettorali (c.d. quote di chances).

L'ANM è consapevole  che la discussione in corso all'interno della magistratura e nel paese su questa tematica non ha ancora raggiunto risultati condivisi e generalmente accettati sulle "tecniche" da adottare (quote di chances o quote di risultato).

Un dato però appare certo: la grande crescita del numero di donne che scelgono il lavoro di magistrato e gli straordinari apporti di capacità culturale e tecnica oltre che di sensibilità e di dedizione al lavoro che le donne stanno dando alla giurisdizione impongono (anche) che esse siano adeguatamente e pienamente presenti anche nell'organo di autogoverno, pena una sua perdita di rappresentatività.

In quest'ottica sembra matura la introduzione di quote riservate per legge a candidature femminili nelle liste elettorali (c.d. quote di chances).

Roma, 18 gennaio 2006

 

Associazione Nazionale Magistrati

L’A.N.M. sul d.l. sul rientro in ruolo dei magistrati addetti al Ministero e dei componenti del C.S.M.

Il d.l. n. 4 del 2006 contiene alcune norme che riguardano i magistrati.

Innanzitutto, non si comprende quale sia la necessità ed urgenza di ricorrere allo strumento del decreto legge, oltretutto in materie così delicate.

Si tratta di una ennesima dimostrazione di cura di interessi particolari. Le leggi ad personam non ci piacciono mai, neanche quando riguardano magistrati.

La disposizione che stabilisce che deve essere valutata, ai fini della carriera, la permanenza nelle funzioni apicali espletate presso i ministeri, o è inutile, poiché il sistema di autogoverno già valuta tutte le attività svolte dal magistrato nella sua vita professionale, oppure è sbagliata, se intende introdurre un particolare regime di favore per i magistrati che si trovano nelle condizioni previste.

La norma che riguarda il rientro in ruolo dei componenti elettivi del C.S.M. in primo luogo appare irrazionale, poiché stabilisce un regime transitorio particolare tra la vigenza della precedente disposizione di cui dell’articolo 30 del d.P.R. 16 settembre 1958, n. 916, e, se mai assumerà efficacia, la conferma di tale disposizione prevista dalle legge delega di riforma dell’ordinamento giudiziario. La disposizione vigente, introdotta nel 2002, è criticabile per la eccessiva penalizzazione della positiva esperienza di consigliere, soprattutto nella parte in cui stabilisce il termine di legittimazione biennale dal rientro in ruolo per la partecipazione ai concorsi per il conferimento di determinate funzioni; tuttavia, la possibilità di essere ricollocati in ruolo in qualsiasi funzione, tranne quelle direttive, rappresenta un regime di favore non richiesto dalla magistratura associata, è fonte di possibili disuguaglianze e rischia di appannare l’immagine di imparzialità del Consiglio.

Roma, 18 gennaio 2006
la Giunta Esecutiva Centrale

 
Di Loredana Morandi (del 17/01/2006 @ 22:26:47, in Magistratura, linkato 267 volte)

Associazione Nazionale Magistrati
Giunta Distretto di Napoli

L'INTERVISTA DEL DOTT. CORDOVA NEL LIBRO "NAPOLI SIAMO NOI" DI G. BOCCA - A TUTELA DEI MAGISTRATI DEL DISTRETTO E DEGLI ORGANI DI AUTOGOVERNO

L'incompatibilità ambientale del dott. Cordova è stata ulteriormente confermata dall'intervista rilasciata  a Giorgio Bocca, riportata nel libro "Napoli siamo noi".

È  l'ennesimo ed ingiustificato attacco ai magistrati del distretto, al Consiglio superiore della magistratura, all'indipendenza interna dei
magistrati svolto anche con qualche approssimazione tecnica (come la critica ai giudici che non impugnavano le sentenze .).

Il dott. Cordova, la sua signora e Giorgio Bocca così rappresentano la realtà napoletana; da un lato l'ex Procuratore, l'unico paladino della legalità, e dall'altro tutti gli altri: i magistrati ritenuti collusi, disonesti, propugnatori di incarichi agli "amici", complottanti; gli organi di autogoverno; le più alte cariche della magistratura che hanno votato per il suo trasferimento; i magistrati amministrativi che hanno confermato il provvedimento del C.S.M.

L'incompatibilità sta proprio in questo: ritenere gli altri dalla parte dell'illegalità, delegittimare tutta la magistratura per sostenere se stesso e considerare nemici quelli che rivolgono critiche anche fondate.

Questa ricostruzione è smentita dai fatti: ed i fatti sono quelli che hanno portato al trasferimento del dott. Cordova.

La giunta dell'A.N.M. del distretto di Napoli.
Napoli, li 13 gennaio 2006.

 
Di Loredana Morandi (del 17/01/2006 @ 22:22:54, in Magistratura, linkato 213 volte)

Intervista ad Armando Spataro

Dal sito dell'emittente Telelombardia:
http://www2.telelombardia.it/notizia.php?UID=tm2vctg2bhmbg7r1gv2ssmt841&idnotizia=1791
 
MILANO, lunedì 16 gennaio 2006 - Per il procuratore aggiunto di Milano, Armando Spataro, coordinatore del pool antiterrorismo, nell'utilizzo di tecniche investigative come le intercettazioni e l'ausilio di mezzi informatici, ci sono dei limiti invalicabili oltre i quali il ricorso a queste tecniche e' "inconciliabile con le strutture di un sistema democratico".
"Pur parlando da pubblico ministero che da anni si occupa di questa materia - ha spiegato Spataro, intervenendo a un convegno a Milano sul tema 'Data Retention, privacy e criminalita" - e, quindi, essendo teoricamente piu' portato a sacrificare le esigenze della privacy in nome dei risultati investigativi, penso che cio' non possa avvenire se non entro determinati limiti". "Non e' accettabile, per esempio - ha osservato - il sistema di intercettazioni senza controllo che e' stato scoperto da recenti servizi del New York Times: la stessa amministrazione statunitense ha dovuto ammettere di aver disposto intercettazioni che non esito a definire illegali". Per Spataro, e' "inaccettabile il ricorso a questi mezzi che, in nome della lotta al terrorismo, portino a sacrificare i diritti individuali". "Non c'e' bisogno di parlare di Guantanamo, dei rapimenti, delle torture - ha proseguito -. Io dico no anche alle espulsioni di massa, perche' molto spesso nella politica delle espulsioni indiscriminate, il terrorismo viene utilizzato appunto in funzione di questa. Non nascondiamoci dietro un dito, i problemi esistono, ma attenzione a un uso indiscriminato delle espulsioni". Per il procuratore aggiunto milanese, "la minaccia terroristica, e lo dicono anche gli esperti in sociologia e gli studiosi, spesso e' usata per giustificare le decisioni piu' assurde, che mai accetteremmo se non venisse propalata continuamente questa minaccia". "Molto spesso leggiamo, non soltanto in Italia, ma anche all'estero - ha argomentato -, che grazie all'attivita' dei servizi segreti e' stato sventato quell'attentato, senza mai sapere dove sarebbe dovuto avvenire e quali danni avrebbe provocato".
Spataro ha quindi illustrato quali sono gli aspetti investigativi interessati dalla conservazione dei dati informatici e telefonici e le evoluzioni legislative in tema di utilizzo di questi dati. Ha ricordato, parlando di utilita', l' esempio di Isaac Hamzi, di origine somala, accusato di aver preso parte agli attentati londinesi del 21 agosto, e che fu 'seguito' passo per passo, grazie al suo telefono cellulare, dalla Procura di Milano nei suoi spostamenti: dalla capitale inglese, poi in Francia, e da qui fino a Roma, dove fu arrestato a casa di suo fratello.
Altro esempio di utilita' dei tabulati e' stato dimostrato nella vicenda del sequestro dell'ex imam della moschea di via Quaranta, Abu Omar, prelevato a Milano il 17 febbraio 2003 e per il cui rapimento sono stati emessi 22 ordini di custodia cautelare internazionali nei confronti di altrettanti agenti della Cia. Il magistrato ha spiegato che, tra oltre 10 mila utenze che in quei giorni erano attive nella zona del sequestro, ne furono individuate 17 che comunicavano tra di loro, intestate in qualche caso a persone inconsapevoli, e che cessarono di essere attive due giorni dopo la scomparsa di Abu Omar. Un aspetto che si rivelo' importante per individuare la rete di persone in azione a Milano e ricostruire la vicenda.

 
Di Loredana Morandi (del 12/01/2006 @ 15:59:41, in Magistratura, linkato 222 volte)

Movimento per la Giustizia

sul ddl "Pecorella"

Mentre il Governo, con il fulmineo  decreto-legge  sulle Misure urgenti in materia di organizzazione e funzionamento della pubblica amministrazione", non lesina alla carriera dei magistrati a lui più vicini "lasciti" di consistente valore,  la maggioranza parlamentare ha approvato anche la legge che vieta l'appello delle sentenze di assoluzione (c.d. Legge pecorella)

Si completa così - in questi ultimi sussulti di legislatura - il quadro devastante del progetto di completa disarticolazione del processo penale come strumento di controllo della legalità, e delle strutture e degli uffici a ciò deputati.

Mentre si azzera il lavoro di riorganizzazione della Corte di Cassazione che così buoni frutti aveva dato in questi anni, si riducono clamorosamente gli spazi di tutela delle vittime dei reati e del potere/dovere dello Stato di perseguire i cittadini accusati di ogni genere di reati

La responsabilità politica  e morale di tutto ciò non può non ricadere su governanti e parlamentari, autori e spesso diretti beneficiari di questi misfatti, ma chiunque sarà chiamato ad ereditare la gestione di questo disastro non potrà esimersi dall'obbligo morale e costituzionale di farne l'inventario e di por mano senza indugi all'opera di ricostruzione dell'ordinamento giuridico.

Ogni giorno, ogni ora di ritardo costeranno al Paese gravissime e irreparabili conseguenze.

Antonino Condorelli
Segretario Generale del Movimento per la Giustizia

 
Di Loredana Morandi (del 12/01/2006 @ 15:54:59, in Magistratura, linkato 236 volte)

Magistratura Democratica

sulla legge "Pecorella"

La legge Pecorella costituisce l’ultimo colpo mortale alla possibilità che il sistema giudiziario possa fornire risposte in tempi ragionevoli alle domande dei cittadini. Essa, tra gli altri danni, vanificherà il recupero d’efficienza nel settore penale realizzato dalla Corte di Cassazione negli ultimi anni, produrrà un enorme aumento del numero di ricorsi a fini dilatori, determinerà un concreto rischio di progressiva paralisi del sistema.

Come ha fatto sempre in questi cinque anni, la maggioranza parlamentare è stata sorda agli allarmi e alle preoccupazioni avanzate da tanti autorevoli giuristi. Ha perfino ignorato l’invito alla riflessione ed alla saggezza, rivolto all’unanimità dai Presidenti delle Corti Supreme dell’Unione Europea, tramite le chiare e misurate parole di Guy Canivet, presidente della Corte di Cassazione francese.

Nonostante le retoriche proclamazioni di guardare ai paesi occidentali, la maggioranza si oppone ad ogni prospettiva d’unificazione dei sistemi giuridici europei ed allontana sempre più la Corte italiana dal modello di giudice di legittimità, proprio dei migliori sistemi giudiziari dei paesi dell’Unione.

Cresce di un’unità il numero delle leggi da cancellare per prendere sul serio la giustizia e rilanciare la possibilità di una vera e seria riforma del sistema giudiziario nell’interesse di tutti i cittadini.

Franco IPPOLITO, presidente di Magistratura democratica.
Juan Ignazio PATRONE, segretario generale di Magistratura democratica

 
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